KATATONIA – “The Fall Of Hearts” traccia per traccia!

Pubblicato il 25/04/2016

A cura di Luca Pessina

“Posso già dirti che il nuovo materiale dei Katatonia ha un forte tocco progressivo. Di conseguenza, quando compongo e suono con i Bloodbath per me è necessario allontanarmi il più possibile da quel tipo di attitudine: qui voglio essere sporco, diretto e brutale, senza alcun compromesso”. Anders Nyström aveva fatto cenno al nuovo album della sua band principale in una intervista rilasciataci in occasione dell’uscita di “Grand Morbid Funeral”, ultima fatica dei Bloodbath. All’epoca, concentrati sul death metal del noto side-project, non avevamo fatto troppo caso a quella dichiarazione, ma oggi, finalmente davanti al decimo full-length del gruppo svedese, i conti tornano. “The Fall Of Hearts” non sembra un semplice successore di “Dead End Kings” o dei lavori ad esso immediatamente precedenti: dopo avere trascorso diversi anni a consolidare, raffinare e ad esplorare nei minimi dettagli lo stile coniato con “Viva Emptiness”, per i Katatonia è giunto di nuovo il momento di compiere un vero salto in avanti e di sperimentare soluzioni inedite. Di certo non stiamo parlando di un’opera che rompe con il passato della band – anche perchè sono presenti almeno un paio di episodi decisamente “tradizionali” – ma basterà un ascolto sommario per captare la nuova attitudine che oggi anima il suddetto Nyström, il cantante Jonas Renkse e i loro compagni. I Katatonia negli ultimi anni sono migliorati enormemente come musicisti, anche grazie all’innesto di forze fresche in line-up, e questo inedito bagaglio tecnico è stato pienamente messo al servizio del materiale che va a comporre il nuovo lavoro. Un rapido sguardo alla tracklist svela durate insolite per i recenti standard degli svedesi, con vari pezzi che oltrepassano i cinque minuti, ma è ovviamente la musica a confermare i sospetti: non serve arrivare al termine della fruizione per realizzare che alcune di queste canzoni siano le più elaborate e sinuose del repertorio del gruppo. Difficile ora parlare solo di “dark”, “alternative” o “gothic” davanti a quanto offerto dai ragazzi di Stoccolma: i Katatonia stanno entrando in una nuova dimensione e lo stanno facendo senza nascondere le loro ambizioni e le loro potenzialità… come, del resto, subito dimostra la complessa opener del disco! Serviranno senza dubbio numerosi ascolti e un po’ di pazienza per entrare del tutto in sintonia con questa prova discografica degli svedesi: noi stessi ci stiamo prendendo del tempo e per un giudizio approfondito vi diamo appuntamento tra alcune settimane, quando pubblicheremo una vera e propria recensione. Di seguito trovate invece un track by track basato su degli appunti presi durante i primi due ascolti del lavoro, utile per farsi un’idea generale di cosa il quintetto abbia sulla rampa di lancio…

Katatonia - Fall Of Hearts - 2016

KATATONIA – “The Fall Of Hearts”
Etichetta: Peaceville Records
Data di pubblicazione: 20 maggio 2016

Jonas Renkse – Voce, chitarra, tastiere
Anders Nyström – Chitarra, tastiere
Niklas Sandin – Basso
Daniel Moilanen – Batteria
Roger Öjersson – Chitarra

Katatonia.com

01. TAKEOVER (07:09)

“The Fall Of Hearts” si apre con uno dei suoi brani più strutturati. Giusto il tempo di decifrare un arpeggio e la voce di Jonas Renkse è già su di noi, con il suo inconfondibile timbro trasognato. Il limpido cantato del frontman rappresenta tuttavia l’elemento più lineare di una traccia che altrimenti sembra fare di tutto per bombardare l’ascoltatore con quanti più input possibile. Per la prima volta è necessario scomodare il termine ‘progressive’ per descrivere quanto proposto dai Katatonia su “Takeover”: arpeggi si alternano ad un riffing nervoso che ricorda certi momenti di “Viva Emptiness”, tastiere e programming sottolineano quasi sempre i cambi di registro, confermandosi ormai parte integrante del suono del gruppo, mentre il drumming del nuovo acquisto Daniel Moilanen è certamente il più tecnico della storia della band. Tra omaggi ai Tool, finezze varie e soluzioni prettamente metal con doppia cassa, il batterista fa davvero un grande lavoro nel potenziare gli intrecci di chitarra e tastiere. Manca forse un vero, grande ritornello, ma l’obiettivo di “Takeover” è evidentemente quello di mettere in mostra tutti gli ingredienti cardine dei “nuovi” Katatonia: l’indole prog in primis, come dimostra anche l’importante minutaggio complessivo.

02. SEREIN (04:46)

L’attacco di “Serein” strizza l’occhio all’opener di “Dead End Kings”, ma si tratta solo di alcuni secondi: ben presto il pezzo si trasforma in una hit molto ritmata, dalle linee di chitarra che arrivano a ricordare addirittura un “Last Fair Deal Gone Down”. Il chorus invece, più sincopato e di nuovo sostenuto da una serie di finezze da parte di Moilanen, si avvicina alle ultime, più moderne, produzioni. Un interlocutorio break centrale giocato su un duetto tastiere-sezione ritmica incupisce i toni prima di un finale nuovamente agile, che riprende sia l’incipit che il ritornello. Pezzo nel complesso molto gradevole, nonostante possa essere visto come un rimpasto di vecchi spunti.

03. OLD HEART FALLS (04:23)

Il primo singolo estratto dal disco è il classico brano-nenia degli ultimi Katatonia, quasi del tutto incentrato sulle cantilene di Renkse. Di nuovo le tastiere assumone un ruolo centrale, dettando i tempi del pezzo, mentre chitarre e sezione ritmica mantengono un basso profilo, punteggiando l’andatura con tocchi brevi e nervosi, per un risultato finale che ricorda diversi episodi degli ultimi quattro album.

04. DECIMA (04:47)

Si rallenta ancora con “Decima”, tipica ballata alla Renkse, con chitarre acustiche a sorreggere un soave tappeto di tastiere e un cantato assolutamente mellifluo. Questo è un altro tipo di episodio al quale i Katatonia ci hanno abituato negli ultimi anni, tuttavia l’interesse resta alto, se non altro per l’indubbio sentimento che emerge dal chorus. Brano da abbracci e accendini al cielo.

05. SANCTION (05:07)

Prevedibile il ritorno a toni più aggressivi. “Sanction” si apre con quel riffing spigoloso ed inquieto che i Katatonia hanno iniziato ad adottare da “Viva Emptiness”; il cantato compare su un’apertura più interlocutoria per poi lanciarsi definitivamente in un ritornello che, come già accaduto nelle prime due tracce, abbina limpidezza e ambiguità, soprattutto per via di un lavoro di batteria mai completamente lineare. Gli intrecci di chitarra, le ritmiche sghembe e gli improvvisi break e contro-break (spesso a base di tastiera) alla base di questo episodio fanno intendere una volta per tutte quanto i Katatonia siano cresciuti come compositori e soprattutto come musicisti negli ultimi tempi. Quando la band decide di alzare il ritmo, in genere le cose si fanno molto più imprevedibili che in passato. Chi è in cerca di orecchiabilità spiccia è avvisato.

06. RESIDUAL (06:54)

Incipit enigmatico, con Renkse sospeso su una ambigua base di tastiera e programming. Dopo poco più di un minuto la batteria inizia a vivacizzare le trame e il pezzo sale di intensità, aprendosi poi in uno dei chorus più ariosi dell’opera. Di nuovo è il caso di sottolineare come la sezione ritmica rifugga pattern troppo essenziali, ma l’idea è comunque quella di trovarsi al cospetto di una composizione più morbida rispetto alla precedente. Questo almeno sino a metà brano, quando, dopo un arpeggio straniante, le chitarre acquistano maggiore vigore e iniziano a graffiare sotto il cantato. Non si arriva mai ad una vera esplosione, ma la differenza con le primissime battute è evidente. Nel complesso, una traccia che ad un primo ascolto pare nascondere buona parte del suo vero potenziale: vuoi per la struttura elaborata – di nuovo figlia di evidenti velleità progressive – vuoi per il minutaggio corposo.

07. SERAC (07:25)

Bando agli indugi: “Serac” si apre su registri molto accesi, con una doppia cassa a reggere soluzioni tastieristiche di chiara matrice prog. Un paragone con gli Opeth qui ci può stare: in questa traccia il gruppo infatti pare quasi volere rendere omaggio al classico sound dei suoi amici, per poi modernizzarlo tramite il solito riffing spigoloso e i cambi di tempo di ascendenza Tool. Nel suo insieme, una traccia nella quale convivono grosse porzioni di metallo e un retaggio progressive/seventies, per un risultato finale tutto sommato piuttosto diretto e coinvolgente, a dispetto della durata notevole.

08. LAST SONG BEFORE THE FADE (05:01)

Un inizio affidato al piano potrebbe fare pensare ad una nuova ballad o ad una traccia dai toni tenui, ma “Last Song Before The Fade” è in realtà un episodio particolarmente ritmato, in cui gli ormai immancabili break interlocutori ad appannaggio della voce del frontman o nuovamente del piano vengono cinti da corpose fuoriuscite di metallo. In queste ultime fasi la band si affida ad una ritmica baldanzosa e a melodie dolciastre che ricordano un po’ quelle del vecchio singolo “Day and Then the Shade”. Altro episodio snello e piacevole.

09. SHIFTS (04:54)

Delle sirene da allarme aereo introducono una semi-ballad amarognola dal suono 100% Katatonia. Leggermente più movimentata di “Decima”, “Shifts” resta tuttavia una di quelle canzoni che ci fanno immaginare Jonas Renkse alle prese con una ninnananna. La qualità degli arrangiamenti di tastiera è davvero elevata e di nuovo non si può fare a meno di pensare che dei più attenti ascolti in cuffia non potranno fare altro che svelare nuovi dettagli ed elementi in questa traccia all’apparenza pura e semplice.

10. THE NIGHT SUBSCRIBER (06:10)

Come di consueto, ad un pezzo dai toni leggeri segue qualcosa di più vibrante. “The Night Subscriber” è lontano dal configurarsi come una parentesi di brutalità, ma il riff e la punteggiatura di doppia cassa che spazzano via i due minuti dell’arioso incipit architettati da Renkse sono tra i momenti più immediati del disco. Il ritornello, inoltre, è forse il più seducente tra quelli ascoltati, anche se comunque siamo su binari completamente diversi da quelli cari a mega hit come “Teargas” o “Evidence”. I Katatonia in questo album tendono decisamente a mescolare o nascondere le loro tendenze pop in strutture poco ortodosse, cercando di cogliere l’ascoltatore di sorpresa piuttosto che offrire la melodia su un piatto d’argento. Ciò nonostante, “The Night Subscriber”, grazie a delle linee vocali un filo più ammiccanti e ad un groove maggiormente spiccato, finisce presto per risultare uno dei brani più accattivanti della tracklist.

11. PALE FLAG (04:24)

Un’altra nenia di Renkse. Ad una prima parte giocata quasi interamente su voce, chitarra acustica e delle inedite percussioni, segue una seconda in cui il cantato si fa più solenne e dove la batteria detta il tempo con maggiore decisione. Il chorus inoltre qui è più insistente, quasi a volere alzare l’intensità e preparare il terreno per il tumulto in arrivo…

12. PASSER (06:32)

Come già accaduto su “Dead End Kings”, i Katatonia non optano per un congedo in punta di piedi. “Passer” si apre su una ritmica concitata e con un lungo assolo di chitarra. Dopo il tipico break sospeso, che introduce il cantato, il brano riprende il volo con frequenti inserti di doppia cassa e un ritornello squillante. Moilanen regge le chitarre e i rintocchi di tastiere con innata prestanza, ma la scena, a lungo andare, è comunque tutta del frontman, qui perfetto nel combinare dolcezza e inquietudine. Oltre sei minuti per questo brano, ma il tempo vola davanti a una tale ricchezza di note e suggestioni. Un finale a dir poco penetrante.

 

Ester Segarra

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