ANTHRAX – “For All Kings” traccia per traccia!

Pubblicato il 29/01/2016

Ad oltre quattro anni di distanza dalla pubblicazione di “Worship Music”, gli Anthrax giungono al traguardo dell’undicesimo capitolo in studio, intitolato “For All Kings”. Se l’opera precedente ha avuto una gestazione a dir poco travagliata e ha palesato alcuni evidenti difetti nel risultato finale, in questa occasione abbiamo avuto l’impressione che il gruppo di New York City sia finalmente tornato ai livelli del suo glorioso passato. Certo, un solo ascolto – gentilmente concesso in anteprima dalla Nuclear Blast durante la listening session ufficiale a Milano – non è sufficiente per permetterci di cogliere tutti i particolari di un lavoro così complesso e ricco di sfaccettature. Ma in questa succosa anteprima, chi scrive non ha avuto il minimo timore di buttare giù a caldo le numerose impressioni rilasciate dagli undici episodi che potrebbero costituire la rinascita definitiva di uno dei gruppi più celebri del nostro amato genere. Seguiteci in questo viaggio avventuroso, ne leggerete delle belle (Gennaro Dileo).

Anthrax - Front - 2016

ANTHRAX – “For All Kings”
Etichetta: Nuclear Blast Records
Data di pubblicazione italiana: 26 febbraio 2016
http://anthrax.com/
www.nuclearblast.de

 

01. You Gotta Believe (06:00)
Le porte del Regno vengono spalancate da una complessa e stratificata mini suite, che a conti fatti si candida a diventare uno dei migliori episodi firmati dai tempi di “Persistence Of Time”. Un’oscura intro orchestrale progredisce in un riff portante, intricato ed ultra compatto, evolvendosi poi in un mid tempo egregiamente scolpito in ogni sua elaborata sfaccettatura. Il chorus incalzante ed estremamente ispirato prelude ad un groove spaccaossa, addolcito da un assolo di chitarra melodico ed espressivo, che scivola in interludio oscuro. Le sei corde disegnano linee melodiche di notevole fattura, ponendo solide basi per un crescendo vocale zeppo di pathos, accompagnandoci infine al ritornello che, una volta assimilato, faticherà ad uscire dalla vostra scatola cranica.

02. Monster At The End (03:55)
Il roboante botto causato da una partenza così brillante viene attutito da un mid tempo ad alto tasso melodico, dal quale spicca una prestazione vocale di un Belladonna raramente così ispirato negli ultimi anni. Il bridge e il chorus dal marcato gusto anthemico assumono un ruolo fondamentale nel conferire un senso compiuto al brano, avvolto da una lieve ma palpabile atmosfera oscura, che a conti fatti rievoca alcuni aspetti chiave del controverso “State Of Euphoria”. 

03. For All Kings (05:00)
La complessità strutturale dei due episodi precedenti viene temporaneamente bilanciata da un brano un filo più diretto, ma altrettanto intrigante. Un solenne e straniante prologo a cappella prelude ad un intenso mosh quadrato e incazzatissimo, stemperato da uno staccato arioso all’altezza del bridge, che sfocia in un ritornello dal marcato afflato epico.

04. Breathing Lightning (05:37)
Veniamo letteralmente colti di sorpresa da una bucolica introduzione acustica, affrescata da uno straniante sapore progressivo che rievoca gli umori eclettici puntellati con grazia da gente come come Yes, Pink Floyd e Crosby, Stills & Nash (!). Il serpente muta improvvisamente la propria pelle avanzando minaccioso in un ambiente musicale più consono alle sue quotidiane abitudini. Le tonanti percussioni assumono l’aspetto di un imperioso trampolino di lancio, dal quale spicca una narrazione vocale idonea alla complessa architettura del brano. Notevole il cubo di Rubik ideato dal funambolico Charlie Benante, il quale disegna un multistratificato ed illusorio gioco di colori tra piatti, cassa e tamburi, risolto da un ritornello di facile presa.

05. Suzerain (04:53)
Piacevolmente inebriati dal sorprendente poker d’assi calato dai cinque mosher americani, ci imbattiamo improvvisamente nel primo e temuto riempitivo contenuto nel long playing. Il temporaneo crollo qualitativo è attribuibile ad un riffing teso e maligno nella forma, ma scialbo ed inconsistente nella sostanza. Le melodie vocali appaiono curiosamente acide e distorte, rimanendo loro malgrado impantanate in un ridondante bridge, salvato per il rotto della cuffia da una solido clangore meccanico, che viaggia ai confini di un certo progressive. Che confusione.

06. Evil Twin (04:40)
Da tempo disponibile in rete mediante i canali ufficiali del gruppo, il brano è costruito intorno ad un avvincente riff portante spesso e serrato, galvanizzato da una progressione violenta, variegata da una melodia vocale oscura, tesa e drammatica. A nostro avviso appare discutibile la scelta di promuovere il disco con un singolo così complesso e poco orecchiabile: la title track o “Monster At The End” avrebbero occupato un ruolo decisamente più consono alla causa.

07. Blood Eagle Wings (07:53)
Una malinconica introduzione di chitarra acustica sviluppa un tema oscuro ed un pelo inquietante, che collassa in un riff portante drammatico e dissonante. Il ritornello viene teso come una pregiata corda di violino, scheggiata all’improvviso da un invalicabile scoglio sonoro, che modifica di conseguenza la struttura del pezzo. Le melodie vocali ora scalpitano come un giovane purosangue, diventando così un pretesto per un duello all’ultimo sangue tra l’ugola al titanio di Joey Belladonna e le complesse divagazioni soliste del chitarrista Jonathan Donais.

08. Defend Avenge (05:13)
Un riff meccanico e stoppato si erge fiero in tutta la sua possente stazza, avanzando con passo pesante e deciso, sfoggiando al contempo una struttura compositiva estremamente intricata. Spiazzano, e non poco, le tamarre gang vocals poste con disinvoltura sul chorus dal vago sapore alternative, prima di convergere in un assolo metallico e dissonante. Non brutto, ma da riascoltare ed assimilare con attenzione.

09. All Of Them Thieves (05:14)
Una certa stanchezza compositiva traspare invece da questo episodio impostato al di sopra di un robusto apparato percussivo, dal quale svetta un gran gioco di cassa forgiato dal sempre puntuale Benante. La narrazione vocale assume nuovamente un aspetto teso, cupo e nervoso, caratteristiche che non sempre calzano a pennello con le virtù canore del carismatico frontman. In coda al brano spicca all’improvviso un rocambolesco e vertiginoso assolo, ma non è sufficiente a lasciare il segno al termine del nostro ascolto.

10. This Battle Chose Us (04:53)
Un riff chirurgico e solido come il cemento assume una rilevante consistenza, per merito di un travolgente groove di basso inciso su nastro dall’indomito Frank Bello. La strada viene così spianata alle consuete linee vocali pregne di melodia, interpretate da un Belladonna ben lontano dal voler appendere il microfono al chiodo. L’ennesimo ritornello ad effetto prelude ad un finale in vorticosa progressione, andandosi a scontrare a folle velocità contro un invalicabile muro sonoro.

11. Zero Tolerance (03:48)
Un riff ad uncino che rievoca certi Megadeth viene lacerato da un tiratissimo costrutto sonoro in puro stile hardcore vecchia scuola, fungendo così da rabbioso epilogo a colpi di efferate mazzate sonore, che non lasciano scampo alcuno. Grinta e cattiveria si fondono in un unico vortice che ci strattona con una violenza inaudita nei remoti anni Ottanta. Un indovinato tributo al passato. 

6 commenti
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