MORNE – Shadows

MORNE – Shadows

Ciò che colpisce e intriga maggiormente della musica dei Morne è la sua enorme semplicità e genuinità. Il modo in cui questi ragazzi di Boston compongono musica che è completamente priva di pretenziosità e pomposità senza però essere priva di una epicità e profondità estremamente piacevoli e concrete. I Nostri sono in grado di creare canzoni lunghe, scure e tortuose che però scorrono fluidissime e aggraziatissime grazie alla totale assenza in essa di grumi, spigoli o grovigli stilistici che sono invece riscontrabili nella musica di chi ha la tendenza a strafare o a fare il passo più lungo della gamba. Quella dei Morne è musica dominata da fierezza e grazia ma non priva di umiltà e di un pragmatismo onesto e genuino. Partendo da solidissime basi crust e punk i Morne hanno mantenuto sempre elevatissimo negli anni il vessillo di una visceralità punk matura ed evoluta che ha però saputo anche sapientemente mantenerli con i piedi a terra e che ha permesso loro di abbracciare i solidi pilastri dell’heavy metal classico e del proto-doom dei Sabbath e le enigmatiche e affascinanti spire del post-punk e della darkwave inglese. La discografia dei Nostri a questo punto appare altamente intrigante poiché, pur entro i confini di influenze evidentissime, i Nostri non si sono mai ripetuti, ma anzi hanno confezionato sempre lavori stilisticamente estremamente differenziati senza incappare mai in un passo falso o in una caduta di stile. Il primo disco dei bostoniani – “Untold Wait” – mostrava il loro lato più irruento e viscerale della band, prima manifestazione della loro urgenza punk, poggiandosi saldamente sulle ancestrali radici crust della band e aprendo la strada ad un lavoro furioso e bellicoso che si è poi inserito alla perfezione in quella famiglia di cruster apocalittici guidati da gente come i Tragedy e gli From Ashes Rise. Non a caso il disco fu licenziato proprio dalla Feral Ward di Yannick Lorrain. Il secondo lavoro, “Asylum” ci ha riconsegnato la band in vesti rimaneggiatissime, e intenti ad esplorare gli scenari nefasti del post-metal e del post-harcore più atmosferico e introverso, seguendo molto di più i passi dei Neurosis e del loro hardcore-doom dominato da tastiere e atmosfere, mentre questo nuovo “Shadows” ci riconsegna la squadra guidata dal frontman-chitarrista Milosz Gassan e del chitarrista Jeff Hayward (storico axeman dei Grief e dei Disrupt) in vesti ancora una volta del tutto inedite rispetto al passato e stilisticamente nuovamente intrisi di un’ambiguità affascinante e magnetica. “Shadows” è un lavoro estremamente sognante e introverso, ben più che in passato, e forse anche per questo anche molto meno ruvido e diretto. E’ un disco in cui la rabbia dei due precedenti lavori è smorzata e diluita in una maturità evidentissima che ha preferito ripiegare su scenari stilistici più riflessivi e malinconici. La musica tutta, in generale, ha acquistato lineamenti decisamente doomy e decadenti, ed è dominata da ritmiche lentissime e tracimanti dal grandissimo carico emotivo. Le canzoni sono ben più lunghe che in passato e il loro andazzo depresso e agonizzante ha generato in tutto il lavoro un senso di smarrimento palpabilissimo che spesso sfocia in sensazioni quasi occulte o ritualistiche. Stavolta siamo nei pressi di band come i Pallbearer, gli Yob e i Cough, e di quel doom fumoso, catramoso e occulto ma pervaso di una fierezza e di una regalità immanente. I riff di Gassan e Hayward sono basati su una semplicità d’esecuzione che li rende praticamente perfetti poiché privi di alcuna pretenziosità o complessità, e dunque altamente efficienti, e dotati di uno splendido taglio “classico”. I riff rimangono sospesi in pause enormi in maniera perfetta e il feedback scorre sicuro con la fiducia che solo dei maestri sono in grado di maneggiare. Le voci di Gassan sono torturati ululati di dannazione e redenzione, urla solitarie perse in una notte interminabile che altro non fanno che ingigantire l’ambiguo carico di introversione del lavoro, mentre la sezione ritmica fa eco al tutto grazie ad una performance impeccabile e mai inopportuna e sempre radicata in una semplicità di esecuzione tanto efficace quanto necessaria. Dopo un album crust stupendo, un album post-metal tra i migliori del 2011 e ora uno dei migliori album doom che ci è capitato di sentire quest’anno: non sappiamo più davvero cosa chiedere di più a questi quattro straordinari musicisti.



Informazioni Album

Durata: 00:39:39

Disponibile dal: 23/07/2013

Etichetta: Profound Lore

Distributore:

Tracklist

1. Coming of Winter

2. A Distance

3. New Dawn

4. Shadows


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  • Filippo Caino Apostata

    davvero bellissimo. non li conoscevo, ottima scoperta. bella mattì!

  • MattiaAlagna

    il primo, “Untold Wait” e’ una bomba. il secondo “Asylum” anche se di poco e’ meglio di questo, che e’ – nonostante sia pur sempre un ottimo album – il più debole che hanno fatto…

  • Filippo Caino Apostata

    pensa te… devo ascoltarmi quanto prima gli altri due, sono già li che aspettano!

  • MattiaAlagna

    si, come ti dicevo, soprattutto UNTOLD WAIT e’ favoloso.

  • Filippo Caino Apostata

    sentito ieri. ovviamente confermo. che botta.

  • MattiaAlagna

    si, uno dei piu’ belli album propriamente “Crust” che ho mai sentito, bello zozzo, atmosferico, epico e groovy. con questi ultimi due invece sono divenuti piu’ doom e sludge, ma UNTOLD WAIT sta su un pianeta tutto suo.

  • Filippo Caino Apostata

    e anche con asylum è stato amore a primo ascolto. alla faccia tua, màstein!

  • Marcio

    A distanza di un anno il mio apprezzamento per Shadows è cresciuto a dismisura. Sinceramente non saprei dove piazzarlo come gradimento. Adoro tutti e tre i loro full.