FIVE FINGER DEATH PUNCH: “The Wrong Side of Heaven… Volume 1″ traccia per traccia!

A cura di Maurizio “morrizz” Borghi

I Five Finger Death Punch hanno raggiunto il top negli Stati Uniti d’America come co-headliner del prestigioso Rockstar Energy Mayhem, carrozzone itinerante a grandissimo impatto mediatico che si è imposto come erede ufficiale dell’Ozzfest. Si apprestano inoltre a consolidare la loro fama mondiale come meglio san fare: esagerando! “The Wrong Side of Heaven and the Righteous Side of Hell” raddoppia la dose che la band di Las Vegas distribuisce regolarmente, ogni 2 anni dal 2007, con un album in due capitoli pubblicati a distanza ravvicinata. Logico immaginare come i “real american heroes” possano pisciare fuori dal vaso, ancorati a una formula solidissima col forte rischio di ripetersi e annoiare anche i fan di lunga data. Scopriamo insieme, in questo resoconto traccia per traccia della prima parte dell’opera, come i 5FDP affrontano l’ambizioso compito!

FIVE FINGER DEATH PUNCH - 'The Wrong Side Of Heaven' - 2013

 

FIVE FINGER DEATH PUNCH
Ivan Moody
– voce
Zoltan Bathory – chitarra
Jeremy Spencer – batteria
Jason Hook – chitarra, backing vocals
Chris Kael – basso, backing vocals

THE WRONG SIDE OF HEAVEN AND THE RIGHTEOUS SIDE OF HELL VOLUME 1
Data d’uscita: 30 luglio 2013
Etichetta: Firm/EMI
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LIFT ME UP feat Rob Halford – 04:06
Il primo estratto è stato pubblicato con largo anticipo e presentato ai Revolver Golden Gods, dal vivo e con la leggenda vivente Rob Halford. Un pezzo anthemico e rabbioso, che trova un eccellente link col metal classico grazie alle linee melodiche del ritornello. Ritmiche sode, pre-chorus da urlo, ospite inatteso ed eccezionale… l’avete già ascoltata, che ve lo diciamo a fare? Figuriamoci se i 5FDP possono sbagliare il primo singolo!

WATCH YOU BLEED – 03:43
L’apertura è dedicata ad un arpeggio acustico con Ivan che introduce il ritornello in maniera enfatica e sommessa. Il brano si evolve sulle coordinate classiche del gruppo, con le solite ritmiche muscolose di Zoltan e uno svolgimento appassionato e melodico della controparte vocale, che calca la mano sul lato emozionale/drammatico. L’assolo sulla ¾ si dimostra particolarmente ispirato, andando a marcare da subito un lavoro mai così vario ed incisivo nelle partiture soliste.

YOU – 03:02
Un brano molto violento, una dichiarazione aperta a tutti coloro che continuano a bollare l’evoluzione mainstream della band con superficialità e sufficienza. La strofa ha un incidere molto concitato, veloce e rabbioso, fin quasi a far mangiare qualche parola a Moody. Il ritornello è anthemico e incentrato su un botta e risposta che andrà a coinvolgere il pubblico. Come sempre le liriche sono molto semplici e dirette, per essere adatte al massimo coinvolgimento ed immedesimazione: “I don’t give a fuck about YOU”. Semplice, consistente, d’impatto fino al sanguinolento. La formula funziona ancora.

WRONG SIDE OF HEAVEN – 04:31
Sin dall’arpeggio iniziale si capisce che siamo davanti al “lentone”, in questo caso un monologo riflessivo che canta il dialogo con Dio e il Diavolo. Il tutto sarebbe banale se non portasse all’epico ritornello, che alza l’intensità nel tipico sing-along da far ascoltare alla ragazza tramite telefono durante il concerto. Come sempre in queste situazioni, i Five Finger Death Punch riescono a trasalire la loro “modernità” per collocarsi in quella dimensione senza tempo, per raggiungere le atmosfere delle grandi e immortali rock ballad (rigorosamente made in USA, ovvio).

BURN MF – 03:37
Si torna a picchiare con un riff iniziale insolitamente thrashy. “Burn MF” è un mid tempo ignorante che ha nelle accelerate improvvise e nel ritornello ruffiano i suoi punti di forza. Al posto dell’assolo è presente il classico “crescendo”, espediente comune di band come Korn e RATM, che porta alla lunga sfuriata finale, che già ci immaginiamo sarà perfetta per il degenero dal vivo.

I.M. SIN – 03:39
“You’re a fucking poser, that’s all you ever be / Don’t get any closer or you’ll meet the real me”. Moody vomita rabbia scandita all’eccesso, diretta e perfettamente incanalata, almeno fino al ritornello ruffiano, che resta sorretto dal commento potente della batteria di Jeremy Spencer, impegnata in un giro notevole e giustamente in evidenza nel mixing. La variazione è rappresentata da uno spoken word che introduce un assolo breve e ulante, quasi slayeriano.

ANYWHERE BUT HERE (featuring Maria Brink) – 03:45
Uno dei pezzi più melodici dell’album, senza essere una vera e propria rock ballad. Chi conosce i Five Finger sa di cosa parliamo, gli altri possono immaginare un pezzo ag(g)ro dolce, melancolico, muscoloso, cadenzato. Nel ritornello ci sono echi di una voce femminile, che però resta nelle retrovie in maniera discreta. Ivan Moody ha qui occasione di dimostrare la versitilità della sua ugola, sempre espressiva e a suo agio su più registri. Per qualche verso il brano ricorda la mega-hit “The Bleeding”. Sul finale Maria ricompare doppiando la voce maschile, anche se il suo apporto resta trascurabile.

DOT YOUR EYES – 03:15
Un bel pezzo quadrato e minaccioso, dalla metrica semplice semplice e dallo svolgimento prevedibile. La batteria picchia, il riff gira bene, il ritornello si ficca in testa, lo vediamo bene come soundtrack di un qualche pay per view UFC o WWE, o magari come colonna sonora di un videogame. 5FDP, e sai cosa bevi.

M.I.N.E. (End This Way) – 04:06
Siamo al lentone numero due: si punta apertamente al dramma personale e al coinvolgimento emotivo, con l’ennesima prova maiuscola di un Moody che apprezziamo perchè riesce a star fuori dal clichè del post grunge americano (Alter Bridge, Shinedown, Seether) e alla sua quasi necessaria speranza, perchè è scandalosamente diretto, contagioso e, soprattutto, perchè può essere tragico e teatrale in modo adulto, senza “frignare” o imbarcarsi in falsetti da eunuco.

MAMA SAID KNOCK YOU OUT – 02:47
Ecco la prima vera e propria novità, per la quale il gruppo verrà facilmente additato da ogni contestatore: una cover di LL Cool J, un pezzo storico dell’hip hop old school! La band affronta la sfida a testa alta e, contro gli iniziali pronostici, il risultato è più vicino ai primi esperimenti di commistione tra i generi che alle influenze nu metal insite nel DNA del gruppo. Ecco quindi un riff in loop e uno screaming super cadenzato, che rimbalza per l’intera song. Il microfono viene successivamente passato a Techn9ne, che enfatizza la strofa in stile Chuck D… e poi lo shock: nella lista dei featuring non c’è Tom Morello, ma l’assolo scratchato è esattamente nello stile del chitarrista dei RATM. Un pezzo totalmente inedito, insomma, che polarizzerà ulteriormente le opinioni sul gruppo.

DIARY OF A DEADMAN – 04:40
Altro esperimento sul finale. La traccia 11 è metà spoken word e metà strumentale, scelta particolare e di nuovo totalmente inedita per la band, che con questo doppio album può concedersi allo sperimentare. Una mossa trascurabile? Forse, ma ci sentiamo di difendere un brano di discreta fattura, che forza sensibilmente la band fuori dalla sua zona di comfort.

I.M. SIN (feat Max Cavalera) – 03:39
Altra sorpresa: come avete avuto modo di vedere più in alto in coda alle tracce ordinarie troviamo tre versioni alternative di altrettanti brani in tracklist, ognuna con un featuring eccellente. Max Cavalera inasprisce ulteriormente il brano con le sue vocals crude e anthemiche, dividendo in maniera paritaria le strofe. Irresistibile la sua parte in portoghese, che va a suggellare con la sua forte impronta la volontà di essere sempre attuale e sul pezzo. Un plus considerevole.

ANYWHERE BUT HERE Duet with Maria Brink – 03:45
Come dice il titolo, in questa versione Maria c’è, e canta propriamente dividendo la strofa con Ivan. Come scoperto nell’ultimo In This Moment, Maria ha una dimensione ultrasexy non solo nelle forme e nel look, ma anche nel canto: eccola dunque sfoggiare melodie lascive e bollenti, che abbelliscono a dovere il brano e donano parecchio pathos e dinamicità. Non sarà la nuova “Bring Me To Life”, ma smuoverà parecchi ascoltatori.

DOT YOUR EYES (feat Jamey Jasta) – 03:15
L’ultima delle ‘alternate versions’ è affidata al king dell’hardcore Jamey Jasta, che si infila nelle ritmiche di “Dot Your Eyes” in maniera sorprendentemente facile (ma sapevamo già delle sue skills camaleontiche), facendo come se fosse a casa sua e prendendosi per intero la seconda strofa. Il risultato, come da copione, è super coinvolgente. JASTA = YOU’RE MOSHING!



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  • livinitup

    Mooooolto interessante! Non vedo l’ora di ascoltare questa bestia

  • matteo

    band molto interessante…oltretutto li ho visti a giugno (all’estero) e anche dal vivo sono bravi ,anche se spero ci sia la possibilita di vederli suonare anche da noi nei club a media capienza e non al forum come gruppo di supporto …per 30 min.

  • Wildcat

    A company always on the run! Non vedo l’ora di ascoltarlo.

  • fedsan

    Stanno sempre più crescendo… non mancherà tanto che li vedremo in italia non come gruppo spalla perchè loro riescono a tenere su un’concerto come se fosse niente e non sono da gruppo spalla perchè non è un gruppo nuovo da far conoscere dato che stanno vendendo milioni su milioni di dischi… io credo che con questo bisseranno il capolavoro (secondo me, gusti son gusti) di American Capitalist e si faranno conoscere ancora di più ai mass media… perchè noi fan gli conosciamo bene, anzi molto bene

  • Manuel Erak Donato

    Dai che il 23 Novembre è vicino… ma anche no.