WITHIN TEMPTATION – Enter

WITHIN TEMPTATION – Enter

È il 1997 ed è un periodo di transizione per il gothic metal europeo: debitore a livello di sound ai primi Paradise Lost, My Dying Bride ed Anathema e basato sul classico dualismo ‘beauty and the beast’ tra una coppia di cantanti maschio-femmina dietro al microfono, esso ha già visto i propri capolavori uscire anni prima, seguiti da una miriade di uscite secondarie che hanno praticamente saturato il mercato. I The 3rd And The Mortal, dopo l’ingresso in formazione di Ann-Mari Edvardsen, si preparano a stravolgere il proprio stile a favore di una sperimentazione sonora a dir poco eccessiva, che spiazzerà i propri fan con l’uscita di “In This Room”; lo stesso stanno facendo i Theatre Of Tragedy, usciti l’anno prima con il capolavoro “Velvet Darkness They Fear”, che da “Aegis” in poi, che uscirà nel 1998, introdurranno l’industrial nel proprio sound; i The Gathering, ovvero quelli che con “Mandylion” hanno aperto la strada a tutti gli altri, la coppia di cantanti l’hanno abbandonata da tempo, ed ora, dopo l’etereo “Nighttime Birds”, si apprestano a lasciare per sempre il gothic a favore della ricerca psichedelica e progressiva che porterà l’anno dopo a “How To Measure A Planet?”. I Within Temptation arrivano sulla scena in clamoroso ritardo: la band ufficialmente si forma nel 1996, attorno ai fratelli Westerholt, Robert e Martin, chitarrista il primo, tastierista il secondo (che in futuro sarà fondatore dei Delain dopo la sua uscita dai Within Temptation). Nella band viene invitata come cantante la fidanzata di Robert, Sharon Den Adel, all’epoca molto timida, acqua e sapone e fisicamente in carne, completamente differente dalla diva suprema che possiamo ammirare oggi; la formazione è completata da Michiel Papenhove alla chitarra solista, Jeroen Van Veen al basso e Ivar De Graaf alla batteria. Dopo l’immediata release di due demo, la band firma un contratto con la DSFA Records, che manda i Within Temptation a registrare il proprio disco di debutto in tempi molto ristretti. Con le canzoni non ancora definite completamente e solamente due settimane per registrare e tre giorni per il mixaggio, i Within Temptation escono dallo studio con un piccolo miracolo: “Enter”, contro tutte le aspettative dettate dalla fretta e dall’urgenza, è un grandissimo album. La produzione è eccellente ed il songwriting, terminato in corsa mentre i brani venivano incisi, è nettamente superiore alle previsioni. La parte da protagonista è affidata alla voce eterea, stilisticamente ancora acerba ma potente e cristallina, di Sharon Den Adel, che sfodera vocalizzi eccezionali mai più riproposti nell’arco della carriera, in netto contrasto con il growl gradevole e poco carico di Robert; musicalmente lo schema gotico alla Paradise Lost è dominante, con il mid tempo come unica soluzione e tutti gli strumenti, ad eccezione delle tastiere di Martin Westerholt, a costante servizio della ritmica. Otto i brani, per poco più di quarantacinque minuti di durata, tra i quali spiccano l’opener “Restless”, tristissima ballad affidata alla sola cantante femminile, nella quale Sharon ha modo di mostrare immediatamente di cosa sia capace di fare con le corde vocali; la title track, struggente e varia, che nel bridge quasi a cappella prima dell’ipotetico ritornello affascina e seduce; la delicata “Pearls Of Light” e “Deep Within”, affidata alla sola voce maschile, per l’occasione affiancata dall’ospite speciale George Oosthoek degli Orphanage; ma la qualità generale è davvero eccellente per tutti quanti i brani. “Enter” non viene premiato dal pubblico alla sua uscita e servono ben quattro anni prima che i fan se ne accorgano, dopo il grande successo del singolo “Ice Queen”, dal secondo album “Mother Earth”. “Enter” mostra i Within Temptation come non sono mai più stati (ad eccezione dell’EP “The Dance”, del 1998, abbastanza discutibile), perchè lo stile ed il sound dal secondo album subiranno un cambio drastico, con l’abolizione del cantato maschile e la trasformazione del gothic originario in un sound molto più vario, accessibile e concretamente meno duro; persino i testi cambieranno registro, spostandosi da morte, oscurità e fantasmi a fantasy, sentimenti e natura. “Enter” è un album grandioso, rimasto un pezzo unico nella carriera della band.



Informazioni Album

Durata: 00:45:55

Disponibile dal: 06/04/1997

Etichetta: DSFA Records

Distributore:

Tracklist

1. Restless

2. Enter

3. Pearls Of Light

4. Deep Within

5. Gatekeeper

6. Grace

7. Blooded

8. Candles


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  • Syward77

    Oggi si prende 8,5, ieri fu alquanto sottovalutato dalla critica, me lo ricordo, stavo quasi per non prenderlo, poi decisi a dargli un ascolto,quando si faceva nei negozi, fui colpito e divenni un loro Fan. Si poi il boom strameritato con Mother Earth,, ma a quel tempo questo gioiellino fu ingiustamente snobbato e vi è chi oggi lo rimpiange ahahahahaha

  • Stefano

    All’inizio non lo compresi, ma dopo ripetuti ascolti lo capii e incominciai ad ascoltarlo assiduamente, era ed è un disco fantastico che non scade nel classico manierismo, ne fà il verso ad altre band. La recensione ha ragione, la band arriva in ritardo sulla scena, ma c’è da dire che anche i Nightwish esordiranno nello stesso anno. Detto ciò, il disco fu ed è tuttora poco considerato sia dalla critica che dai fan stessi -più o meno recenti- Enter è un’altro mondo rispetto a Mother Heart e viceversa, ossia ha un suo lessico e un suo mood particolare incentrato principalmente sul Doom degli anni ’90. Sarà stato registrato in fretta e furia, Sahron non sarà su livelli eccezzionali, ma sta di fatto che tutto suona benissimo e sebbene ci siano delle imperfezioni ciò non cambia il discorso. Enter suona profondo ed emozionale, oscuro e umurale come una tempesta che và e viene. E’ crepuscolare e tremendamente notturno, in special modo nelle sue ultime traccie; Pearls of light e in particolar modo Candles sono dei veri capolavori. Restless invece attinge a pieni mani dal doom, rivelandosi una song ammaliante che si districa tra lenote di pianoforte e la voce di Sharon, il tutto contornato da un’ottimo testo e un ritornello struggente. In conclusione; 8 tracce, 45 minuti di musica (come nei vecchi lp e come dovrebbe sempre essere) tante buone idee che vanno dritte al sodo. E’ il disco che preferisco dei WT, peccato che il cd sia fuori catalogo e oramai quasi introvabile -eccetto su e.bay- servirebbe una bella ristampa, magari.