AHAB – The Boats Of The Glen Carrig

Pubblicato il 27/08/2015 da
voto
7.5
  • Band: AHAB
  • Durata: 01:06:57
  • Disponibile dal: 28/08/2015
  • Etichetta: Napalm Records
  • Distributore: Audioglobe

Al quarto disco in carriera, è ormai appurato: gli Ahab non sbagliano un colpo. Una band di classe, di musicisti veri, che curano nei minimi particolari, fino al più infimo dettaglio, le proprie uscite discografiche; ragazzi che nascono, vivono e sono parte attiva nello spirito underground della nostra musica preferita, ma che, allo stesso tempo, non hanno paura di sperimentare, di far evolvere il loro per definizione statico sottogenere – il funeral doom – né di beccarsi anche accuse puerili di ‘ammorbidimento di sound’ o, addirittura, di commercializzazione; quattro (non più tanto) giovani tedeschi con l’aria da bravi e giudiziosi ragazzi, quali probabilmente sono davvero, ma che sono comunque in grado, con l’unico ausilio della loro arte, di proiettare nelle menti dell’ascoltatore immagini e visioni di giganti fobie acquatiche, spettrali incubi nautici, devianti ed insani logorii psichedelici. Ogni loro opera, come accennato già in precedenti recensioni, si rifà in toto al racconto scelto da interpretare e sotto questa ottica avviene il giusto approccio alla loro discografia: “The Boats Of The Glen Carrig”, chiaramente, non sfugge a questa ferrea logica, anzi, ne è particolarmente schiavo. A partire dalla delirante copertina di Sebastian Jerke, coloratissima e lisergica, decisamente più adatta ad un album stoner che ad uno doom, che, da qualche settimana, fa temere il peggio, ai malfidenti, per la musica contenuta in “The Boats…”. William Hope Hodgson, precursore e ispirazione dello stesso Lovecraft con la sua spaventosa novella “La Casa Sull’Abisso”, è l’oscuro protagonista della versione Ahabiana del racconto che dà il titolo alla quarta opus del combo di Heidelberg. E cosa aspettarsi, dunque, dai nostri impavidi marinai teutonici? Nulla e tutto, semplice è la risposta. Sì, perchè nulla, ad un ascolto molto superficiale e da ‘beginner del genere’, è cambiato: ci sono i riffoni lenti e asfissianti che percuotevano la Pequod in “The Call Of The Wretched Sea”; gli arpeggi decadenti e la dissonanza con il groove cavernoso del secondo “The Divinity Of Oceans”, ambientato in una baleniera Essex corrotta da un orrore cannibale; le aperture ariose, le imprevedibili variazioni d’umore e la tanta voce pulita contenuti in “The Giant”, nel quale il poeiano Arthur Gordon Pym perdeva il senno a bordo del Grampus. Insomma, quasi niente è mutato, perchè in “The Boats Of The Glen Carrig” c’è tutto quello che ci si aspetta dagli Ahab. Il problema – problema? – nasce quando si vuole approfondire l’ascolto, la questione, quando si scava fra le note e si cerca di capire. E allora è chiaro che, se non proprio tutto è cambiato, molto si è evoluto: non può non saltare all’orecchio la diversità di un brano quale “Like Red Foam (The Great Storm)”, il pezzo più breve mai composto dalla band: il riffing (non solo il riff portante, ma tutto il lavoro di chitarra) è altamente dinamico se letto in un contesto doom e approccia vagamente lo stoner, mentre quell’assolino di centro-canzone è talmente sorprendente da farci scordare quale gruppo si stia ascoltando; e che dire della varietà vocale di un sempre più convincente Daniel Droste, eminenza pacata e silenziosa di un oceano ribollente d’attività? Tante voci, il biondo Daniel, usa nei pochi sei minuti e mezzo della traccia, definendone sbalzi, epos, inquietudine e poesia. Un episodio, dunque, che certamente spiazza i più die-hard doomster, ma che altrettanto certamente è frutto di una scelta ragionata optata da una formazione che sa bene dove vuole arrivare e fin dove può spingere la sua verve compositiva. Anche perchè, ad opporsi a “Like Red Foam (The Great Storm)”, troviamo subito dopo il pezzo più lungo mai scritto dai Nostri, l’imponente tomo “The Weedmen”, un quarto d’ora esatto di doom sì catacombale ma anche epico, appassionante e mai noioso; ascolto arduo da completare, chiaro, ma altresì pregno d’incollante e morboso terrore da non far staccare il fruitore dalle cuffie un solo minuto. E dire che il quarto lavoro degli Ahab, in partenza, si dimostra valido ma non particolarmente esaltante, con due composizioni, “The Isle” e “The Thing That Made Search”, abbastanza simili e dotate di un classico crescendo di pathos ed enfasi, ben alternato a sapienti pause acustiche di tranquillità apparente, prima che il Mar dei Sargassi faccia di nuovo imbarcare acqua alle scialuppe di salvataggio della Glen Carrig, sballottate da ancestrali e spugnose allucinazioni di pesci-diavolo, granchi colossali e uomini-erba. Fatto sta che, passato lo scoglio del brano “The Weedmen”, l’album ritorna in discesa e si accomiata lentamente con la finale “To Mourn Job”, per chi scrive il tiro da dodici del disco, canzone possente e atmosferica, drammatica e live-oriented, che non mancherà di destare sogni d’headbanging nei più impazienti fra i fan. La bonus-track “The Light In The Weed (Mary Madison)” è l’ennesima prova di coraggio imbastita dagli Ahab, che chiudono le lugubri danze con una impegnativa e toccante semi-ballata doom cantata da Droste tutta in clean vocals (un altro primato siglato dal gruppo con questo disco), traccia che lascia aperti alla band tanti spiragli d’azione futura, ma che in realtà secondo noi significa e significherà poco o nulla. Ricapitolando brevemente questa cospicua dissertazione sul nuovo Ahab, “The Boats Of The Glen Carrig” è dunque un lavoro che mantiene i suoi autori sulla cresta dell’onda, tenendoli legati alla fanbase funeral doom e contemporaneamente dando seguito alle impellenti velleità evolutive che tanto premono a questa entità metallica, davvero sincera, valida e onesta nell’esplicarsi artisticamente. Quarto centro pieno.

TRACKLIST

  1. The Isle
  2. The Thing That Made Search
  3. Like Red Foam (The Great Storm)
  4. The Weedmen
  5. To Mourn Job
  6. The Light In The Weed (Mary Madison)
8 commenti
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