CARCASS: “Surgical Steel” traccia per traccia!

Pubblicato il 29/07/2013

A cura di Luca Filisetti

Ci siamo! L’attesa è terminata e a metà settembre la Nuclear Blast sgancerà la bomba Carcass. “Surgical Steel” è infatti uno dei lavori più attesi dell’anno, secondo per hype generato solo a “13” dei Black Sabbath. Metalitalia.com ha avuto l’opportunità di ascoltare con larghissimo anticipo il comeback discografico dei britannici (approfittiamo per ringraziare la Nuclear Blast per la disponibilità) e di farsi quindi un’idea piuttosto chiara sulle undici nuove tracce targate Carcass, idee che verranno ulteriormente approfondite in fase di recensione. Ci preme segnalare sin da subito due o tre cose fondamentali: innanzitutto la voglia della band di non ripetere quanto fatto in passato, rivisitando ed aggiornando quelle che erano le idee dei precedenti album – “Heartwork” su tutti. Secondariamente vorremmo muovere una critica al mixing di Andy Sneap, con l’ovvio concorso di colpa dei Carcass stessi, a tratti davvero troppo pulito e piatto per risultare vincente. Infine, ci piace segnalare l’assoluto predominio di un Bill Steer in stato di grazia su tutto il resto: la sua sei corde è personalissima, onnipresente e dotata di buon gusto, oltre a pescare a piene mani dal patrimonio ottantiano dei guitar hero. Le differenze con lo stile del convitato di pietra Mike Amott sono evidentissime e contribuiscono in modo decisivo a differenziare “Surgical Steel” dai propri predecessori. Ad ogni modo, abbiamo già perso troppo tempo: vi lasciamo quindi ai dati tecnici e, soprattutto, al track by track del comeback dei Carcass. Buona lettura.

carcass - surgical steel - 2013

CARCASS
Jeff Walker – Basso, Voce
Bill Steer – Chitarra, Voce
Ben Ash – Chitarra
Daniel Wilding – Batteria

SURGICAL STEEL
Data d’uscita: 13/09/2013
Etichetta: Nuclear Blast Records
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1985 – 01:15
Breve intro molto ottantiana nel senso più classico del termine, di matrice quasi Cacophony, sebbene molto meno complessa e più controllata rispetto a quanto fatto dalla coppia Friedman/Becker. Sin da subito i Carcass mettono in mostra degli spunti che saranno ripresi ed ampliati successivamente.

THARSHER’S ABATTOIR – 01:50
Breve assalto in up tempo, rappresenta l’unica concessione che la band fa nei confronti dei primi due album. Brano piuttosto semplice ma efficace. Buon lavoro di batteria di Wilding, rispettoso dell’enorme eredità lasciata da Ken Owen, Walker catarroso quanto basta e Steer che piazza assoli puliti e tecnici, che contrastano con un riffing piuttosto serrato. Sebbene sarebbe corretto parlare di thrash più che di grind, il brano è sanguigno e tagliente quanto basta per fare presa sugli aficionados.

CADAVER POUNCH CONVEYOR SYSTEM – 04:02
Per la prima volta nel lavoro si risentono i Carcass di “Heartwork”. Steer sciorina subito solos clamorosamente ottantiani, sulla falsariga di quanto fatto da Satriani, scomodato ed estremizzato senza troppi complimenti! Il brano alterna complessità e melodia in maniera pregevole, sebbene quei solos facciano fatica a contestualizzarsi all’interno di una struttura vocata ad un death melodico ma pur sempre estremo. Up tempo di non facilissima assimilazione, anche perché lungo le strofe le linee melodiche scritte da Walker non sono dirette, ma piuttosto spezzettate e non lineari.

A CONGEALED CLOT OF BLOOD – 04:14
“Heartwork”. Il riff iniziale parla chiarissimo a tal proposito: mid tempo tanto classico quanto efficace, dotato di una certa perversione di fondo che lo rende immediatamente assimilabile al meglio della produzione passata. Fantastico anche il rallentamento posto a metà brano e la reprise (piuttosto pulitina, sarà un noioso leit motiv) che segue. Steer sacrifica molto del proprio estro solista per dare rocciosità tramite ritmiche azzeccate ed ottimamente doppiate dal basso e dalla batteria. L’assolo è semplice, cupo e sprigiona un mood che rimanda a “Swansong”, sebbene qui di rock propriamente inteso ce ne sia ben poco.

THE MASTER BUTCHER’S APRON – 04:01
I ritmi salgono, grazie ad un grandissimo lavoro di basso e batteria. Davvero ottimi i cambi di tempo: pochi ma ben fatti. Forse questo è il brano dove la tecnica individuale viene maggiormente a galla. Gran lavoro dietro le pelli di Wilding, che alterna foga e cesello. Si risentono istanze mutuate da “Necroticism”, ovviamente attualizzate e corrette. Il fatto che il lavoro sia stato scritto da maturi quarantacinquenni e non da arrembanti venticinquenni chiarisce più di mille parole dove stiano le differenze con il passato. La seconda parte del brano comporta una certa semplificazione delle strutture, sebbene soprattutto Steer insista molto su un riffing non lineare ed ancora una volta debitore degli eighties. Ottimo il finale in crescendo.

NONCOMPLIANCE TO ASTM F899-12 STANDARD – 06:07
Ancora un inizio con dei solos chitarristici importanti e velocissimi, che punteggiano un brano lungo ed articolato. Steer fino ad ora è l’assoluto mattatore dell’album, dato che riesce a caratterizzarlo con il proprio stile, che deve più di qualcosa ai grandissimi guidar hero del passato. La voce di Walker – ottimamente doppiata da quella più gutturale di Steer – è perversa come non mai e riesce a mantenere il tutto su solide basi death. Alcuni assoli di chitarra faranno la gioia di chi nei Carcass ha sempre apprezzato più la crudezza di Steer che lo smisurato talento di Amott, sebbene il main solo sia il più amottiano tra quelli qui presenti e porti con sé un grandissimo carico di pathos. Le ritmiche, al solito, sono pesanti e mai troppo semplici da seguire, tanto che in alcuni brevissimi passaggi vengono richiamati alla mente dei momenti gloriosi di “Symphonies Of Sickness”, senza però entrare in territori grind tout court.

THE GRANULATING DARK SATANIC MILLS – 04:10
Mid tempo con melodie forti ed ottantiane. Solismo iniziale fantastico, seguito da un altrettanto riuscito riff. Anche in questo caso questi nuovi Carcass si voltano indietro verso gli eighties per regalarci l’ennesima piccola perla a cavallo tra il (melo)death ed il classic metal: un po’ “Swansong”, un po’ “Heartwork”, ma soprattutto testimonianza della voglia di portare avanti un discorso tutto sommato nuovo nella loro discografia, rielaborando intelligentemente il passato. Brano molto legato a sonorità classiche, dunque, a tratti perfino troppo pulito e “pettinato”, ma di sicuro appeal.

UNFIT FOR HUMAN CONSUMPTION – 04:25
Ci rendiamo conto di ripeterci, ma ad aprire il brano è ancora un riff dal sapore ottantiano, inserito su una struttura mutuata da “Heartwork”. Il riffing di Bill è palesemente melodic death, mentre sorprende un certo recupero di sonorità thrashy, ancora una volta guidate dalla sei corde di Steer che – lo ricordiamo – è il mattatore assoluto dell’album. Il brano non avrebbe sfigurato su “Heartwork”, dato che ne rappresenta il lato più melodico e catchy, in un certo qual modo. Ancora una volta una eccessiva pulizia sonora rischia di rendere vano il grandissimo lavoro della band. Assolo mirabolante di Steer, stavolta compiutamente heavy metal, tanto che non avrebbe sfigurato sull’ultimo Darkthone. Esaltante, a dir poco, quello che succede dopo: una cavalcata in up tempo terremotate ma non estrema che farà la gioia di tutti gli amanti del metal più classico ed eroico.

316L GRADE SURGICAL STEEL – 05:20
Ancora un riff ottantiano iniziale, poi scontro tra melodie di quel periodo e asperità ritmiche che devono più di qualcosa a quel vero e proprio patrimonio dell’umanità che è “Heartwork”. Si insiste molto con questo dualismo tra death (grind) melodico e classic metal. Stavolta il bilancino pende leggermente verso l’estremo, sebbene Andy Sneap paia non accorgersi della cosa e bilanci ancora malissimo il mixing, dimenticandosi delle basse frequenze e delle distorsioni. A conti fatti, forse uno degli episodi meno riusciti e più scontati del lavoro, sebbene Steer piazzi l’ennesimo assolo da far resuscitare un morto.

CAPTIVE BOLT PISTOL – 03:17
Il primo episodio svelato al grande pubblico ha un mood totalmente ascrivibile ad “Heartwork” (chi ha detto “Carnal Forge”?). Mid upper tempo di gran classe, in cui Walker riesce a far uscire tutta la malvagità della propria ugola e Steer disegna il riff più death-oriented dell’intero lavoro. Non è un caso che la prima traccia proposta sia stata proprio questa, che è una delle più riuscite e, senza dubbio, quella più legata al passato dei Nostri. Nulla da dire, tutto gira al meglio; quando i Carcass decidono di fare quello di cui sono capaci non c’è nessuno che li eguagli. Rischi zero in questo caso, ma risultato finale vicino all’eccellenza.

MOUNT OF EXECUTION – 08:25
Intro basato su un arpeggio classico e cupo. Qui si fanno sentire passaggi atmosferici abbastanza inusuali per i Nostri; brano fascinoso a metà tra “Heartwork” e “Swansong”, semplice ma efficace, mai esasperato. Senza dubbio l’episodio più slegato dal resto: lungo, a tratti pacato ed evocativo, maturo, diremmo. L’estremo rimane relegato alla voce di Walker, dato che i riff e le ritmiche strizzano l’occhio nuovamente al metal classico e, tutt’al più, al melodeath. Cambi di tempo notevoli e un mixing che, finalmente, si sviluppa in profondità (perché non usare lo stesso metro in tutto l’album?). Ottima chiusura di un lavoro più che buono, a tratti sorprendente, ma sempre Carcass al 100%.

carcass - band - 2013

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