CHTHONIC – Bù-Tik

CHTHONIC – Bù-Tik

Un sentiero che si perde nella giungla, l’odore della pioggia ed un manipolo di soldati che marciano fieri: no, non è un’immagine fantasy, ma la realtà di guerra contro conquistatori e colonizzatori che un popolo ha subito per lungo tempo. Si possono capire gli Chthonic senza conoscere la storia della loro terra? Probabilmente sì, ma si perde una parte fondamentale del loro intento. Accusati di nazionalismo, per essere attivisti del movimento politico d’indipendenza taiwanese, i ragazzi di Taipei portano un messaggio all’attenzione dei loro ascoltatori e si sminuirebbe la loro arte senza comprendere questo aspetto. Naturalmente non è questa la sede adatta ad un trattato geopolitico sul sud-est asiatico e ci fermiamo qua con le divagazioni, invitando chiunque fosse interessato ad approfondire l’argomento. “Bú-Tik” è il settimo full-length per gli Chthonic e non abbassa la qualità di una band che ha sempre offerto dischi di altissimo livello: i Nostri sono artefici di un black metal melodico, che potrebbe ricordare i primi Cradle Of Filth o i Dimmu Borgir (se non addirittura i compianti Emperor degli esordi), arricchito da strumenti tipici della loro terra che hanno, però, il solo scopo di creare un’atmosfera in alcuni momenti e non danno origine ad una sorta di folk metal band orientale. Ma torniamo all’inizio: un flauto (forse di bambù) apre il disco con una lunga nota bassa, tamburi tradizionali e gong marciano epici verso una melodia evocativa e potente: “Arising Armament”, la dichiarazione di intenti non lascia scampo all’interpretazione. “Supreme Pain For The Tyrant” è aperta dal suono di un erhu (una sorta di violino) per esplodere in tutta la sua violenza, a cui fa da contrappunto la voce della bassista Doris (che ripete la melodia in intreccio allo scream ed al growl di Freddy Lim); la canzone è incentrata sulla figura di Peter Huang, che tentò di assassinare il vice-premier Chiang Ching-Kuo nel 1970. Si continua con “Sail Into The Sunset’s Fire”, aperta da un riffing epico ed incalzante che ci trasporta sulle onde dell’oceano, insieme ai pirati che lasciarono la Cina come marinai e soldati per trasformarsi in fuorilegge e poi stabilirsi a Taiwan, dando vita a quella che sarebbe divenuta la futura nazione. “Next Republic” è uno dei brani più toccanti di “Bú-Tik”: il cantato che dà il via alla canzone è del rivoluzionario Su Beng (che ne è anche autore), la melodia contemporaneamente malinconica ed epica ricorda gli eroi dei conflitti che hanno insanguinato Taiwan nella sua ricerca d’indipendenza. La rabbia e l’orgoglio che gli Chthonic esprimono sono viscerali, nessuna immaginazione può avvicinarsi ai sentimenti di un popolo oppresso e nessun genere li può veicolare meglio del black metal suonato dai Nostri. E’ ancora l’erhu a patire in “Rage Of My Sword”, che – seppur in un contesto storico differente – racconta ancora la lotta contro l’egemonia cinese; ora i Nostri esprimono la rabbia della rivolta contro l’ultima dinastia imperiale, i Qing. Si prosegue con “Between Silence And Death”, che narra un altro piano fallito per la liberazione di Taiwan ed il  mood eroico e commemorativo che la compongono trasmettono perfettamente le sensazioni degli eroi fuggitivi, catturati e condotti a morte. “Resurrection Pyre” ci racconta l’ennesima storia di lotta contro l’oppressione e l’eroismo del protagonista: la storia è quella di Cheng Nan-jung, altro attivista che, rifiutando un processo da parte di un’autorità che non riconosceva, si diede fuoco quando la polizia tentò di arrestarlo. Sono ancora una volta la rabbia e l’orgoglio a dominare il sound della canzone, così come avviene nella successiva “Set Fire To The Island” che è però ingentilita dall’ incipit di erhu e dalle backing vocals di Jesse Liu ed irrobustita da un incalzante ed epico solo di chitarra, per essere infine chiusa da un memorabile finale in cui voce femminile, scream e growl sono sorrette dal crescente suono del “solito” erhu. “Defenders Of Bú-Tik Palace” è la summa dell’intero disco, la canzone in cui gli Chthonic sfoderano tutto il loro repertorio ed, anzi, si superano arrivando ad utilizzare gli strumenti tradizionali come fossero le classiche “armi” di una band metal, sovrapponendo alle chitarre dei break di erhu! Il testo ci racconta del palazzo di Bú-Tik, prima quartier generale delle forze di occupazione giapponesi che repressero una rivolta della popolazione Seediq, e poi teatro di una delle pagine più tragiche della storia taiwanese, il Massacro del 27 febbraio 1947. L’evento è passato alla storia come “2/28 Massacre”, dato che la rivolta avvenuta il 27/2 diede inizio, il giorno successivo, ad una violenta rappresaglia cinese che causò tra le 10000 e le 30000 vittime civili. Il periodo di terrore che ne seguì è considerato oggi una della maggiori spinte verso l’indipendenza taiwanese. La canzone vede la collaborazione della cantante d’opera Tang Mei Yun che, in lingua madre, ricorda i caduti durante questo periodo. Il disco si chiude con tamburi tradizionali, gong e flauto che vanno a comporre l’outro “Undying Rearmament”, con cui la band chiude il cerchio che costituisce “Bù-Tik”. Il disco termina e si resta attoniti, davanti alla potenza sonora, all’ evocativa epicità ed alla forza del messaggio gridato (non solo in senso musicale) dagli Chthonic; proprio questo rende speciale ed unica l’ultima fatica dei cinque taiwanesi: non ci troviamo davanti solo ad un ottimo disco di melodic black metal o alla particolarità di una band che miscela con questo stile le suggestioni dell’estremo oriente. Certo, questo già basterebbe e possiamo sicuramente dire che Freddy Lim e compagni si possono tranquillamente affiancare ai Sigh come esponenti di una scena spesso trascurata; i Nostri, però, vanno oltre. La dirompente forza del loro messaggio è quella che forma una vera opera d’Arte, con la maiuscola d’obbligo. Non ci troviamo al cospetto di un disco, ridurre a questo “Bú-Tik” significherebbe non averlo compreso; ci troviamo, invece, al cospetto di un’ alchimia unica in cui la musica dona forza ed espressione ad un messaggio e questo ispira ed arricchisce l’ascoltatore, regalando la forza di sentimenti che possono derivare solo dal sangue e dalla sofferenza. Questa band, totalmente unica, capitanata da un ambasciatore di Amnesty International, ha scelto la musica metal in una delle sue declinazioni più dure ed estreme per dire al mondo qualcosa ed in questo coglie appieno lo spirito che questo genere doveva avere nella mente di persone come Euronymous, ovvero uno strumento per comunicare ciò che pochi ascoltano. E, se si riflette, l’orgoglio del popolo taiwanese che rivendica la propria indipendenza cantato dagli Chthonic non è così distante dalle tematiche satanistiche o odinistiche utilizzate per affrancare dei giovani norvegesi dalla religione cristiana che, ai loro occhi, simboleggiava la perdita del contatto con le proprie radici. Ascoltate “Bù-Tik”: forse vi piacerà o forse no, ma non potrete non percepirne la forza.



Informazioni Album

Durata: 00:40:40

Disponibile dal: 03/06/2013

Etichetta: Spinefarm

Distributore: Universal

Tracklist

1. Arising Armament

2. Supreme Pain For The Tyrant

3. Sail Into The Sunset's Fire

4. Next Republic

5. Rage Of My Sword

6. Between Silence And Death

7. Resurrection Pyre

8. Set Fire To The Island

9. Defenders Of Bú-Tik Palace

10. Undying Rearmament


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  • Raffaele

    Chissà cosa ne pensa Claudio Giuliani, che ha recensito Takasago Army e Pandemonium, leggendo questa recensione….. :D

  • sorhin

    non ho ascoltato quest’album, ma i precedenti lavori a me sono sembrati…senza infamia e senza lode…appena sufficienti.

  • Lorenzo Ottolenghi

    I lavori precedenti sono assolutamente medi: possono piacere molto o per nulla a seconda della propensione per il genere suonato. Questo disco è, per i motivi scritti, in qualche modo decisamente superiore. Il consiglio è di provare ad ascoltarlo, ma -ovviamente- il giudizio individuale è imprescindibile. De gustibus…

  • Claudio Giuliani

    nel mio mondo ideale gruppi come questo dovrebbero essere confinati alla sala prove per 30 anni, come in Russia si mandava la gente in Siberia ai lavori forzati. Rimango della mia opinione, questa è gente da mandare in catena di montaggio a costruire i nostri smartphone con i quali ascoltare vera musica :D

  • sorhin

    Grazie per le delucidazioni…gli darò una possibilità anche se in effetti il black melodico non è propriamente il mio genere preferito.

  • Lorenzo Ottolenghi

    LOL. Non condivido il giudizio, ma l’immagine mi ha fatto ribaltare :-)

  • andrea

    recensione troppo lunga, non si può scrivere così tanto.

  • Davide Buzzi

    I primi cradle of filth e dimmu borgir non ricordano affatto questa mezza porcheria… io eviterei paragoni così scomodi!