ENSEMBLE PEARL – Ensemble Pearl

ENSEMBLE PEARL – Ensemble Pearl

Mentre Greg Anderson è tutto preso dal suo ritorno di fiamma punk, diventando quello che forse oggi il maggior talent scout di hardcore e crust mondiale grazie ai sapienti tentacoli della sua Southern Lord, label ormai (sfortunatamente?) praticamente unicamente votata al punk, l’altro Sunn O))) – Stephen O’Malley – persevera invece imperterrito a smisticare e a rovistare nelle paludi dell’ignoto e dell’astrattismo musicale più totale, proprio come ha sempre fatto sin dalla fine dei Burning Witch. Per dare vita al suo nuvo progetto, O’Malley si è affidato a due monoliti viventi della psichedelia più ellettrificata, ovvero Atsuo Mizuno e Michio Kurihara (rispettivamente bassista/vocalist e chitarrista live/collaboratore di lunga data dei portentosi Boris) e da Bill Herzog, ex bassista della band di Jesse Sykes & the Sweet Hereafter. Insomma, i presupposti per un astrattismo delirante ci sono tutti ed infatti ciò che accade è proprio questo. Il debutto omonimo del progetto collaborativo ci si mostra come un quadro sonico astratto e surrealissimo, dominato da una tendenza ad improvvisare e a lasciare libero sfogo all’istinto che sembra non riuscire a trovare freni. Le percussioni sono ridotte al minimo e nei momenti di maggior intensità disegnano soltanto un reticolato freddo ed asettico di battiti che vanno a rappresentare il cuore vivo ma gelido di un disco scuro e impenetrabile. Il comparto chitarristico è ovviamente quello maggiormente sviluppato, ed è inevitabile che sia così, visto che la fama di destrutturatore totale ella sei corde di O’Malley la conoscono ormai anche le capre, mente Kurihara è considerato uno de massimi esperti della chitarra elettrica psichedelica e space rock moderna. E, in effetti ,i sibili, le folate, i soffi e ruggiti di chitarre annegate in un oblio di feedback, delay e riverberi sono dominatrici assolute del lavoro. La loro sporca figura la fanno l’e-ebow, praticamente onnipresente e assoluto dominatore, e gli archi, mai troppo defilati. Nessuna voce sembra essere presente nel lavoro e le componenti elettroniche (tastiere, synth eccetera), se presenti, forse non sono null’altro che una ennesima metamorfosi delle chitarre, ripresentatesi in incognito sotto altre mentite spoglie. Tra i Sunn O))) e i Boris più snelliti, gli ultimi Earth, gli Æthenor, i KTL, eccetera, il bagaglio musicale di O’Malley e soci anche qui si è ripresentato in maniera inconfondibile, ma è evidente che il lavoro in questione cerchi disperatamente di andare oltre per abbracciare lidi della composizione avantgarde ben più ambiziosi e ricercati. Vengono. per esempio. evocati senza grossi problemi certi momenti catalizzanti e più distesi dei Godspeed You! Black Emperor, come degli Swans, come di Brian Eno, Glenn Branca e perfino dei Pink Floyd (ascoltate per esempio la linea di basso centrale di “Painting On A Corpse” e diteci se non sembra anche a voi il riff iniziale di “Time”!) ,mentre altri rimandano direttamente al kraut rock tedesco di metà anni Ottanta (Faust, Ash Ra Temple e Tangerine Dream in primis) e allo space rock inglese di fine anni Settanta. Insomma, un lavoro estremamente personale, intimo ed ermetico, che i quattro hanno evidentemente creato solo per se stessi e per nessun altro e per permettere il libero scorrere del proprio intimismo e dei propri sentori interiori, qualunque essi siano. Questo album è talmente astratto e inafferrabile che la sua logica di fondo non ci è permesso saperla o conoscerla. Cercare di “capire” è dunque inutile e forse anche impossibile, ma fruire e aprire la mente per l’assorbimento di un lavoro la cui più somma ed evidente caratteristica è l’onestà e la totale libertà espressiva, è invece imperativo.



Informazioni Album

Durata: 01:00:23

Disponibile dal: 19/03/2013

Etichetta: Drag City

Distributore:

Tracklist

1. Ghost Parade

2. Painting On a Corpse

3. Wray

4. Island Epiphany

5. Giant

6. Sexy Angle


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  • barabba

    bel disco anche se preferisco gli Æthenor, perchè più scuri e meno post-rock…