CATHEDRAL – The Last Spire

CATHEDRAL – The Last Spire

Che band straordinaria, che perdita enorme per il mondo della musica. Già, con “The Last Spire” i Cathedral dovrebbero proprio essere giunti al capolinea di una carriera inarrivabile quasi per chiunque quanto a qualità espressa, fantasia compositiva e impatto enorme sulla scena doom rock (e non solo). Da un lato siamo sconfortati dal fatto che un gruppo che è ancora in grado di produrre musica tanto spettacolare abbia deciso di lasciarci; d’altro canto però il voler mollare proprio quando si è ancora in piena forma, evitando di pubblicare lavori non all’altezza della loro storia, fa capire più di mille parole di che pasta siano fatti Dorrian e soci. Per quest’ultimo lavoro il quartetto di Coventry lascia da parte molte delle sperimentazioni che lo hanno contraddistinto, riduce ai minimi termini gli inserti progressive e folk, concentrandosi su quel doom nudo e crudo dal quale tutto ha avuto origine e chiudendo quindi un cerchio iniziato a fine anni Ottanta con “In Memoriam”. Il risultato finale è strepitoso, uno dei migliori lavori della band (e quindi dell’intero genere). Si tornano a respirare malsane atmosfere sabbathiane in questo incrocio perverso di “Endtyme”, “Forest Of Equilibrium” e “The Ethereal Mirror”, sorta di anello mancante tra gli esordi incompromissori e la successiva fase di scoperta dei seventies. Dopo l’inquietante intro di rito ecco partire il capolavoro “Pallbearer” (che sia una sorta di passaggio di consegne verso la lanciatissima band statunitense?): doom metal pesantissimo con al proprio interno un solo di Jennings di una delicatezza disarmante, che contrasta violentemente con i riffoni immensi che contraddistinguono il brano, dall’incedere lento e possente. “Cathedral Of The Damned” alza leggermente i ritmi, senza nemmeno giungere al mid tempo; le chitarre saturano tutto, la sezione ritmica procede dritta senza esitazione alcuna e Dorrian ruggisce efficace come suo solito. Il brano potrebbe essere tranquillamente essere inserito in “The Ethereal Mirror” tale e tanta è la qualità insita in esso. La già edita “Tower Of Silence” è l’ennesima prova di forza che pone ancora una volta i Cathedral al di sopra di tutti in ambito doom; la presenza del growl di Chris Reifert (Autopsy) non fa che rafforzare i propri punti di contatto con il mondo estremo e nobilita una traccia già di per sé ottima. Provate ora ad immaginare le funeree e putride tracce di “Forest Of Equilibrium” infestate da melodie darkeggianti ed avrete una vaga idea di cosa vi aspetti ascoltando “Infestation Of Grey Death”; il brano è praticamente perfetto, cavernoso, oscuro, letale quando decide di accelerare, pauroso nel chorus declamato da Dorrian, lungo il giusto. Siamo ancora stravolti e senza parole quando attacca “An Observation”, dove i Nostri iniettano sulla solita struttura lenta e pesantissima delle melodie funeree create dall’Hammond di Munch (già presente su “The VIIth Coming” e The Guessing Game”). Il brano è decisamente il più originale del lotto, quello più free, grazie ad una seconda parte che inizia con un eccezionale solo di synth sempre ad opera di Munch, che richiama i grandissimi sperimentatori dei seventies (King Crimson su tutti) e si evolve in maniera libera ma sempre e comunque entro l’alveo rassicurante del doom. Il brano scelto come epitaffio definitivo, il congedo illimitato, è rappresentato da “This Body, Thy Tomb”, anticipato dall’intro “The Last Laugh”. Anche qui si parte con un doom asfissiante, con le chitarre di Jennings a disegnare orridi arabeschi attraverso l’utilizzo del wah wah; il chorus è uno stravolgimento dei canoni alchemic doom di Blood Ceremony, Jex Thoth e Purson, rivisti sotto la lente d’ingrandimento propria dei Cathedral. A metà traccia ecco i passaggi bucolici che sono mancati in tutto il lavoro, le aperture psichedeliche quasi ambient, l’acqua che scorre placida. Sono solo pochi attimi, perché dopo arriva lo squasso definitivo, l’ultimo riff, settantiano fino al midollo, doppiato da un Hammond allucinato ed accompagnato da una batteria stravolta e dai ritmi decisamente inusuali per la band. E’ con la pelle d’oca che arriviamo alla fine del brano, del disco e della carriera, la stessa pelle d’oca che ci aveva accompagnato all’ascolto di “Forest Of Equilibrium”, le stesse emozioni e gli stessi stati d’animo evocati da una musica senza tempo. I Cathedral avevano provato a chiudere con “The Garden Of Unearthly Delights” che fungeva da summa cum laude del loro percorso musicale; successivamente hanno ritentato con “The Guessing Game”, che invece puntava tutto su di una libertà compositiva mai così marcata. Alla fine hanno deciso di farlo con questo “The Last Spire”, andando a recuperare le istanze doom metal che hanno rappresentato la particella primordiale dalla quale è esploso il big bang musicale che si è espanso per quasi venticinque anni senza sosta né barriere. Grazie di tutto.



Informazioni Album

Durata: 00:58:19

Disponibile dal: 29/04/2013

Etichetta: Rise Above Records

Distributore: Audioglobe

Tracklist

1. Entrance To Hell

2. Pallbearer

3. Cathedral Of The Damned

4. Tower Of Silence

5. Infestation Of Grey Death

6. An Observation

7. The Last Laugh

8. This Body, Thy Tomb


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  • davidgilmour

    Cazzo recensione perfetta, complimenti! Mi ero già espresso giorni fa
    sul valore di quest’album.. un album immenso, un capolavoro
    incredibile!
    8 tracce una piu bella dell’altra, l’intro con quel “
    Bring Out Your Dead” è meraviglioso ed inquietante, poi Pallbearer è il
    capolavoro assoluto del disco, non ci sono parole per desciverla..

    Stupenda
    anche An Observation, 10 minuti di pura follia, attacco che piu doom
    non si puo, per poi trasformarsi in un pezzo prog anni ’70 a tratti ci
    sento anche i Goblin, pazzesca! In questo pezzo secondo me è racchiusa
    l’intera discografia dei Cathedral.. Insomma, purtroppo ci lasciano
    definitivamente ma con un capolavoro allucinante, dischi come questo The
    Last Spire o il monumentale The Guessing Game, molto probabilmente non
    ne sentiremo piu..

    Sono felice di averli visti Live almeno una volta, con uno show impeccabile da parte di una band con una classe unica.

  • Wildcat

    Li conoscevo di fama ma non mi ci ero mai avvicinato più di tanto, questa recensione mi ha spinto ad aver la curiosità di farlo e ascolterò con attenzione l’intera discografia che a dire del recensore non ha neppure un minimo calo di stile; un motivo in più per farlo.

  • Syward77

    “Che band straordinaria, che perdita enorme per il mondo della musica”

    Detto tutto già in questa riga, si è bene che una band saluti prima di decadere i ‘album scialbi e show stanchi, ma sinceramente potevano ancora fare/dare molto, qui si sente che sanno ancora insegnare come fare un doom/stoner impeccabile. Peccato che me li sono persi nel tour d’addio.