PENTAGRAM – Day Of Reckoning

Pubblicato il 11/08/2016 da
voto
9.0
  • Band: PENTAGRAM
  • Durata: 00:34:31
  • Disponibile dal: 01/06/1987
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  • Distributore:

Partiamo dall’immagine: quante volte l’avete visto, il logo dei Pentagram, stampato sulla maglietta di qualche musicista o di sodali intervenuti a qualche concerto? Decine, a volte senza nemmeno farci caso, tanto certi monicker sono radicati nella nostra memoria, quanto meno quella visiva (come ad esempio Motorhead, Iron Maiden, scritte che anche chi non conosce nulla di metal saprebbe riconoscere). Questo per definire quanto, in realtà, la band statunitense sia da annoverare fra i nomi fondamentali per l’intero movimento, cosa che cozza contro quello che effettivamente è stato il successo poi raccolto dai Pentagram, conosciuti sì ma non troppo, ri-conosciuti come seminali ma magari non come i [inserire a piacimento nomi delle band che di solito usiamo come riferimento per il doom classico]. Questioni di tempistica probabilmente, di trovarsi nel posto giusto al momento sbagliato tra scioglimenti e sfiancanti cambi di line-up prima ancora del debutto discografico (la band nasce nel 1971 e il primo album è dell’85, quando il mondo heavy era già stato completamente stravolto)…e un po’ di sfortuna, poi, di sicuro. Questo però non scalfisce nemmeno per un secondo il valore intrinseco ed iconico di un disco come “Day Of Reckoning”, che con il suo doom sabbathiano così oscuro, eppure così musicale, ammantato di hard rock e metal, ha avuto modo di forse non essere la maggiore, ma di certo un’importante parte, delle ispirazioni di diverse formazioni a venire. L’opera – siamo nel 1987 (quando escono anche “Epicus Doomicus Metallicus” o “Born Too Late”, a voler parlare di diversi modi di intendere il doom) – si apre con la title track, dove i riff sono la scusa per raccontare un mondo di morbosità e di pulsazioni, un incedere mutuato da radici blues e da un riffing semplice ma che sprigiona una forza irresistibile: non ultima, la voce di Bobby Liebling, così stralunata, eterea, diversa da quello che ci si aspetterebbe, eppure dannatamente azzeccata per un pezzo che cresce ogni volta che lo si ascolta. Si passa a “Broken Vows”, doom anni ’70 per un pezzo che brillerebbe in molti corsi per chitarra solista e che solo per la linea melodica a metà brano sarebbe valso l’acquisto dell’album. “Madman” è più scanzonata e richiama le atmosfere della title track, sebbene più sbarazzine, con un riffing che fa presa e tempi più elevati che apprezzeremo soprattutto nella parte centrale; mentre “When The Screams Come” resta su lidi vagamente più psichedelici ed astratti, benché stupisca come anche in un brano del genere il tiro riesca ad essere sempre presente e tangibile, merito anche della sezione ritmica (a tal proposito, nella versione originale la batteria è affidata al compianto Stuart Rose, venuto a mancare quest’anno, eccetto che per “Burning Savior”, dove suona quel Joe Hasselvander che ri-registrerà tutti i brani nella pur ottima reissue del ’93), che sa tenersi nello sfondo a maggior gloria delle sei corde, senza però mai mancare un colpo nel tappeto sonoro. Il pezzo da novanta è l’unico scritto in coppia da Griffin e Liebling, la citata “Burning Savior”, nove minuti introdotti da un’atmosferica e luciferina chitarra acustica con rullate sui tom ad aprire un incipit che quasi ricorda i Mercyful Fate per intensità e malignità e prosegue tra aumenti di tensione, voci cangianti e ipnotizzanti nella loro malattia, e riffing marziale ad intrecciare diversi registri: un piccolo capolavoro che culmina in un finale chitarristico esemplare per quel doom che già negli Anni ’80 si stava tramutando in qualcosa d’altro. In dirittura d’arrivo troviamo “Evil Seed”, quasi un faceto tributo ai Black Sabbath; in realtà la faccenda è dannatamente seria: mescolati con un estremo controllo della propria personalità, non riusciamo a non sentire eco di “Electric Funeral”, “Sweet Leaf”, “Hand of Doom”, tra le chitarre rocciose di Victor Griffin, i suoi assoli, e tutti i Pentagram che sembrano volerci sfidare a smascherarli: estro, crediamo si chiami. A chiudere troviamo “Wartime”, perfetto finale per un masterpiece di doom metal tanto acido e spettrale: nessuna intro, palm mute dritto e integerrimo e voce quasi ecclesiastica (una band come i Ghost ci deve aver sguazzato, ascoltando i Pentagram) e scarrellate a legare i vari pezzi che si chiudono in una inaspettata commistione psycho-rock / doom metal che dura pochi disturbanti secondi, con finale da assunzione di acidi. Neanche a dirlo, da buona band maledetta, i Pentagram si scioglieranno appena l’anno dopo, per poi riformarsi il lustro successivo mantenendo il proprio status di band culto, di nicchia, quel nome che tutti conoscono ma che non tutti approfondiscono e che tutt’oggi, a una quarantina d’anni dalla fondazione, continua a calcare palchi. Fondamentale.

TRACKLIST

  1. Day of Reckoning
  2. Broken Vows
  3. Madman
  4. When the Screams Come
  5. Burning Savior
  6. Evil Seed
  7. Wartime
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