DALKHU – Descend… Into Nothingness

Pubblicato il 29/12/2015 da
voto
8.5
  • Band: DALKHU
  • Durata: 00:43:48
  • Disponibile dal: 15/08/2015
  • Etichetta: Satanath Records
  • Distributore:

Mentre una larga fetta della scena extreme metal contemporanea corre dietro – spesso con successo, va sottolineato – a sonorità necrofile, occulte, contorte e aberranti, qualcun altro prosegue sul sentiero della pulizia dei suoni e di una forma canzone netta, arricchita da sottigliezze, grandi melodie, travolgente dinamismo e inventiva nella creazione di riff memorabili. Qualità, quest’ultima, che nel metal estremo più tradizionale rappresenta lo spartiacque fra i veri campioni e la volonterosa massa dei loro replicanti. I Dalkhu, al secondo album dopo “Imperator” del 2010, si pongono proprio nella categoria di chi non ha voglia di essere attanagliato da sfinenti contorsioni e affogamenti nel marciume e preferisce creare musica altamente emozionale, fierissima, pervasa da un’epicità leggendaria e immaginifica. Qualcosa di sentito ad esempio nell’ultimo disco dei Sulphur Aeon e che ammanta da tempo l’operato dei Behemoth; nel caso del duo sloveno, la miscellanea di stili va a ricomprendere in misura maggiore rispetto ai gruppi nominati i tremolii di certo black metal svedese, scuola Dissection e Watain per intenderci, e si hanno sentori di quell’eleganza nobilissima palesata dai Tribulation di “Children Of The Night” e fatta intravedere anche dagli oggi defunti Morbus Chron. Ad aguzzare meglio le orecchie, ci si accorge che la sfera di influenze non si ferma qui e si possono andare a pescare analogie con i Rotting Christ delle ultime fatiche e in generale col black metal ellenico di ultima generazione, variopinto e titanico quanto enfatico ed armonioso. Ci accorgiamo in fretta che “Descend… Into Nothingness” non è facilmente accostabile a molto altro in circolazione: l’attacco di “Pitch Black Cave”, fra il vocione quasi brutal death di P.Ž., le massicce sei corde e i frastornanti cambi di tempo della batteria, porta a credere che si stia ascoltando un platter di technical death metal a stelle e strisce. Non si fa nemmeno in tempo a maturare questa convinzione che un distensivo giro armonico dà il via a una serie di ‘mordi e fuggi’ fra massacranti sassate black/death e midtempo epicissimi, richiamanti se vogliamo anche i Bolt Thrower più evocativi e la fierezza battagliera del viking metal più robusto. Il tutto compattato da poderose accelerate in blast beat e una botta di suono che non ha nulla da invidiare alle produzioni death metal più patinate. Una partenza di questo calibro non viene sfortunatamente svilita con gli episodi successivi, tra i quali è ben difficile rintracciare qualche smagliatura o individuare un brano che spicchi sugli altri. “The Fireborn” frulla groove spaccamontagne e magnifici scampoli solistici classic metal, arie evocanti bibliche lotte fra popoli nemici si incastonano fra sventagliate di doppia cassa trancianti come i Morbid Angel dei tempi d’oro, mentre le chitarre orchestrano un meticoloso attacco a più dimensioni, basato sia su parentesi serratissime che su armonizzazioni di pregiata fattura. “In The Woods” tiene fede al suo titolo smussando i toni e guardando con successo ai Dark Tranquillity Anni ’90 nella struggente introduzione, la cui relativa mansuetudine serve ad aizzare una controffensiva di chitarre e batteria di inestimabile forza d’urto. Il discorso si complica nuovamente quando i Dalkhu fanno filtrare dapprima un semplice sospetto, poi la certezza di una malinconia strisciante, infiltratasi nel maelstrom chitarristico per concedere brevi attimi di respiro, funzionali ad accogliere con rinnovata gioia le susseguenti, devastanti, ripartenze. “Descend… Into Nothingness” trabocca di ricami strumentali di alta scuola, pensiamo all’affiancamento di un arpeggio al riffing death metal nel finale di “Distant Cry”, o l’avvio di impronta techno-thrash di “Accepting The Buried Signs”. La girandola di riff, mitragliate di tom e doppia cassa, cambi di tempo, momenti di estasiante grandeur è eseguita con la lungimiranza dei musicisti scafati e la freschezza di idee di chi solo da poco ha trovato una breccia per veicolare al mondo la sua visione del metal estremo. I rallentamenti doom della fascinosa “Soulkeepers” aggiungono pathos a un disco che già ne è ridondante, insistendo in intrecci melodici che non esiteremmo a definire sia soavi che terrificanti. La summa del Dalkhu-pensiero l’abbiamo nell’ambiziosa track di chiusura, “E.N.N.F.”, che si abbandona senza più alcuna remora a progressioni trascinanti, imbevute di onnipotenza, destinate a ritirarsi allorché la tristezza sboccia e ammansisce l’iracondo incedere guerresco: intanto, il cavernoso growl resiste sprezzante alle vorticose nenie tratteggiate da chitarre ispiratissime, capaci di esplorare tutta la gamma espressiva concessa dallo strumento. Per il potere d’attrazione, il bilanciamento fra spirito cruento e meticolosi arrangiamenti, senso della melodia e uso attento della brutalità, questo è uno dei migliori album del 2015. Da oggi, anche la Slovenia ha dei fuoriclasse da schierare nel competitivo ‘campionato’ dell’extreme metal internazionale.

TRACKLIST

  1. Pitch Black Cave
  2. The Fireborn
  3. In the Woods
  4. Distant Cry
  5. Accepting the Buried Signs
  6. Soulkeepers
  7. E.N.N.F
7 commenti
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