MANTAR – Death By Burning

MANTAR – Death By Burning

Il dato eclatante di questo duo di stanza ad Amburgo è la conferma al Roadburn 2014 ancor prima della pubblicazione dell’esordio discografico. Gli organizzatori del prestigioso festival olandese hanno fiutato qualcosa di grosso, da attenti osservatori della musica meno convenzionale e più stimolante in circolazione hanno deciso di anticipare la concorrenza e mettere in vetrina questi due manipolatori di sludge, rock, hardcore e black metal. Dei Mantar si sa poco o nulla, se non che sono uno turco e l’altro tedesco, si sono formati nel 2012 e prima di “Death By Burning” hanno pubblicato un 7’’. Se la biografia è scarna e nebulosa, la stessa cosa non si può dire di “Death By Burning”, fucilata al cuore per chi è incessantemente alla ricerca del baricentro tra puro intrattenimento, stimolazione delle sinapsi, abbrutimento ed headbanging spaccacolonna. I Mantar sono una delle possibili risposte a questi dubbi esistenziali. Hanno l’indole grezza del punk, il nichilismo del black quando si dibatteva nel proprio brodo primordiale, l’obliquità dei Melvins dal volto umano. A questo piatto già bello calorico e da palati forti, aggiungono un pizzico di noise, il rombo del rock’n’roll ai volumi da frantumazione del timpano, le rotture di ritmo perpetrate negli anni ’90 da Helmet e Snapcase. Manca il basso, e non se ne sente la mancanza e anzi, ciò toglie completamente i freni inibitori al ruolo della chitarra, che si compiace di deliziarci con partiture ora fangose, ora selvagge e pungenti, sempre viziosamente un po’ fuori dai canoni e sorprendente nei cambi di direzione che dona ai pezzi. Il mid-tempo spezzettato, teso e in procinto di tramutarsi in ghigliottinata è la modalità di movimento prediletta dal duo, che veleggia su due fronti contemporaneamente. Uno è quello della ruvidità sludge/core pesantemente motorheadizzata, l’altro fa riferimento alle armonie presenti sotto questo primo strato sonoro, e che in più occasioni emergono dallo stato latente e prendono il sopravvento. Stiamo parlando, tanto per fare un esempio concreto, di “Astral Kannibal”, aperta da una sporcizia sonica intrisa di melanconia e sviluppata su tempi medi all’acido muriatico, con una melodia principale molto riuscita al centro del discorso. Intrigante e inquietante è lo spoken words grigiastro, virato sul nero, di “The Berserker’s Paths”, mentre si spinge ancora più in là nel solleticare piacevolmente i sensi il riffing siderale di “White Nights”, pezzo mirabile, in cui i Mantar si lanciano nelle galassie, al pari di una sgamata band post-metal. Altrove le sollecitazioni vanno verso il basso ventre, senza cedere nulla in qualità, e troviamo degli inopinati ponti con le deflagrazioni di casa Kvelertak. “Cult Witness” ha proprio l’incedere oltraggiosamente contagioso dei norvegesi, e ci si ripete in similari nefandezze dalle parti di “The Huntsmen”. Sia in un caso che nell’altro, possiamo giusto notare un suono meno saturo degli autori di “Meir”, e un grado di malvagità decisamente superiore. D’altronde, la coltre di pece che circonda il lavoro è sottile, ma non vi sono punti in cui sia scalfita e trapeli della positività. A mettere tutti d’accordo e a far cedere le armi anche agli scettici ci pensa la traccia più Motörhead-oriented, “The Stoning”, destrutturazione e ricomposizione in formato hardcore alla massima negatività del Lemmy-pensiero. Altro coniglio mannaro tirato fuori dal cilindro dalla sempre illuminata Svart Records, questi Mantar sarà il caso di tenerli d’occhio.



Informazioni Album

Durata: 44:26

Disponibile dal: 07/02/2014

Etichetta: Svart Records

Distributore:

Tracklist

1. Spit

2. Cult Witness

3. Astral Kannibal

4. Into the Golden Abyss

5. Swinging the Eclipse

6. The Berserker's Paths

7. The Huntsmen

8. The Stoning

9. White Nights

10. March of the Crows


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  • Filippo Caino Apostata

    bello. ma proprio bello. reprimo anche la mia riprovazione morale per l’assenza del basso.
    quelli del roadburn come al solito hanno la vista lunga.