SHAPE OF DESPAIR – Monotony Fields

Pubblicato il 07/07/2015 da
voto
8.5
  • Band: SHAPE OF DESPAIR
  • Durata: 01:14:24
  • Disponibile dal: 15/06/2015
  • Etichetta: Season Of Mist
  • Distributore: Audioglobe

Più di dieci anni di attesa (escludendo una cover ed un 7’’ non molto significativo): è con uno stato d’animo carico di aspettative che inizia l’ascolto di “Monotony Fields” dei finlandesi Shape Of Despair, aspettative unite al timore che la band abbia proseguito l’ammorbidimento sonoro dell’ultimo “Illusion’s Play”. Le note basse di un synth aprono il disco, pochi accordi a cui poi si unisce la melodia creata dal cantato della tastiera; con pesantezza e grazia arrivano chitarre, basso e batteria. Il tempo è lento, manca la profusione di accordi maggiori che aveva tanto cambiato il sound della band ed è tornato il peso gravoso ed ossessivo; la melodia che guida è creata dall’intreccio di una chitarra e dalla “mano destra” del synth, mentre basso, seconda chitarra e “mano sinistra” riempiono di soverchiante oscurità le atmosfere di “Reaching The Innermost”. Cinque minuti, una nota viene lasciata lunga, il pezzo riprende ed il growl profondo e sepolcrale di Henri Koivula irrompe, spazzando via gli ultimi timori e – con loro – il ricordo di Pasi Koskinen. Dopo essere sprofondati nell’abisso, ecco una chitarra che schiarisce e porta un raggio di luce nel nero più disperato, la voce celestiale di Natalie Koskinen allontana le nuvole, ci mostra il cielo limpido. Ma quando resta sola, quel suono abbandonato a se stesso prende un aspetto inquietante, di vuoto e abbandono e tali sono le sensazioni dominanti quando il pezzo finisce. E questa è solo la prima traccia. Il synth che apre il disco, lo chiuderà anche, facendo da vero e proprio drone ( nell’accezione strettamente musicale, non del genere suonato, per intenderci, dai Sunn O))) ), unendo non solo le strutture dei singoli pezzi, ma anche ogni singola traccia del disco alle altre, creando un continuum che rende i quasi 75 minuti di musica un’esperienza che esprime il meglio di sè, quando viene fruita nella sua totalità. Non ci dilungheremo in un track-by-track, perché ogni singola canzone è un tetro viaggio nella nostalgia e nell’abisso più cupo di noi stessi, ma questo ritorno di una delle band più fondanti nell’attuale panorama funeral doom è più che riuscito: “Monotony’s Field” è probabilmente il lavoro migliore degli Shape Of Despair ed uno dei migliori dischi del genere. Genere che, per le sensazioni che trasmette e per l’estremismo espresso tramite la lentezza, piuttosto che con velocità o blast-beat, viene difficilmente approcciato anche da chi è avvezzo alle sonorità più “forti”. Questo disco è senz’altro un ottimo ingresso nelle cupe profondità del funeral, un lavoro che riesce ad annichilire e a colpire con la violenza di una lenta ma inesorabile colata lavica. Non commette l’errore di “bollare” il genere (e questo capolavoro) come musica “triste”; certo, il funeral doom è, probabilmente, il genere più impermeabile ai cambiamenti e, se si escludono band come Ahab o Ea, poco è davvero cambiato dagli esordi dei prime-mover Thergothon e Skepticism, ma questo non rappresenta, per forza, un difetto, soprattutto in un tipo di musica che trova la sua forza nell’ossessivo ripetersi di pattern che vogliono apparire sempre uguali, definendo -attraverso la lentezza portata al parossismo – l’espressione dei sentimenti più oscuri che, da sempre, rappresentano il cuore del metal estremo. E tutto questo è ben evidente nello sfibrante massacro di un pezzo come “Descending Inner Night”, che racchiude in se l’oscurità e la complessità dell’essere umano, contagia come un morbo e dimostra come il vuoto ed il nulla, il confrontarsi con il proprio destino di svenimento nella non esistenza, sia più terrificante di qualunque invocazione satanica, di ogni descrizione autoptica o della declamazione delle peggiori nefandezze. Già, perché “Monotony Fields” non ci racconta una storia, non ci parla delle sensazioni di qualcuno altro da noi: quando il disco finisce, con le ultime note di tastiera, quello che resta è la consapevolezza che gli Shape Of Despair hanno parlato a noi di noi stessi; che ci hanno raccontato la zona più in ombra della nostra mente e che hanno scoperto ogni paura che credevamo di aver nascosto, riaperto ogni ferita che credevamo cicatrizzata e richiamato tutte le lacrime che credevamo di aver già pianto: la forza della musica è stata tale che ricominciamo a respirare, vivendo una catarsi, espressa da qualcosa che non ci abbandonerà con facilità. Abbiamo visto l’abisso e, come ha insegnato Nietzsche, “quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso guarda dentro di te”.

TRACKLIST

  1. Reaching The Innermost
  2. Monotony Fields
  3. Descending Inner Night
  4. The Distant Dream Of Life
  5. Withdrawn
  6. In Longing
  7. The Blank Journey
  8. Written In My Scars
29 commenti
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