DREAM THEATER: il nuovo album “Dream Theater” traccia per traccia!

Speciale a cura di Dario Cattaneo

Come sarà il nuovo Dream Theater? Mangini avrà contribuito alle composizioni? Sarà sulle vecchie sonorità? Sarà un album innovativo? Potremmo andare avanti all’infinito. Questi e mille altri quesiti accompagnano l’uscita di questo omonimo disco della famosa progressive metal band di Petrucci e compagni e, come sempre, le risposte che verranno date a questi quesiti saranno molteplici, ognuna condizionata dal tipo di attese/speranze che si riponevano nella band stessa. Noi di Metalitalia.com un ascolto attento a “Dream Theater” lo abbiamo già dato, ma ancora troviamo difficoltà a rispondere ai quesiti sopra riportati. Una cosa è certa: come quasi tutti gli altri lavori della band di Boston, difficilmente questo lascerà indifferenti. Musicalmente, siamo al 100% su territori conosciuti e congeniali alla band ma, soprattutto in due o tre pezzi, una certa differenza nell’approccio sia compositivo che strumentale si vede. “Dream Theater” sarà l’album migliore della band da vent’anni a questa parte? Ne dubitiamo, ma sicuramente è un disco pieno di spunti e veramente ricco di parti interessanti, non noioso e fine a se stesso, e che per fortuna non annoia,  spingendoci invece a riascoltarlo più volte. E, tutto sommato, questo ci basta. In attesa della recensione finale, a voi quindi le impressioni traccia per traccia che hanno seguito il nostro ascolto dell’album.

N.B. La versione di “False Awakening” attivata sul nostro spazio promo è come recensito: un’intro strumentale di 2:42 di durata. Le news sul sito ufficiale della band riportavano però come titolo “False Awakening Suite”, della durata di 12:42 e divisa in tre parti. Nell’attesa di scoprire la verità sul disco finito, ricordiamo che a volte i promokit contengono le versioni ancora ‘rough mix’ e che la nostra recensione si limita alla parte di canzone ascoltata.

dream theater - dream theater - 2013

 

DREAM THEATER

John Petrucci − chitarra
James Labrie − voce
John Myung − basso
Jordan Rudess − tastiere
Mike Mangini − batteria

DREAM THEATER
Etichetta: Roadrunner
Data di pubblicazione: 23 Settembre 2013
www.dreamtheater.net

 1. FALSE AWAKENING (2:42)
Anche se potremmo parlare di un primo pezzo interamente strumentale (il che porterebbe il computo dei brani senza cantato a due su nove), preferiamo considerare questo pezzo per quello che è, ovvero una magniloquente e orchestrale introduzione all’album. L’impianto, i suoni, lo stile e l’impressione generale sono decisamente quelli di “Ouverture”, primo movimento/traccia della suite “Six Degrees Of Inner Turbulence”, proveniente dal doppio album omonimo. Anche se di fatto nello scorrimento di “False Awakening” non ritroviamo particolari richiami a brani che ascolteremo nel seguito, come al contrario succedeva nella citata “Ouverture”, lo scopo di questa traccia sembrerebbe proprio quello di introdurci alle atmosfere dell’album. Ma, nella sua relativamente breve durata, in effetti il brano non ci rivela nulla su quanto ascolteremo in seguito. Anzi, col senno di poi, oseremmo quasi dire che questa orchestrale intro può risultare quasi ‘fuorviante’, nel suo indicarci le atmosfere proprio di un album controverso come “Six Degrees Of Inner Turbulence”. Una certezza però c’è: di fatto il nuovo Dream Theater, dopo questa traccia, è ancora tutto da scoprire.

2. ENEMY INSIDE (6:17)
Sulle pagine virtuali del nostro portale di ‘inchiostro’ (sempre virtuale) su questo chiacchieratissimo brano n’è stato sicuramente versato molto, soprattutto nella nostra sezione dedicata ai commenti. A conti fatti però, più che dare il merito (o la colpa?) della quantità abnorme di commenti positivi o negativi raccolti a questo tutto sommato ordinario brano, noi ci sentiamo piuttosto di supporre che il motivo di tutto questo rumore è derivato più che altro dalle aspettative che i vari fan nutrono per l’album in toto. Perché di eclatante in “Enemy Inside” non sembra esserci molto. E’ sicuramente una buona canzone, aggressiva al punto giusto ed orecchiabile quando serve, e si rivela un singolo azzeccato; ma come il precedente anche questo brano non si pone come pezzo veramente rappresentativo di questo nuovo album. L’attacco iniziale è diretto e aggressivo, sullo stile di alcuni brani provenienti da “Systematic Chaos” come “Dark Eternal Night”, con un riffone compresso di Petrucci che non rinnega quanto fatto appunto nel passato recente. Le scelte sonore del chitarrista e di Rudess su questo pezzo devono molto a quell’album, con un suono molto chiuso e quasi mathcore della chitarra sottolineato da scelte tastieristiche un po’ tamarre, affidate a quel ‘fast attack’ che a Rudess sembra piacere molto. Un Labrie inquadrato e pertinente compie tranquillo il proprio lavoro in una maniera non eclatante ma adatta alle sonorità ben definite del brano, mentre un ottimo Mangini viene posto bellamente in evidenza grazie a scelte sonore e di produzione ben precise, volte secondo noi soprattutto a sottolineare l’importanza dell’attuale drummer nell’organico Dream Theater e la presumibile irrevocabilità della decisione di mantenere Portnoy fuori dalla line-up. Preso come brano a se stante – ripulito insomma del proprio ruolo di singolo introduttivo di un album molto atteso – “Enemy Inside” ha delle buone qualità ed è debitore della fase più moderna e aggressiva dei Dream Theater di qualche album fa.

3. THE LOOKING GLASS (4:53)
Al terzo brano ci troviamo invece al cospetto di qualcosa che, dati i presupposti dei primi due incongruenti brani, non ci saremmo aspettati. Il riff di Petrucci iniziale è fin da subito molto aperto, e abbandona completamente il riffing quasi djent (il termine lo prendiamo con le pinze) che ci faceva pensare ad un disco cupo e un po’ intransigente come “Systematic Chaos”. Sulla base quindi di un mutevole fraseggio finalmente fantasioso e non volto alla mera aggressività, gli equilibri cambiano. Un Rudess più di supporto che protagonista si lega alla perfezione ai piacevoli movimenti melodici dipinti dal fraseggio di Petrucci usando suoni meno ingombranti e più ordinati, mentre ad un superlativo Mangini viene lasciato il compito di ampliare ulteriormente il polmone ritmico di un brano già di per sé arioso con una prestazione più varia, che mette in evidenza più fantasia e classe che velocità e tecnica. Chiave di volta per il brano è, inaspettatamente, Labrie, autore non tanto di una prestazione sopra le righe, quanto perché la sua timbrica viene valorizzata da un’ottima scelta delle linee melodiche. Costruite sulla falsa riga delle parti più ariose di “Shaman” o “A Nightmare To Remember”, le melodie vocali rimangono infatti subito assimilabili, per nulla scontate, e soprattutto danno al singer la possibilità di utilizzare bene una vocalità dolce e ricca di sfumature, senza dover strafare su tonalità troppo alte o ambiziose, con risultati che supponiamo non sarebbero eccelsi. Per la prima volta in quest’album ci sentiamo più coinvolti che semplicemente assertivi: il pezzo si rivela tecnicamente meno ambizioso del precedente, pur mantenendo il livello tecnico che ci si attende da loro, ma ci comunica qualcosa di più, dipingendo una band che cerca di cucirsi un’identità più attuale piuttosto che riproporci (anche se bene) qualcosa proveniente dal passato.

4. ENIGMA MACHINE (6:01)
I brani interamente strumentali sono sempre tra quelli più attesi e chiacchierati in un nuovo album dei Dream Theater. Se escludiamo, per i motivi detti sopra, la intro “False Awakening” dal computo dei pezzi strumentali, non ne ascoltavamo uno da parte della band di Boston dal 2003, con “Stream Of Consciousness” dall’album “Train of Thoughts”.  Anche se in molti cercano di farlo, comparare gli strumentali dei Dream Theater risulta un’attività dallo scarso beneficio: paragonare “Erotomania” a “Hell’s Kitchen” a “Dance Of Eternity” lascia infatti il tempo che trova, perché ciascuno di questi titoli vive di una successione di idee, fraseggi e suggestioni sempre diverse. “Enigma Machine” non è da meno: parte con l’approccio tecnico che ci aspettiamo, legandosi per un paio di minuti alle atmosfere di “Systematic Chaos” o “Train Of Thoughts”, poi si apre in corrispondenza di un fraseggio che rimanda a “Six Degrees”, per poi sfociare dopo pregevoli scorribande tecniche su un andamento più lento e rilassato che lascia più spazio a Petrucci, con Mangini sempre concreto sullo sfondo. Anche in questo frangente, risultano chiari i richiami a “Systematic Chaos”, in particolare alla prima parte di “In Presence Of Enemies”. Un classico strumentale dei Dream Theater, insomma, che gronda della loro personalità in ogni secondo. Sei minuti in grado di accontentare tutti coloro che richiedevano a gran voce il ritorno di un brano di questo tipo.

5. THE BIGGER PICTURE (7:40)
Tutto sommato, fino ad ora ci siamo trovati in presenza di canzoni brevi, almeno per lo standard Dream Theater. “The Bigger Picture” è il secondo pezzo più lungo dell’album e con questa traccia ci troviamo davanti ad uno dei momenti migliori dell’intero lavoro. Pochi, pesanti, accordi iniziali sfumano subito in atmosfere più rarefatte, dove Labrie canta ancora su registri intimisti, supportato solo da un essenziale pianoforte. Presto si aggiunge una chitarra acustica e dei morbidi sinth, con la canzone che a poco a poco guadagna corpo fino ad esplodere nell’elettricità del primo ritornello. La seconda strofa mantiene la tensione nervosa accumulata nei primi minuti di canzone e ci presenta un Labrie ancora bene sul pezzo, che ci accompagna in un crescendo di suoni e ritmi (Mangini è essenziale in questo episodio) fino al secondo ritornello. La canzone ormai è decollata, e accogliamo con piacere il vibrante e rilassato assolo di Petrucci, che ci dispensa di nuovo emozioni come in “The Looking Glass”. La canzone prosegue su questi registri, mantenendosi complessa, fortemente elettrica, ma non pesante o soffocante. Anzi, sono ancora melodia e ritmiche ad ampio respiro a caratterizzare l’incedere del brano. La conclusione ci arriva dopo un istante di interruzione che ci spiazza: sono ancora le melodie vocali a stabilire il tenore del pezzo, con Petrucci che sostituisce a riff e fraseggi accordi lunghi, e ci dipinge sensazioni simili ai momenti conclusivi di “Scenes From A Memory”, ovvero la bellissima “The Spirit Carries On”. Il pezzo ci ha convinto fin da subito, e per la prima volta non abbiamo problemi ad usare la parola capolavoro.

6. BEHIND THE VEIL (6:52)
Alcune voci e immagini uscite sul sito ufficiale sembrano dipingere questa traccia come un prossimo singolo a promozione dell’album. L’intro è strana, atmosferica, basata su eteree suggestioni di tastiera. L’impressione forte è quella della parte iniziale della lunga suite “Octavarium” dall’album omonimo, almeno fino a quando, intorno al minuto e mezzo, le chitarre non entrano prepotenti, accompagnate dalla coppia Myung/Mangini. Il pezzo progredisce in fretta, introducendo un pesante riff memore di album quali “Train Of Thoughts”. La voce di Labrie inizialmente è filtrata e minacciosa, troppo simile alle vocals presenti su qualcuno dei vecchi pezzi composti da Portnoy, come “Honor Thy Father”. Dopo un altro paio di minuti la canzone cambia ancora, schiarendo le sonorità e reintroducendo il clima arioso e maggiormente concentrato sulle linee vocali che ha contraddistinto i momenti migliori del disco finora. La parte finale di questo pezzo molto variato è affidata ad una più pesante impostazione prog, con complicati fraseggi di chitarra a rincorrere tastiere bene in evidenza. Il pezzo è, nonostante la notevole parte centrale, meno fruibile rispetto ad altri brani presenti sull’album, ma la ricchezza dei contenuti lo rende un valido ascolto, da effettuare reiteratamente.

7. SURRENDER TO REASON (6:34)
Siamo in pieno periodo “Six Deegres Of Inner Turbulence”, con un pezzo che sa di molti passaggi provenienti da quell’album. Un po’ della dolcezza di “Goodnight Kiss”, un po’ delle melodie e dell’accessibilità alla “Solitary Shell” e qualche passaggio più chiuso e drammatico: così i cinque del Teatro del Sogno ci confezionano un’altra canzone dall’andamento e dalla struttura imprevedibili, ma che stavolta un po’ stanca. Mentre il minutaggio scorre lento tra riff diversificati e un approccio vocale mutevole, ci rendiamo conto che il costrutto generale del brano non è dei migliori: alle volte si perde di vista la forma canzone, cadendo nella tanto criticata autoreferenzialità. Come succedeva nella lunga e complicata “Lost Not Forgotten” dal precedente “A Dramatic Turn Of The Event”, qui il filo è difficile da seguire, e non basta una sempre spettacolare prestazione di Mangini o le frequenti aperture melodiche di Labrie a far decollare il pezzo. Per ora, con più di qualche ascolto alle spalle, la settima traccia di “Dream Theater” rimane l’unica che mostra un po’ la corda della mancanza di idee, nonostante l’ovvia bravura esecutiva prodotta nel suonare il pezzo e la discreta alchimia tra chitarre, tastiere e sezioni orchestrali a livello di suoni. Non una caduta di stile, o un brano brutto, semplicemente funziona meno degli altri, perdendo di vista il buon approccio delle canzoni di mezzo.

8. ALONG FOR THE RIDE (4:45)
Anche se di vere e proprie ballad in “Dream Theater” non ce ne sono, “Along For The Ride” è il brano che maggiormente ci si avvicina. La struttura della canzone si semplifica e la già citata “Solitary Shell” da “SDOIT” ritorna prepotentemente a stuzzicare i nostri pensieri. Il pezzo è decisamente lineare e figlio dell’approccio più basato sulla melodia che abbiamo lodato nelle nostra tracce preferite: il risultato non può dunque che soddisfarci. Simile ad una versione più elettrica di “Beneath The Surface”, il brano non fatica ad entrare in testa e farsi cantare, e ci testimonia che, nell’ultimo periodo, questo tipo di composizioni più tranquille e meditative calza a pennello sui Dream Theater, come peraltro dimostrato proprio sul precedente “A Dramatic Turn Of The Events”. Con un Rudess di nuovo contenuto, un Mangini fantasioso, Petrucci ispirato e Labrie a proprio agio ci si muove sul velluto con un pezzo che solleverà pochi dubbi. Certo, gli amanti dei momenti lenti dei Dream Theater diranno che non è all’altezza di “Through Her Eyes”… ma, d’altro canto, quale canzone lo è? Promossa senza troppi pensieri, anche in virtù della posizione azzeccata, subito prima della suite conclusiva.

9. ILLUMINATION THEORY (22:17)
La ‘suite’ era sicuramente il momento più atteso da chi scrive, così come immaginiamo da molti utenti. Volenti o nolenti, le lunghe tracce divise in più parti (“A Change Of Season”), brani diversi legati musicalmente o tematicamente (“A Mind Beside Itself”), i dischi interi che sono in realtà un’unica suite divisa in movimenti (“Six Deegrees Of Inner Turbulence”), o addirittura movimenti appartenenti ad una stessa suite splittate su album diversi (“The Twelve Steps Saga”), sono da sempre una caratteristica di Petrucci e compagni, che in venticinque anni di carriera non si sono mai fatti mancare nulla in termini di queste stranezze. “Illumination Theory”, suite di 22 minuti tra le più lunghe fatte dal gruppo, segue grossomodo la struttura di “Octavarium”, ovvero un’unica traccia divisa in più movimenti, cui si passa dall’uno all’altro senza soluzione di continuità, ma percorrendo con ciascuno di essi elementi o sonorità assai diverse. L’inizio di questo complesso e ambizioso brano si pone come una sorta di nuova intro, o ouverture. La musica che ci accompagna per un minuto è ancora una volta magniloquente, orchestrale, e funge da preludio ad un riff di Petrucci aggressivo e nervoso. La canzone cambia registro, e i prossimi minuti sono all’insegna dello strumentalismo più spinto e intransigente, con un Myung che finalmente in molti passaggi si erge sopra i volumi dei compagni col proprio strumento. La canzone si mantiene molto fluida, e passa innumerevoli cambi di sonorità e tempi, riportandoci alla mente la ricchezza sonora di “Dance Of Eternity”. La canzone sembra voler mantenere una tensione molto alta e l’ingresso di Labrie non fa che confermarlo. Messo da parte il registro dolce e sommesso, è un James aggressivo e maligno quello che ci introduce a questa prima parte cantata, la quale sembra non voler appunto mai scendere di drammaticità. Le strofe lasciano spazio a bridge e aperture meno incompromissorie e un po’ di melodia comincia a tornare, prima di un ultimo, breve, passaggio strumentale ancora tecnico e rude. La carica del pezzo svanisce nel nulla al settimo minuto, dove gli echi degli strumenti si spengono piano piano in una sezione caratterizzata da soli suoni atmosferici ad opera di Rudess. E’ poi sempre il tastierista a far ripartire il pezzo, introducendoci ad un nuovo movimento con inaspettate soluzioni tastieristiche che tutto devono alle colonne sonore di John Williams e sfruttano tutto il potere evocativo del suono degli archi. Lo stacco con il movimento successivo, il più violento di tutti, è fin troppo rude. Basso e batteria si avvolgono intorno ad un riffing crudo ed essenziale, con un Labrie strozzato e rabbioso, come ai tempi del vecchio “A Change Of Season”. La parte strumentale che inizia dopo è, se possibile, ancora più spinta e complessa della prima, e ci ricatapulta senza possibilità di scampo alle sonorità di “In The Name Of God” ed “Endless Sacrifice”. I Dream Theater di un tempo si ripresentano dunque su questi solchi, pompando duri come non mai e riportandoci indietro di circa dieci anni. Il movimento finale è di nuovo cantato, ma le atmosfere si risolvono, trovando finalmente la pace… in questo frangente sono sempre Rudess e Labrie a riportare la tranquillità, con un lavoro molto organico ed elegante del primo, che abbandona gli assoli per dedicarsi agli accordi, e alla vocalità aperta, ancora figlia di “Finally Free”, del secondo. Il finale epico chiude un pezzo davvero splendido, che ci ripresenta i Dream Theater dei momenti migliori in grande spolvero, assolutamente non toccati dall’assenza del loro ex compositore principale. Non potevano chiudere il disco con un tocco di classe migliore, ammettiamo. L’epicità e i vari strumenti sfumano, ma la canzone non è finita: a concluderla ci pensano due minuti di solo pianoforte e tastiere, suonate da un Rudess sicuramente padrone del pezzo.

dream theater - band - 20132013



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  • Giorgio Gix Caccia

    Complimenti per l’anteprima! … io ieri ho ascoltato “along for a ride” diverse volte e non mi è piaciuta, il singolo non mi aveva fatto impazzire ma ovviamente spero che il resto dell’album mi piaccia di più… vedremo, ormai manca poco all’ascolto.

  • Piero Rocchetti

    I pezzi usciti fino ad ora mi sono piaciuti abbastanza, Along for the ride (non Along for a ride) di più rispetto a The enemy inside. Dalla recensione si capisce che anche questa volta non possiamo rimanere delusi. ADTOE per me è stato un lavoro coi fiocchi, ora attendo il 24 ansiosamente!

  • Paolo Salvati

    E via ad un nuovo lavoro di ascolto e studio per questa nuova opera…

  • The Silent Man

    Piccola precisazione: hanno fatto finta di studiare a Boston, ma sono di New York. Inoltre il basso di Myung è sempre stato almeno a 6 corde.

  • Luca Caruso

    unici!!!

  • Aenima_Tool

    Un applauso a Myung che riesce a farsi citare in extremis per la seconda volta!

  • Spordo

    Ho paura che se non lo ascolto prima di subito, muoio di autocombustione!

  • Guest

    TAAAAAAAAAAAAAANTA roba, e ad un primo (insufficiente per farsi un’idea) ascolto, molta della quale sembra essere notevole. Soprattutto la suite finale… cazzarola!!!

  • Simon

    Produzione pessima: rullante e batteria nel complesso indecenti, basso inesistente e mixing troppo “chiuso”, se mi passate l’espressione. Ascoltando quasi tutto mi rendo conto dei tantissimi e palesi rimandi al periodo Scenes from a Memory/Six Degrees of Inner Turbulence, per non star sempre a citare Images and Words.

    Per ora il mio voto si ferma non sopra il 6,5. Lo ascolterò meglio, suite inclusa. Niente di che in ogni caso.

  • jacopo faitanini

    Oggi ho comprato Dream Theater (strano vero? I centri commerciali a volte possono stupire in quanto anteprime che possano fruttare). Non voglio parlare della qualità del disco come sempre intriso di colpi di scena e parti anonime, voglio invece confermare che la prima traccia: False Awakening Suite non dura 12 minuti ma 2:42 come nella versione rough, almeno questo nella versione limited cartonata ( non sò se le altre versioni limitate comprendono versioni extended del brano )