HARD METAL CORE

INTRODUZIONE

 
 
Attraversol’analisi di alcuni degli album più rappresentativi prodottidall’etichetta americana, abbiamo deciso di dedicare uno speciale allaTrustkill records, nome di riferimento per l’odierna scenna hardcore emetal core. Con un roster selezionatissimo e qualitativamenteineccepibile, la label del New Jersey può vantare alcuni dei nomi piùquotati della scena, coprendo con le proprie produzioni uno spettro disonorità piuttosto vasto. Dal thrash core slayeriano dei Walls OfJericho, alla rilettura personale del NYHC dei Most Precious Blood, dalsuono indefinibile ed emozionante dei Poison The Well, alla brutalitàdegli inquietanti (ma bravissimi) Terror, la Trustkill segna il nord disonorità mutevoli, in costante, imprevedibile, evoluzione.

BLEEDING THROUGH – THIS IS LOVE THIS IS MURDEROUS

BLEEDING THROUGH - This Is Love This Is Murderous
I Bleeding Through sono indubbiamente una band efficace. Straight to the point direbbero i loro connazionali, pochi fronzoli (apparenti) e tanta sostanza (a volte anch’essa apparente). Il loro ibrido di sonorità metalcore e svolazzi gotici, di melodie europee e groove americano è tutto contenuto nei primi due minuti dell’opening “Love Lost In A Hail Of Gun Fire”, ottima sinergia di muscoli e cuore. Le tracce sono dodici più tre bonus e la partita si gioca sempre sullo stesso terreno: accelerazioni e rallentamenti, chitarre e tastiere, ruggiti (ottimi) e sussurri (così così) giustapposti con gusto e intelligenza che sembrano intermittenti. Se la già citata opening track è in effetti una summa convincente dello stile, questo senza dubbio, assolutamente personale della band, un brano come “On Wings Of Lead” fa bella mostra di eccessive malizie, di ruffianerie malcelate, di cadute di stile poco dignitose. Manca un po’ di compattezza agli arrangiamenti tastieristici che sembrano messi lì “tanto per” e anche il dono della sintesi, tanto evidente quanto efficace in “Sweet Vampirous”, sembra essere disceso sui nostri per un arco di tempo limitato. Le idee sono tante e alcune molto buone, ma il lato melodico dei Bleeding Through sembra poggiare su capacità e intuizioni eccessivamente rudimentali, che restituiscono l’immagine di una band enormemente a proprio agio quando si tratta di suonare veloce e incazzato e in leggero imbarazzo quando c’è da mettere in mostra la faccia d’angelo. Interessante.

EIGHTEEN VISIONS – THE BEST OF EIGHTEEN VISIONS

EIGHTEEN VISIONS - The Best Of Eighteen Visions
La terza release degli Eighteen Visions, targata 2001, è un best of dinome ma non di fatto, o meglio, non è il greatest canonico (raccoltadelle migliori song del gruppo), ma è con buona probabilità quanto dimeglio la band abbia prodotto nei primi anni di attività, prima dellasvolta artistica rappresentata da “Vanity”: il titolo alla fine dice ilvero. Quando la band firmò per la Trustkill aveva due cd editi sottoetichette più piccole, e visto che le song erano sempre richieste dalpubblico e che le stampe scomparvero in fretta, al posto di ristamparequei lavori per intero sotto la nuova etichetta la band decise dire-inciderle aggiungendo quel tocco che li ha in seguitocontraddistinti. Il disco contiene tre brani dal sette pollici “No TimeFor Love” su Trustkill, cinque brani dal CD “Yesterday Is Time Killed”su Cedargate Records, due song dal cd “Lifeless” su Life SentenceRecords, oltre a una canzone nuova di zecca. Raramente accade che unarelease del genere si mantenga a livelli alti dal’inizio alla fine, inquanto solitamente i brani tappabuco spopolano per dar luogo diesistere ad album fittizi tenuti in piedi da un paio di singoli maiediti, in questo caso però undici monolitici pezzi sfilano compatti enon danno tregua, violenti e coesi nel distruggere l’ascoltatore nelpiù violento dei mosh. Scordate il sound ruffiano degli ultimi lavori,gli 18V del 2001 sono intensi, brutali e irruenti, accostabili a queiNorma Jean oggi sulla cresta dell’onda. Imponente il riffing, tondo egrassissimo, che riesce a dar vita ad accelerazioni inaudite come abreak violentissimi e metallici, mentre le vocals sono quasiesclusivamente lancinanti growls gutturali, che raramente incontranolinee pulite, usate solamente per dar più contrasto alla mattanza inatto. Il singer James Stephen Hart regala una prova estrema e sopra lerighe, davvero insana per molte soluzioni adottate, fa intravedere quelgusto glamour che li ha fatti emergere nella scena. Maestri nel creareun groove che cattura anche all’interno di composizioni violentissime,gli Eighteen si dimostrano un gruppo solido e convincente, esoprattutto sorprendentemente heavy in questo episodio che potrà esseretranquillamente apprezzato da chi si nutre esclusivamente di sonoritàmetalliche. Impossibile sottolineare una track in particolare, pregioindiscutibile di questo monolitico debutto su Trustkill. Non fateviimpressionare dalla cover inguardabile che, unita al titolo,scoraggerebbe l’acquisto anche al fan più accanito. Consigliatissimo.

EIGHTEEN VISIONS – VANITY

EIGHTEEN VISIONS - Vanity
Quanto può essere hardcore un cd dalla copertina rosa e blu? GliEighteen Vision ci danno una risposta, pubblicando nel 2002 la loroseconda uscita sotto Trustkill Records, intitolata a ragione “Vanity”.Un disco di rottura e di avanguardia rispetto alla rigiditàdell’hardcore, sperimentale e per certi versi coraggioso, che trascrivein musica l’attitudine particolare degli Eighteen Visions, ovvero tuttaquella attenzione esasperata per l’estetica, per il look e il vestiarioche attualmente sta avendo tanto successo e che li ha portati ad esseredefiniti come la faccia “glam” dell’harcore: fanno capolino taglisofisticati, jeans strettissimi e capi ricercati, oltra a t-shirt conflavour eighties… c’è poca differenza tra la loro attitudine e quelladi una band “hair metal”. Intento manifesto del gruppo: quello di avereun album che suonasse bene quanto l’aspetto fisico della band,obiettivo centrato pienamente in questo distillato di metalcore conmelodie avvolgenti e canzoni istantaneamente memorizzabili. Iriferimenti possono essere Poison the Well, Stone Temple Pilots e inqualche misura anche gli Slipknot, un riffing ultraprodotto guidal’ascoltatore tra riff thrashy e arpeggi acustici in maniera davveromolto agile e ispirata, e di pari passo vanno le vocals di James Hartche si dimostrano pienamente all’altezza della situazione sia nel growlgutturale che nei melodici, puliti o aggressivi che siano, svelandoabilità che superano le migliori ipotesi sviluppate negli albumprecedenti. Erroneamente inseriti nel filone “nu” da qualcuno per lesopra citate caratteristiche il gruppo suona ancora pienamentehardcore, seppur con le dovute precisazioni, dalla scena hardcoreprovengono infatti i numerosissimi guest alla voce, tra gli altri ilgrande Howard Jones (Blood Has Been Shed, Killswitch Engage) in “OneHell Of A Prize Fighter” e l’ex Zao Corey Darst in “A Short Walk Down ALong Hallway”. A parte l’intermezzo strumentale di “The Notes Of MyReflection” il disco si dimostra vario e ispirato dall’inizio sino alsuggello posto nelle ultime note dalla ballad “Love In Autumn”, mentrela hit indubbiamente resta il singolo “You Broke Like Glass”,accompagnato da un video decisamente “hot”. Da evitare per ifondamentalisti del genere, ma, secondo il parere di chi scrive, ungran bel disco. Godeteveli prima dello svarione di “Obsession”.

HOPESFALL – THE SATELLITE YEARS

HOPESFALL - The Satellite Years
L’avventura chiamata Hopesfall entra nel vivo qui, con l’uscita di “The Satellite Years”, nel 2002. I cinque ragazzi statunitensi, oltre a vantare – ad avviso del sottoscritto – un nome bellissimo, possiedono uno stile unico, che ha influenzato decine di formazioni dell’attuale scena new school/emo core, costruito attorno alla continua contrapposizione di situazioni aggressive, urlate e concitate tra hardcore e metal con intervalli di pacatezza contraddistinti da soffici e malinconici arpeggi di chitarre in stile indie e aperture post rock, su cui si appoggia la voce placida del dotato singer Jay Forrest. Detta in questo modo, ai profani potrebbe sembrare di avere a che fare con una band simile a tantissime altre, ma in verità le cose non stanno affatto così. Il suono è vissuto, complesso, viscerale, apparentemente disorganizzato, a tratti caotico, tutt’altro che iper prodotto. Questo non è semplice emo né new school hardcore: gli Hopesfall nel 2002 erano uno dei gruppi iù personali della scena e la tracklist di “The Satellite Years” in questo senso parla chiaro, sorprendendoci in continuazione e arrivando a consegnarci composizioni incredibili come l’intro “Andromeda”, “Dead In Magazines”, “Only The Clouds” e “The Bending”. Album imprescindibile.

HOPESFALL – A TYPES

HOPESFALL - A Types
Emocore? Un album emocore dagli Hopesfall? Proprio così, ritorna una delle formazioni più interessanti che gli Stati Uniti abbiano partorito nell’ultimo lustro e lo fa con un disco che di certo farà discutere non poco fan e addetti ai lavori! Comunque andiamo con ordine… due anni fa usciva “The Satellite Years”, il secondo full length degli Hopesfall, a tutti gli effetti uno dei dischi più intriganti pubblicati negli ultimi anni in ambito post hardcore, un lavoro stupendo basato su un tessuto musicale particolarissimo, provvisto di molteplici influenze in cui trovavano spazio reminiscenze hardcore, post rock, metal, indie e psichedeliche. “The Satellite Years” era davvero un album originale ed emozionante, tecnico e complesso, una vera gemma fatta di chitarre crepitanti, di atmosfere rarefatte, di ritmiche adrenaliniche e di melodie ad alto tasso sentimentale. Un disco senza dubbio da possedere, ora più che mai visto che presumibilmente il quintetto americano non ne realizzerà mai più uno sulla stessa scia. Infatti, seguendo l’evoluzione già messa in atto da band loro connazionali come From Autumn To Ashes e Poison The Well, Jay Forrest e soci con “A Types” hanno cambiato le carte in tavola e hanno optato per un sound notevolmente più asciutto e melodico, meno articolato e, a dirla tutta, anche un pochino meno personale, più vicino che mai a stilemi emo e memore della vecchia produzione solo per la particolare carica emozionale, certe svisate indie e per la maggior parte delle melodie, inequivocabilmente di marca Hopesfall. Questa svolta farà sicuramente storcere il naso a molti e con tutta probabilità “A Types” verrà stroncato in diverse sedi perchè, come dicevamo, in fin dei conti si tratta di un album emo, nel quale il gruppo – pur restando a nostro avviso decisamente lontano dalla cosiddetta ‘musica da teenager deluso dalla fidanzata’ – concede davvero poco alla sperimentazioni o all’aggressività e suona in maniera assai semplice (strofa-ritornello, per intenderci). Chi scrive però, pur amando alla follia i vecchi album, non se la sente di fare una cosa del genere. Questo perché, nonostante sia innegabile che la genialità di un tempo sia spesso assente tra i suoi solchi, il lavoro è comunque complessivamente davvero convincente! Bisogna infatti riconoscere che, pur cambiando praticamente stile, gli Hopesfall sono rimasti dei songwriter veramente bravi, così bravi che, per assurdo, questo “A Types” finisce per rivelarsi una delle migliori produzioni emo dell’anno, un prodotto che porta la band direttamente ai vertici di questa scena! Questo mix quasi perfetto di melodie malinconiche, gusto, suoni cristallini, vocals disperate (fantastica la performance di Forrest!), piccole parentesi ruvido/rockeggianti e giusto appeal orecchiabile rimarrà indigesto a tanti, tantissimi vecchi fan ma costituirà una più che gustosa leccornia per tutti gli amanti della buona musica, i quali difficilmente rimarranno insensibili all’ascolto di brani da urlo come “It Happens”, “Icarus” o “Breathe From Coma”. Gli Hopesfall di “No Wings To Speak Of” o di “The Satellite Years” purtroppo non esistono più, ma, alla luce della qualità di “A Types”, lunga vita agli attuali!

MOST PRECIOUS BLOOD – OUR LADY OF ANNIHILATION

MOST PRECIOUS BLOOD - Our Lady Of Annihilation

Provenienti dalla grande mela e dunque discendenti di una stirpe nobilissima di straordinari interpreti della materia hardcore, i Most Precious Blood non sembrano sentire il peso del proprio lignaggio e coniano un suono che ha, sì, radici nella tradizione Newyorkese ma dimostra carattere e personalità assolutamente cristallini. Poco metal, ma quanto basta, e molto core in “Our Lady Of Annihilation”, disco ruvido ma non confusionario, diretto e imbevuto di genuina spigolosità hardcore che trova nelle vocals di Rob Fusco, ottimo interprete dell’approccio cinico e tagliente della band, una perfetta chiave di volta. Disco davvero ottimo, che rifugge coscientemente i manierismi che spesso si associano all’hardcore ed è tutta polpa, tutta sostanza frenetica ed aggressiva, tutta attitudine, per usare un termine caro alla scena di cui i Most Precious Blood sono fieri esponenti, che si sostanzia in undici brani scarni, i cui testi sembrano voler rifuggire dal luogo comune del tuff guy hardcore per calarsi in una ricerca più intima e sofferta sul senso delle relazioni, sulla propria collocazione nella società. Il mood generale è disilluso, pessimista, confinante a volte con l’apocalittico, l’impressione è che ci sia sentimento dietro i brani, un sentimento che fa di “Our Lady Of Annihilation” un disco imprescindibile per gli amanti di certe sonorità.

POISON THE WELL – TEAR FROM THE RED

POISON THE WELL - Tear From The Red
In attesa dell’atteso successore dell’ultimo “You Come Before You”, godiamoci la ristampa del secondo album dei Poison The Well, il notevole “Tear From The Red”. La band statunitense è nota ai più per il lavoro più recente ma fu artefice di prove maiuscole già nei primi anni della sua carriera: il disco in questione – che ebbe il difficile compito di non deludere le aspettative di critica e fan createsi in seguito alla pubblicazione dell’eccellente debut “The Opposite Of December” (oggi considerato una pietra miliare del genere) – fu infatti senz’altro quello che la aiutò ad assestarsi definitivamente nelle alte posizioni della scena new school hardcore. La tradizionale proposta dei nostri venne in “Tear From The Red” lievemente rivisitata da scelte sonore anomale e un po’ spiazzanti per i vecchi fan: il gruppo infatti semplifica di molto le strutture delle composizioni e inizia a muoversi su tempi sostanzialmente medi, rimanendo quasi sempre carente in velocità ma distinguendosi alla grande sul lato melodico, con ottimi pezzi quali “Botchla”, “Turn Down Elliot” e “Parks And What You Meant To Be”, con il vocalist Jeff protagonista di una performance finalmente del tutto soddisfacente anche in territori clean oltre che screaming. Brani come “Lazzaro” e “Rings From Corona”, forti di riff anche molto heavy, non fanno infine mancare al disco una giusta dose di aggressività, rendendolo più vario e longevo. Un lavoro perciò pienamente riuscito, magari meno innovativo del debut ma comunque assai piacevole. “Tear From The Red” è un capitolo importante perchè gettò senz’ombra di dubbio le basi per la futura evoluzione dei nostri, i quali, con il succitato “You Come Before You”, decisero poco dopo di abbandonare definitivamente certe spigolosità di matrice hardcore e metal per abbracciare quasi in toto (e con grande classe) melodia ed atmosfera. Consigliato caldamente.

POISON THE WELL – THE OPPOSITE OF DECEMBER

POISON THE WELL - The Opposite Of December

I Poison The Well sono il volto poetico dell’hardcore contemporaneo, la dimensione lirica ed emo-tiva di un suono per sua natura inquieto. Questa emo-tività porta a riflettere sull’idea che generalmente si ha dell’emo core, genere che i nostri non abbracciano ma certamente tangono, e di come si tenda a considerare tale declinazione dell’hardcore come un prodotto per ragazzine o, al limite, per adolescenti iperormonali. Il problema è sostanzialmente da ritrovarsi nel fatto che pochi generi si prestano ad eccessi grotteschi o a manierismi comici come l’emo. Quegli eccessi che portano i cantanti a latrare in modo scomposto, a cospargersi il capo (con zazzera) di cenere di fronte al rifiuto di una ragazza, a cantare di una serata storta con l’enfasi che si riserva alle guerre nucleari. Ecco, questo è un problema che sembra non toccare i Poison The Well. Una band che, in particolare in questo “The Opposite Of December”, debutto al fulmicotone plurilodato in ogni contesto, sembra non aver remore a far convivere intimismo e aggressione, trovando in contrasti spesso più che netti una dinamica del tutto personale. Ecco che, anche quando le melodie costeggiano l’emo, i nostri non suonano artefatti, rifuggono i patetismi e si rigettano a capofitto nel proprio lessico musicale complesso e cangiante. Tutto e niente nel suono dei Poison The Well; ci sono lo screamo e l’hardcore vecchia scuola, il metal e il postcore, la brutalità e la contemplazione. Un album che, caso rarissimo, fa di contrasti e incongruenze un valore aggiunto assolutamente determinante.

THROWDOWN – HAYMAKER

THROWDOWN - Haymaker
“Respect”, “Pride”, “Never Give In”, “Fuck You”. E’ sufficiente leggere i titoli dei brani e, soprattutto, i loro testi per capire subito che per i Throwdown gli Hatebreed sono una vera e propria istituzione! La musica poi non tradisce affatto le attese: metalcore tamarro e ignorantissimo, il che vuol dire breakdown monolitici e assassini, pochissime concessioni alla melodia e tanta, tanta rabbia. Ora si potrebbe già liquidare il combo dopo queste poche righe, in fretta e furia, ma sarebbe sicuramente poco onesto nei suoi confronti. Bisogna riconoscere ai Throwdown i plausi che meritano: il songwriting, infatti, pur risultando sempre e comunque a dir poco derivativo, è indubbiamente sempre ispirato e coinvolgente, e quindi in grado di divertire moltissimo coloro che stravedono per la band di Jamey Jasta. “Haymaker” è tutto fuorché personale, non presenta nulla di anche minimamente innovativo ma è un platter impeccabile sia dal punto di vista meramente tecnico sia per la passione smisurata ostentata dai nostri per questo determinato tipo di sonorità. Se fra i vostri beniamini ci sono anche gli Agnostic Front non abbiate più dubbi e fate vostro questo album.

WALLS OF JERICHO – ALL HAIL THE DEAD

WALLS OF JERICHO - All Hail The Dead
Non si parla di Wrestling WWE né del power speed metal degli Helloween: “All Hail The Dead”, sophomore release dei metalcorer Walls of Jericho, è un album serio, uno dei più accostabili del catalogo Trustkill all’attitudine hardcore cruda e pura. Rispetto, forza, credibilità, attitudine sono caratteristiche che emergono sin dal primo ascolto, portando alla memoria e alle orecchie più affezionate a tali sonorità molte reminescenze dell’hardcore metallizzato anni ’90, dai Madball (forse una delle band più sottovalutate al globo) agli Slayer di “Undisputed Attitude”. Il primo impatto è spiazzante per la presenza di Candace, energica e validissima front-woman, tanto gradevole nel suo aspetto da “Suicide Girl” (ma nemmeno troppo, non aspettatevi una coniglietta) quanto minacciosa e perentoria con in mano un microfono, 100% hardcore attitude, straight edge e tattoo in evidenza sui lineamenti muscolosi. Il primo impatto giova in maniera molto positiva a favore del gruppo soprattutto per la inconsueta scelta del singer, ma sorpassato l’impatto iniziale ci si accorge che c’è ben poco di femminile nella proposta musicale: il gruppo giustamente non punta esclusivamente sulla frontwoman ma si dedica alla musica totalmente: uomo o donna, c’è poca differenza in sostanza, l’obiettivo è trasmettere il messaggio di onestà e positività ai kid. Molti riferimenti old school dicevamo, tutti i cliché dell’hardcore, comunque necessari per l’appartenenza al genere (per i rispettivi estimatori un buon album hardcore è come riguardare “Star Wars” più e più volte, è bello anche nella sua ripetitività) con l’aggiunta di una produzione eccellente: in risalto rispetto al debut è soprattutto l’ottimo lavoro del drummer Alexei Rodriguez per potenza e precisione. Partendo da territori già esplorati (“All Hail The Dead”, “There’s No I In Fuck You”) il livello qualitativo sale nel cuore dell’album, le tracce tra la quarta e l’ottava infatti esprimono al meglio tutto ciò che fa emergere i Walls of Jericho dall’anonimato, “Another Anthem For The Hopeless” e “Revival Never Goes Out Of Style” su tutte, con quei cori e quelle sporadiche clean vocals che si uniscono alla struttura classica e vincente. Qualche riempitivo qua e là allontana il lavoro dall’eccellenza, ma è interessante sapere che una ragazza possa spazzare via l’80% delle band hardcore del pianeta.

AAVV – TRUSTKILL VIDEO ASSAULT VOL. 1

AAVV – Trustkill Video Assault Vol. 1
AAVV -
Prima video-compilation in DVD edita dalla Trustkill Records, “Trustkill Video Assault Vol. 1” raccoglie e riunisce tutti i filmati finora realizzati dalla label statunitense, per una sessantina di minuti di piacevole passatempo. Dodici video da gustare e dieci band da ascoltare o, se non le si conosce già, da scoprire. A dirla tutta, il prodotto non è così entusiasmante, come lo era ad esempio “Eye For An Eye” della Century Media (nel quale, peraltro, facevano la loro comparsa parecchi dei video realizzati dalle band della Trustkill), però è certamente in grado di dare spunti di interesse e curiosità, oltre ad indicare il notevole stato di salute del roster dell’etichetta. La parte del leone, con due clip a testa, la fanno gli Eighteen Visions e i Bleeding Through, con i primi in evidenza nel filmato della stupenda “You Broke Like Glass”, nel quale una conturbante coppia di fanciulle amoreggia in maniera piuttosto spinta, prima di scoprire che una delle due lei ha anche un lui; meno riuscito, invece, è “Waiting For The Heavens”; i Bleeding Through, con il loro death-core di stampo svedese al quale le tastiere danno un feeling apocalittico superbo, ci deliziano con “Love Lost In A Hail Of Gunfire” e “On Wings Of Lead”, bei filmati entrambi. Divertenti i video dei Roses Are Red (il pezzo, però, non dice granché), dei Nora e dei Throwdown, quest’ultimo in piena atmosfera “Fight Club”. Poison The Well e Hopesfall, due fra le band più originali del lotto, si limitano a fare presenza, mentre Most Precious Blood e Armsbendback trasmettono rispettivamente inquietudine e disperazione con le loro performance. Da dimenticare, purtroppo, l’operato degli Open Hand, un gruppo che non ha entusiasmato per niente chi scrive. Miserrimo il contenuto extra del DVD, consistente in vari spezzoni e trailer provenienti dai DVD dell’Hellfest 2002 e 2003 e da quello del New England Metal And Hardcore Festival 2003; risulta simpatica, invece, l’idea di inserire una breve introduzione parlata per ogni video della tracklist. Tutto sommato, “Trustkill Video Assault Vol. 1” è un prodotto sufficientemente valido, ma che mostra solo una piccola parte del movimento metal-core americano, il quale sta assumendo davvero dimensioni insperate.


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  • mullmuzzler

    tutto qua??
    pensavo ci fossero anke slipknot – sepultura – metallica – dream theater mi sbagliavo…

  • .izo.

    c’è scritto trustkill… e poi che c’entrano i dream theater col metalcore??????????? bah…