JAMES LABRIE – Impermanent Resonance

Pubblicato il 01/08/2013 da
james labrie - Impermanent Resonance - 2013
voto
7.0
  • Band: JAMES LABRIE
  • Durata: 00:49:45
  • Disponibile dal: 29/07/2013
  • Etichetta: Inside Out
  • Distributore: EMI

Scrivendo la recensione di “Impermanent Resonance”, nuovo lavoro firmato James LaBrie, ci viene subito alla mente la stringata frase promozionale presente sull’annuncio pervenuto in redazione: ‘il nuovo lavoro segue la direzione musicale del precedente’. Un po’ stringato, forse, il buon James in questa frase, soprattutto considerando che nelle note promozionali solitamente si cerca di spingere il prodotto esaltandone le qualità; ma dobbiamo però ammettere che almeno in questo caso la frase risulta quantomeno calzante. “Impermanent Resonance” è la diretta continuazione di “Static Impulse”, una continuazione sottolineata oltre che dalla musica anche dalla copertina, una versione più dark e psichedelica di quella precedente, e dal titolo, il quale che contrappone i concetti di ‘static’ e ‘impermanent’, affiancandoli a termini fisici quali ‘impulse’ e ‘resonance’. Tutto uguale dunque trai due album? Be’, tutto uguale non possiamo proprio dirlo, ma è sicuramente più facile trovare punti in comune tra questi due dischi che non nel resto di tutta la discografia solista del cantante statunitense. Le coordinate di “Impermanent Resonance” sono quindi quelle previste: un metal moderno e aggressivo eppur melodico nelle intenzioni, dalla mentalità aperta e pronto ad accettare input che arrivano tanto dalla scena progressive quanto da quella djent o dal death melodico di marca svedese. Il drumming dinamico e carico di groove di Peter Wildoer è ancora protagonista, ponendosi come eclettica e indispensabile base per le chitarre ribassate del nostrano guitar hero Marco Sfogli; tutto questo a supporto delle vocals del Nostro le quali, pur mantenendo un approccio sempre basato sulla melodia e sull’orecchiabilità dei ritornelli, mostrano comunque la manifesta voglia di sperimentare e di uscire dagli schemi dell’immagine che con venticinque anni di carriera con i Dream Theater si è venuta a creata intorno a lui. Sono dodici le canzoni incluse in questo album, tutte di relativamente breve durata, ma ben costruite e ancor meglio eseguite, nelle quali si trova facilmente traccia di tutto quanto parlato finora. L’opener “Agony” si apre con l’aggressività brutale che contraddistingueva anche l’opener di “Static Impulse”, col growl di Wildoer a rubare la scena alle linee più soft di LaBrie; mentre le influenze djent che abbiamo citato prima si colgono invece chiaramente nelle chitarre e nella pulita produzione che ricorda il sound rifinito ed industriale di Misha Mansoor e dei suoi Periphery. I brani si alternano velocemente grazie alla ridotta durata e non stancano, rimanendo anzi facilmente in testa, come mostrato dalle belle “Undertow” e “Holdin On”, veri manifesti del LaBrie attuale, così in equilibrio tra melodie tradizionali e aggressività modernista. Non tutto qui è però all’insegna del solo metal moderno ed elettronico: a richiamarci alla mente echi non tanto velati di un James ancora a proprio agio con partiture melodiche e ragionate ci pensa la ballad “Say You’re Still Mine”, il cui dolce pianoforte ci riporta appunto a sonorità più classiche, senza però mai avvicinarsi troppo al territorio Dream Theater. L’impressione che abbiamo adesso, a tre anni di distanza da quello “Static Impulse” che aveva colpito l’attenzione della critica con sonorità allora inaspettate, è che la squadra compositiva stretta dal cantante Canadese con gli amici Peter Wichers e Matt Guillory sia destinata a durare a lungo. Non tanto perché le composizioni presenti su questi album siano particolarmente geniali, o particolarmente innovative, ma più che altro per il fatto che è il cantante stesso il primo a sembrarci veramente a proprio agio. Non possiamo quindi che prendere atto di questa prepotente affermazione di una personalità così diversa da quella posseduta dal singer all’interno della band madre, ed apprezzare un album che, relativamente al genere di appartenenza, risulta sicuramente interessante e ben fatto.

TRACKLIST

  1. Agony
  2. Undertow
  3. Slight of Hand
  4. Back on the Ground
  5. I Got You
  6. Holding On
  7. Lost in the Fire
  8. Letting Go
  9. Destined to Burn
  10. Say You're Still Mine
  11. Amnesia
  12. I Will Not Break
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