GRANDEXIT – The Dead Justifies The Means

GRANDEXIT – The Dead Justifies The Means

Curiosa la storia degli svedesi GrandExit, che a quanto pare, prendendo come riferimento le peripezie di carriera del loro chitarrista e leader Pontus Pettersson, pare siano giunti al quarto cambio di monicker in quindici anni di vita: da Rage Anthem a Wargasm, passando per Vicious e, dal 2010, appunto GrandExit. Mantenuti sulla barca il secondo chitarrista Simon Jarrolf ed il cantante Dano Wahlstrom, il buon Pontus ha chiamato a completare i quadri della formazione il batterista di origine latina Pablo Munoz e il bassista Fredrik Joelsson, dando così alla luce l’interessante debutto “The Dead Justifies The Means”, ben accolto e pubblicato dalla Lifeforce Records. Ci troviamo di fronte, una volta ascoltato per bene il disco, ad un prodotto tipicamente swedish, sia nei suoni che nelle sonorità: chiamatelo thrash-death metal o melodic death metal che dir si voglia, fatto sta che in questo esordio si può udire tanto materiale risalente alla decade dei Nineties, quando la leggenda del metallo svedese nasceva, prendeva forma e si sviluppava: non vengono nascoste, difatti, le influenze primeve associabili al movimento che, all’epoca, nacque a Stoccolma e poi si trasferì per bacino d’utenza a Goteborg, laddove Ceremonial Oath, Eucharist, At The Gates, Edge Of Sanity, primi In Flames e primi Dark Tranquillity tendevano a dettar legge. Aggiungete alla melassa dei GrandExit corpose siringate di The Haunted – forse quelli più prog-oriented di “The Dead Eye” – e spessi richiami anche al chitarrismo dei Carcass di “Heartwork”, ed il gioco è pressoché fatto. Un tocco di modernità al tutto, inoltre, viene fornito da alcune ritmiche più groovy e triggerate, che non disdegnano paragoni con il più moderno metal-core, e che ben bilanciano la lieve asperità di songwriting che si avverte durante le prime fruizioni, non particolarmente facili e intelliggibili, considerato l’elevato numero di riff e l’intrico di passaggi presente in “The Dead Justifies The Means”, lavoro che cresce molto con gli ascolti e che impiega davvero poco tempo a farsi apprezzare, dopo le appena citate perplessità iniziali. Ci sono dei cali di tensione lungo la tracklist e anche un finale che non convince appieno, con la poco incisiva “The Superior Arrival” a chiudere i giochi, preceduta da una “Are You Even Alive?” decisamente (troppo) odorosa di Hypocrisy e dall’esperimento “Obstacle Run”, brano truce e veloce ma dotato di un caracollante chorus pulito. In compenso la prima parte dell’album è davvero molto piacevole e trova in “Genetic Greed” e “Kingdom Of Emptiness” i suoi migliori momenti. Un buon lavoro, dunque, per i GrandExit, per i quali prevediamo un futuro roseo se riusciranno ad aumentare un po’ le dosi di personalità, ad oggi un po’ latitanti. Bravi.



Informazioni Album

Durata: 00:38:32

Disponibile dal: 08/07/2013

Etichetta: Lifeforce Records

Distributore: Audioglobe

Tracklist

1. The Striven

2. Lost At Sea

3. Judgement Of The Wicked

4. Buried

5. Kingdom Of Emptiness

6. Box Of Glass

7. Genetic Greed

8. Obstacle Run

9. Are You Even Alive?

10. The Superior Arrival


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