DREAM THEATER: “The Astonishing” traccia per traccia!

Pubblicato il 15/01/2016

A cura di Dario Cattaneo

L’analisi traccia per traccia della nuova opera (è il caso di dirlo, vista la mole del lavoro) dei Dream Theater rappresenta un po’ il personale Everest di chi scrive. Un lavoro difficile e lungo, di certo non aiutato dal fatto che l’intero album sia costituito da ben trentaquattro tracce e dal fatto che, in fondo, si tratti forse più di un’opera teatrale che di un normale disco metal di quelli che siamo abituati a sentire. Senza darvi ulteriori giudizi su questo immenso lavoro, vi lasciamo alla lettura della nostra analisi traccia per traccia, rimandando la valutazione globale alla recensione che uscirà prossimamente sul portale.

dream theater - the astonishing cover - 2015

DREAM THEATER – “The Astonishing”
Etichetta: Roadrunner Records
Data di pubblicazione: 29 gennaio 2016
http://www.dreamtheater.net/

ACT I

01. Descent Of The NOMACS (01:10)
La prima traccia del primo atto è una semplice introduzione atmosferica, con rumori meccanici e fantascientifici che mano a mano salgono di volume. Ci immaginiamo il sipario ancora abbassato, con questo pezzo che esce dalle casse subito prima dell’ingresso della band con l’introduzione vera e propria.

02. Dystopian Ouverture (04:50)
Il sipario si apre e i Dream Theater iniziano a suonare! Nonostante vi anticipiamo che quanto seguirà si allontanerà, e anche di molto, da quanto ci aspettavamo da questo nuovo album dei Dream Theater, dobbiamo ammettere che questa intro è quanto di più ‘Theateriano’ possiamo trovare sul disco. L’ouverture in questione è un brano ovviamente solo strumentale, decisamente sulla falsariga dell’apertura “False Awakening”, sull’album precedente. Qui troviamo tutte le caratteristiche dei Nostri: ci sono i tempi dispari, i cambi sia di tempo che di atmosfera e i famosi ‘giochini’ tra chitarra, basso e tastiera che si alternano. Una discreta affermazione, quindi, della propria personalità musicale.

03. The Gift Of Music (04:00)
Inutile spendere litri d’inchiostro digitale sull’unico brano che già si conosce di questo monumentale lavoro: “The Gift Of Music” è a disposizione delle nostre orecchie da ormai più di un mese. Che venga considerato un pezzo fresco, una mosceria senza senso o un brano senza infamia e senza lode, vi diciamo comunque che non è del tutto rappresentativo delle due ore di musica che seguiranno. Troviamo azzeccata la scelta del pezzo come primo singolo (comunque ci è piaciuto molto e lo troviamo ben realizzato) e ne apprezziamo il posizionamento in apertura di un concept che, giustamente, Petrucci & Co non ci vogliono svelare subito. In fondo in fondo, anche questa canzone ci presenta i Dream Theater più ‘convenzionali’, quelli cioè che conosciamo tutti, ma vedremo nelle prossime tracce che le sonorità che ci aspettano saranno piuttosto inattese…

04. The Answer (01:52)
Una breve e dolce ballad. La chitarra acustica e un presentissimo pianoforte si sposano in un pezzo che ricorda i brani lenti dell’ultimo periodo, tipo “Along For The Ride”. Le tastiere di Rudess, apparentemente il vero mastermind dell’intero lavoro, contribuiscono a rendere il pezzo arioso, con una batteria che batte piuttosto tranquilla il tempo senza strafare. Sugli scudi LaBrie, con una prestazione in linea con i suoi momenti migliori. La canzone è però solo un breve passaggio, anche perché non ha una struttura definita tipo strofa-ritornello, cosa comune a molte tracce del primo atto. In chiusura, pesanti stivali ferrati marciano verso di noi…

05. A Better Life (04:39)
Gli stivali passano rapidi come sono arrivati, e voci militaresche fanno presagire un’imminente soppressione violenta. La musica però è inizialmente malinconica, sottolineata da un pianoforte piuttosto triste, anche se dopo solo un minuto si evolve in un brano metal, sempre però dipendente dall’apporto del pianoforte e delle tastiere. Il pezzo decolla col passare dei minuti, e una linea vocale in drammatico crescendo ci introduce un bel solo di Petrucci, vibrante e ispirato. L’intermezzo pianistico e il successivo riprendere della canzone concludono un passaggio sicuramente emozionale e cangiante, ma sempre ammantato di una sottile ombra di malinconia. E’ come se la ‘vita migliore’ del titolo sia solo agognata, non ancora ottenuta…

06. Lord Nafaryus (03:27)
L’attacco cinematografico-teatrale che ci colpisce dopo è piuttosto inaspettato… e forse anche un po’ troppo brusco. Questa strana canzone, infatti, non sembra avere niente a che fare col malinconico passaggio precedente. Ci viene presentato colui che supponiamo essere l’antagonista principale, ma lo si fa in modo decisamente inatteso. Il riffing è tutto in mano a Petrucci, e il brano promette di essere una delle sparate djent che tanto sembrano piacere ultimamente al chitarrista, ma nella struttura di “Lord Nafaryus” tutto è troppo cangiante e mutevole. Non riusciamo a capire se il pezzo sia ben riuscito o se sia invece una sorta di polpettone… di sicuro questo ascolto ci ha spiazzato molto, sia come posizione che come realizzazione.

07. A Saviour In The Square (04:13)
Dopo la follia torna la malinconia, grazie a un pezzo ancora arpeggiato, sottolineato da notturne tastiere. Un melodico assolo è posto in apertura, sovrapposto a una chitarra classica che batte lenta il tempo sull’arpeggio iniziale. Intorno al minuto e mezzo, alcuni effetti sonori stile ‘parata medievale’ introducono un passaggio dall’incedere più pesante ma sempre lento. Ancora una volta la canzone però manca di struttura, e si affida più che altro alle parti di LaBrie per donare melodia e ascoltabilità al tutto. Il finale della canzone è ancora lasciato a una base pianistica, con un LaBrie che ancora una volta mellifluo ed emozionale.

08. When Your Time Has Come (04:19)
Applausi registrati e grida di gioia introducono un altro pezzo melodico: qui siamo sulle sonorità di “Goodnight Kiss” o “Solitary Shell”, ma il disco comincia a sembrarci piuttosto privo di impatto, per quanto ben realizzato. La canzone in questione non ne ha colpa, guadagna anzi molto dal melodico ritornello piazzato a metà svolgimento e si rivela come il primo pezzo forse veramente memorizzabile sentito fin’ora. Nonostante appunto sia oramai il quarto brano lento su otto, dobbiamo ammettere che la classe dietro questi quattro minuti è comunque molto alta. Ancora una volta, un assolo Petrucci porta il brano alla sua conclusione, in maniera come sempre vibrante e elegante.

09. Act Of Faythe (05:00)
Un’intro sinfonica, con eleganti synth, avvia il brano. E’ strano come tutte queste morbide e raffinate orchestrazioni non ci ricordino per nulla il Rudess tamarro e sborone degli iPad suonati dal vivo e del MorphWiz… Una volta terminata l’intro, è infatti sempre lui a governare, con un altro brano pianistico su cui LaBrie intona ancora lente melodie sfruttando il range basso e dolce della sua timbrica. Il risultato ancora una volta è impeccabile, ma a questo punto dell’ascolto vorremmo davvero qualcosa di più movimentato. La canzone progredisce bene, dipingendo le sensazioni di una nuova “Through Her Eyes”, ma sia Petrucci che Mangini ci sembrano piuttosto sacrificati. Solo sul finale si respira un clima un po’ più epico, che fa sperare in una svolta.

10. Three Days (03:44)
Anche questo brano però inizia con la forma di un’ennesima ballad pianistica. Se non fosse per il lavoro di James qui più interpretativo, quasi recitato piuttosto che cantato, ci staremmo già innervosendo, ma oggettivamente l’incedere lascia sottintendere un certo crescendo di drammaticità. Le chitarre compresse entrano infatti presto, su una base spezzettata e in netto controtempo. Finalmente si intravede uno squarcio della creatività strumentale dei Dream Theater, grazie a un riffing di Petrucci piuttosto vorticoso e a un Jordan in profumo di “Dance Of Eternity”. A ‘sporcare’ il brano ci pensa LaBrie, con una prestazione finalmente non solo melodica… grande carisma, infatti, quello mostrato dal cantante canadese su questo passaggio. Il finale della canzone è piuttosto folle, lasciandoci un po’ spiazzati.

11. The Hovering Sojour (00:27)
Sul finire spiazzante della canzone precedente, seguono ventisette secondi di effetti sonori fantascientifici e poco interpretabili.

12. Brother, Can You Hear Me (05:11)
Passi marziali e rumore di cavalli introducono la dodicesima traccia, la quale indugia su effetti sonori dal sapore piuttosto medievale, con una marcia suonata dalla classica banda di fiati a contendersi il campo con un ricco coro. L’ingresso di LaBrie è contestuale ai lunghi accordi di Petrucci, e il brano si veste di un gusto tra l’epico e l’operistico. James osa un po’ di più con la voce, ma è sempre Rudess a marchiare a fuoco il pezzo, che ha tutti i connotati di un passaggio sinfonico. Il minuto centrale è affidato ancora a un breve passaggio pianistico col pacato Labrie a ricamarci sopra con la voce, mentre il finale riprende l’epicità dell’inizio del brano.

13. A Life Left Behind (05:48)
Savatage? Il pianoforte suona su note più basse del solito, e fa da base a una strana intro strumentale che mette finalmente in mostra un po’ tutti, anche il sacrificato e mai citato Myung. Ancora una volta però la parte del leone è affidata a un tranquillo LaBrie, che riveste qui un ruolo più di cantastorie che di cantante. Il brano, pur essendo lento, non lesina emozioni per fortuna, e si rivedono sprazzi dei Dream Theater che conosciamo, ricordando alcune delle canzoni tra le più ‘operistiche’ e sperimentali della loro carriera.

14. Ravenskill (06:00)
Questa traccia un po’ più lunghina si apre in maniera misteriosa, con tastiere spaziali e pochi ma essenziali colpi sui tasti d’avorio. Anche le linee vocali sono strane, rarefatte, memori di un brano come “Space-Dye Vest”. La canzone evolve in modo epico ed elegante, con una certa imprevedibilità ritmica dovuta alla chitarra, però stavolta la band sembra perdere un po’ il filo di quanto sta facendo. Il tentativo sembra essere quello di fare una nuova e più corta “Finally Free”, ma questo pezzo non sembra averne le capacità.

15. Chosen (04:32)
Di nuovo pianoforte, e di nuovo LaBrie. Oramai la cosa non ci stupisce, il primo atto di “The Astonishing” ha un volto ben preciso, ed è quello di un grosso musical, su cui LaBrie viene impiegato in una posizione più interpretativa che tecnica, Rudess è protagonista indiscusso e Petrucci si mostra come meno intraprendente ma più ispirato che sugli ultimi album. Gli elementi comuni all’album si ripetono anche qui: ci sono un’intro tranquilla, un crescendo epico, un’ariosa parte centrale e un vibrante assolo. Il brano ricorda il precedente “Ravenskill” nella sua struttura, ma al primo ascolto risulta migliore.

16. A Tempting Offer (04:19)
L’ ‘offerta’ del titolo dev’essere qualcosa di malvagio, perché i chitarroni posti in partenza gettano le basi per un passaggio finalmente più oscuro. Sotto l’interpretazione cupa di LaBrie troviamo subito delle sorprese: rumori di colluttazioni, una donna che urla… la canzone poi decolla, portandosi dietro reminiscenze dei Dream Theater recenti di “A Dramatic Turn Of Events”, con un riffing corpulento e gonfio che riempie la scena, condita da arditi soli di tastiera. Solo le melodie di James non perdono nemmeno qui di ariosità, stemperando il clima soffocante creato dal brano stesso.

17. Digital Discord (00:47)
Breve passaggio strumentale costituito da suoni computerizzati e inquietanti.

18. The X Aspect (04:13)
Ancora pianoforte, stavolta più meditativo che melodico. Si ascolta musica che si accompagna a scene di sole, immagini di verde, di prati, di natura. Qui siamo in pieno nel campo delle colonne sonore. Ancora una volta LaBrie interviene su toni bassi, cantando su una base arpeggiata dalle sei corde di nylon da Petrucci, ma è ancora Rudess a comandare, con un effetto simile al moog a creare un atmosferico sottofondo. Il brano si rivela attorno al secondo minuto, ma è ancora una pseudo-ballad, seppur con finale elettrico e in crescendo.

19. A New Beginning (07:40)
La tensione accumulata sul finire del pezzo precedente si sfoga, a sorpresa, qui. Il clima è quello dei Dream Theater dei primi anni del 2000, con molti richiami al grande “Six Degrees Of Inner Turbulence”. La canzone ripresenta il riffing cupo della sette corde di Petrucci, un Mangini finalmente impiegato al doppio pedale e un Rudess meno impostato e più creativo. Con l’aiuto di James ancora non strizzato su note alte ma decisamente più ‘cattivo’, il brano ci regala anche qualche sorpresa e un piacevole ritorno alle sonorità che, nel bene o nel male, continuiamo a voler sentire dai Dream Theater.

20. The Road To Revolution (03:34)
Lo stacco dal brano precedente è brusco, e ascoltiamo qualcosa di più maestoso, grazie a cori e orchestrazioni e a uno svolgimento del fraseggio chitarristico piuttosto imperioso. La costruzione di atmosfere plumbee avviene ancora grazie agli arpeggi, stavolta in distorto, mentre un buon uso del phaser condisce un brano di passaggio ma non certo interlocutorio, che fa ancora della prestazione di LaBrie la propria arma migliore. Il sipario del primo atto si chiude dunque sul volto ‘nuovo’ dei Dream Theater, questa teatrale e tutto sommato troppo tranquilla incarnazione musical-operistica della band che tutti conosciamo.

ACT II

1. 2285 Entr’acte (02:20)
Nuova ouverture, ancora passaggio strumentale, stavolta però sullo stile dei Dream Theater di “Six Degrees Of Inner Turbulence”. Non mancano le sorprese, e nemmeno i richiami alle atmosfere di vecchi album. Come con la prima ouverture ci sentiamo a casa, con un brano che ricorda parti di “Enigma Machine”, dall’omonimo disco del 2013.

2. Moment Of Betrayal (06:11)
Ancora il piano guida l’introduzione a questo nuovo brano, ma il resto della band entra presto, tracciando le linee di un pezzo decisamente metal, con un LaBrie in linea con le prestazioni sugli ultimi album post-Portnoy. L’accelerazione centrale e il complesso riffing rimandano a brani come “The Test Stumped Them All”, ma una certa dose di melodia di fondo, soprattutto nel ritornello, non viene mai veramente abbandonata. Questa canzone ci è piaciuta da subito e fa iniziare il disco nel migliore dei modi, mettendoci subito a nostro agio. Anche la struttura finalmente presenta una confortevole ripetizione di strofe e ritornelli, un aspetto che ci permette di inquadrare il brano in fretta e di attribuire ad esso subito una sua personalità.

3. Heaven’s Cove (04:19)
Il secondo atto ci sembra più in linea con i Dream Theater che ci aspettavamo. Anche l’arpeggio iniziale qui è più cupo e misterioso, sulla linea per dire di “On The Backs Of Angel”, e non eccessivamente morbido come nella prima parte dell’opera. La chitarra elettrica è nervosa, con numerosi stop-and-go in unisono con la batteria. La traccia si evolve poi in un brano metal non velocissimo e nemmeno tecnicissimo, ma di sicuro più in linea con quanto ascoltato nel passato recente della band.

4. Begin Again (03:53)
Ancora pianoforte, associato a una chitarra malinconica che dipinge un lento solo iniziale. Il resto della canzone è ancora una ballad con molte parti del tutto acustiche, nella quale troviamo di nuovo il LaBrie pulito che caratterizza tutto l’album. Come sempre è la tastiera ad arricchire il pezzo e a costruire le atmosfere su cui far muovere il cantante, e questo ci conferma l’importanza della penna di Rudess in tutto album.

5. The Path That Divides (05:09)
“The Path That Divides” si rivela un passaggio cupo e poco interpretabile, ma ci presenta però una delle poche accelerazioni dell’intero album. LaBrie torna a usare il filtro al microfono, cantando una strofa con ritmi molto veloci, e il riffing di Petrucci rimane spesso e presente. Ottimo Mangini, con una prestazione per una volta senza briglie, e da applausi il passaggio centrale dove, sotto a effetti sonori che raccontano una sanguinosa battaglia, troviamo finalmente quegli scambi strumentali che portano marchiati a fuoco il marchio Theater. La canzone non delude, e arriva alla sue epica conclusione senza perdere il grip sulla nostra attenzione. Abbiamo l’impressione che con altri ascolti crescerà anche di più…

6. Machine Chatter (01:03)
Breve introduzione, con vari effetti sonori.

7. The Walking Shadow (02:58)
Non ci sono più dubbi sul fatto che questa sia la parte dell’opera che picchia di più: il brano parte infatti molto metal e così continua, col volante saldamente nelle mani di Petrucci. Il cantato di LaBrie torna quello di brani come “The Enemy Inside” e una classica cascata di note come ai vecchi tempi conclude con un occhiolino la prima parte del brano, facendoci capire che nonostante l’album intero rappresenti un prodotto piuttosto atipico per i Dream Theater, non ci siamo comunque allontanati troppo dalla personalità creata in decenni di lavoro. Sul finire del pezzo, intuiamo che una ragazza viene uccisa in un violento scontro. E’ apparentemente l’inizio di un’ulteriore, sofferta ballad.

8. My Last Farewell (03:44)
Come dicevamo, un altro pezzo lento… ma solo apparentemente. La chitarra distorta entra presto, e sostiene una strofa dalla vocalità invero piuttosto aperta. Il piacevole ritornello, così simile nella melodia a “Bridges In The Sky”, è preceduto da un breve solo del simpatico MorphWiz, una testimonianza del Rudess più creativo e sperimentale. Il riff tritasassi che compare a due minuti dalla fine introduce un altro godibile passaggio strumentale che si conclude su un’ultima, rabbiosa, strofa.

9. Losing Faythe (04:13)
Il volto metal di questo atto si prende qui una pausa, chiudendo gli occhi del protagonista nel cordoglio per la dipartita di colei che, siamo convinti, sia una delle figure principali della storia, Faythe. Considerata la comunanza anche tematica, i titoli che ci vengono in mente per primi sono proprio “Through Her Eyes” o “The Spirit Carries On”, altre canzoni di cordoglio. Il brano non regala sorprese ma brividi, e i Dream Theater dimostrano ancora una volta di saperci fare con questo tipo di materiale.

10. Whispers In The Wind (01:37)
Semplice conclusione del brano precedente, un breve stacco pianistico per dar voce a uno dei personaggi principali, per esprimere il suo dolore e la speranza di tempi migliori.

11. Hymn Of A Thousand Voices (03:38)
Passaggio ad alto contenuto epico, con tanto di ricco coro presente per l’intera canzone, a supporto di un LaBrie di nuovo protagonista. I richiami, sia come struttura che posizionamento nella trama, vanno nuovamente a “The Spirit Carries On”, facendoci presagire un’epica conclusione. Che i Theater fossero maestri di questo tipo di crescendo lo sapevamo, peccato solo che questo gradevole brano non abbia del tutto la forza del capolavoro prima citato. Il ruolo nella narrazione è però di sicuro ben svolto anche da questa canzone…

12. Our New World (04:11)
Il riffing aperto e l’introduzione perentoria ricordano le atmosfere dell’ottima “Gift Of Music”, l’apertura cantata del primo atto di quest’opera rock. Questa canzone è forse un pelo meno frizzante e solare della controparte, ma il risultato è comunque fresco e gradevole, e permette di concludere l’album con un senso di attenzione e piacevolezza, non stanchi per le due ore e mezza che sono già praticamente trascorse da quando il primo CD è stato infilato nel lettore. Anche qui, una struttura più ammaestrata e da ‘canzone finita’ porta buoni risultati ed eleva personalità e memorizzabilità del brano, il quale rimane comunque tra quelli che più ci hanno colpito, su ambo gli atti.

13. Power Down (01:25)
Altri effetti sonori per un’altra intro computerizzata. Non ci sarebbe niente da segnalare se non fosse per piccoli effetti sonori che strizzano l’occhio a quelli dell’intro di “Dance Of Eternity”. E’ un piccolo cammeo, sia chiaro, e il brano rimane sempre e solo una breve intro, ma valeva la pena citare questa piccola curiosità…

14. Astonishing (05:50)
La chiusura non è affidata a un brano super epico o a un brano strumentale, ma a qualcosa che ha del tutto la struttura e le sonorità di ciò che abbiamo ascoltato fin’ora. Rimanendo quindi coerenti con lo svolgimento dell’intero lavoro, i Dream Theater mantengono un approccio morbido e accessibile, che solo sul finire si apre su qualcosa di più ardito. Un finale forse un po’ in sordina, visto il maggior livello di ‘pesantezza’ musicale della seconda parte, ma di sicuro di grande effetto.

 

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