Il sole putrefatto del sud degli Stati Uniti splende ancora, inesorabile, lurido, immenso, sopra le nostre teste. Il ritorno degli Hull, qui alla seconda fatica, è la prova che in questa scena purulenta c’è parecchia gente che ha tanta voglia di spingersi oltre e pochissima voglia di ripetersi o imitare i propri colleghi. Dove hanno “fallito” i Rwake con l’ultimo, e molto (troppo) “controllato” “Rest”, forse, riescono gli Hull con “Beyond The Lightless Sky”, un album di sludge metal sia evoluto, nella sua morfologia “post” e psichedelica, che tradizionale, nella sua morbosa indulgenza nelle liturgie country e blues tipiche del profondo sud americano. I Rwake, si diceva, sembrano essere i cugini più prossimi ai nostri, ma la linealogia degli Hull è difficilmente confondibile. Si potrebbe andare a ritroso partendo ovviamente dagli Eyehategod, passando dagli His Hero Is Gone e dai Cavity e risalire la china, sfiorando i Damad, e i Battlefields, fino ad arrivare ad un presente avvincente “spalmato” in varie direzioni: Mastodon e Kylesa sopratutto, addirittura Mouth Of The Architect e Eagle Twin. Insomma, sapete di cosa si parla, perchè come dicevamo poc’anzi, il DNA degli Hull fa veramente fatica a nascondersi. Dei Nostri va comunque detto che la loro carta vincente sta nel fatto che cercano di polverizzare la loro proposta, di renderla più eterea e intelleggibile, in modo tale da presentarsi con un approccio più ambiguo ed affascinante. La opener di oltre dieci minuti, “Earth From Water”, sposta enormi quantità di watt e bile infetta, ma conosce benissimo anche il potere “distruttore” della delicatezza. La traccia si sfliaccia così nel finale con un tappeto di chitarre acustiche che ricordano da lontano i 16 Horsepower e Six Organce Of Admittance. Episodi simili si materializzano con la quasi del tutto acustica, e soporifera, “Just A Trace Of Early Dawn”. Insomma, un simbionte inaspettato, ma il trucco del fascino incrementato tramite l’ambiguità e il contrasto di umori opposti è riuscito ai Nostri alla perfezione. Stessa cosa vale per la molto “folky” “Curling Winds”, seguita bruscamente, quasi come fosse la improvvisa morte della stessa, dalla devastante “Fire Vein”, che a sua volta nel finale si accartoccia su se stessa in un riuscitissimo ballatone southern metal. Non mancano di certo momenti di puro-crust core inferocito, come quando la title track decide di riportare tutto a fuoco e ricordarci senza mezze misure che, alla fine di tutto, stiamo parlando di metallo pesantissimo, e della razza più rozza, oltre tutto. La mastodoniana “False Priest” è forse il momento più avvincente del lavoro: lenta, progressiva, montagnosa e vorticosa: ricorda una “Hearts Alive” “disperata” la cui componente prog sembra essere stata soffocata da un assalto hardcore al vetriolo. In sintesi, non si sono inventati nulla di nuovo, gli Hull, ma ci hanno passato tra le mani un disco col cuore. Un cuore appena strappato dal torace, e ancora pulsante e sanguinante.
Informazioni Album
Durata: 00:56:58
Disponibile dal: 11/10/2011
Etichetta: The End Records
Distributore: Masterpiece
Tracklist
1. Earth From Water
2. Just A Trace of Early Dawn
3. Beyond the Lightless Sky
4. Curling Winds
5. Fire Vein
6. Wake The Heavens, Reveal The Sun
7. False Priest
8. A Light That Shone From Aside The Sea
9. In Death, Truth