DOWNSET. – Do We Speak A Dead Language?

DOWNSET. – Do We Speak A Dead Language?

Il nome dei Downset. (sì, scritto proprio col punto finale) è tornato da poco alla ribalta grazie alla ri-fondazione del gruppo avvenuta nel 2013, senza però la presenza all’appello del vocalist Rey Anthony Oropeza, quasi una bestemmia, considerando il singer quale vero motore e inconfondibile marchio di fabbrica della storica formazione rap-core losangelina. Da ciò, ecco arrivare lo spunto di inserire ne I Bellissimi un lavoro del combo ispano-americano, negli anni sempre sottovalutato e spesso vissuto molto all’ombra dei praticamente coetanei Rage Against The Machine, il cui successo planetario è stato sempre fuori dalla portata del gruppo protagonista di questo spazio. Nati come Social Justice addirittura nel 1986, Rey e compari cambiano nome nel 1992 diventando Downset., pubblicando dapprima l’EP/demo “Our Suffocation” e poi l’omonimo debutto nel 1994, nel quale si trova la celebre hit “Anger!”. Passano due anni e, sempre sotto le ali protettrici della Mercury Records, arriva “Do We Speak A Dead Language?”, il vero disco-capolavoro dei Nostri, sotto praticamente tutti gli aspetti. L’approccio lirico di Oropeza, la cui visione delle cose è stata molto condizionata dalla perdita del padre a causa dell’LAPD (Los Angeles Police Department), è qui fra i più profondi mai raggiunti da una formazione socialmente impegnata: non solo tremendamente rabbioso e urticante verso le forze dell’ordine e/o verso un sistema e una società impari, crudeli e disonesti, ma anche introspettivo, personale e razionale nell’analizzare tematiche care a tutti e soprattutto agli emarginati e alle (allora) minoranze etniche degli Stati Uniti. Finora non abbiamo ancora scritto nulla riguardo alla musica, se non l’accenno alla ‘sottomissione’ ai Rage Against The Machine – ricordiamo anche che Rey Oropeza è stato tra i maggiori candidati a sostituire Zack De La Rocha, prima che i RATM scegliessero Chris Cornell e progredissero negli Audioslave: ebbene, i Downset. sono stati fra i prime-mover delle contaminazioni tra punk, metal, hardcore, rap e hip-hop, vicinissimi in tal senso ai Biohazard, agli Stuck Mojo e ai Dog Eat Dog, ma ispirati principalmente da Black Flag, Suicidal Tendencies e – udite, udite! – Black Sabbath. La line-up che registra “Do We Speak A Dead Language?” è orfana del chitarrista Rogelio Lozano – il fautore dell’odierna reunion – e presenta, oltre a Oropeza alla voce, Christopher Lee alla batteria, il lungagnone James Morris al basso e Brian ‘Ares’ Schwager alla chitarra. L’intro è affidato ad un estratto di un discorso di Martin Luther King, che lascia spazio ad un riffone gigantesco ed anthemico che diventa quella che ad oggi resta una delle canzoni più corrosive in ambito hardcore contaminato/metallizzato, ovvero “Empower”. Il susseguirsi della tracklist è poi rapido e incisivo, da non lasciar scampo a vene, coronarie e giugulari varie: “Eyes Shut Tight” presenta il fantastico flow di Oropeza inerpicarsi su riff fluidi e melodici, fino ad arrivare al break groovy e urlato che lascia di stucco, per poi mutare ancora approccio in un crescendo vertiginoso d’intensità; “Hurl A Stone”, “Against The Spirits”, “Fire”, “Sickness”, “Touch”: tutti brani impeccabili e incazzatissimi che alternano sfuriate hardcore a rallentamenti proto-metalcore, vocals bastarde e arpeggi malinconici e struggenti. Si arriva a “Pocket Full Of Fatcaps” ed ecco decollare un riff circolare ed un groove che strappano letteralmente le chiappe dalle sedie, per uno degli episodi più esaltanti del lotto, subito seguito dall’immensa “Sangre De Mis Manos”, cantata in spagnolo da un Oropeza più convinto e abrasivo che mai: un fottuto manifesto. “Horrifying” è sabbathiana nel suo incipit, per poi diventare la solita scarica devastante di riff e hardcore rappato. Dicevamo della versatilità della formazione, che si mostra nel suo massimo splendore durante l’apocalittica “Permanent Days Unmoving”, nella quale il recitato emozionante di Rey si fonde con un oscuro pianoforte e tristi arpeggi, lasciando in chi ascolta un senso di anestetizzato smarrimento, di prematura rassegnazione alla sconfitta. Chiude l’album l’ancora potente “Ashes In Hand”, ma ormai i giochi sono fatti ed il masterpiece è servito. Poco altro da scrivere su un lavoro molto più ricco e significativo di quanto possa apparire all’apparenza un ‘semplice’ disco di hardcore rappato. Non seminale ma semplicemente Bellissimo!



Informazioni Album

Durata: 00:41:28

Disponibile dal: 14/03/1996

Etichetta: Mercury

Distributore: Venus

Tracklist

1. Intro

2. Empower

3. Eyes Shut Tight

4. Keep On Breathing

5. Hurl A Stone

6. Fire

7. Touch

8. Against The Spirits

9. Sickness

10. Pocket Full Of Fatcaps

11. Sangre De Mis Manos

12. Horrifying

13. Sickness (reprise)

14. Permanent Days Unmoving

15. Ashes In Hand


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  • I was a stagediver

    Visti per la prima volta al Forum di Milano quando fecero da supporto ai Pantera e poi nel 1996 al Beach Bum di Jesolo… Altri tempi!!!

  • pasqualone

    c’ero anche io!!Che ricordi…fu una serata splendida!Io ero li solo per la band di Dime ovviamente ma ricordo che sia gli Almighty sia loro mi fecero una buona impressione