METALLICA: abbiamo ascoltato “Hardwired… To Self-Destruct”, ecco le prime impressioni!

Pubblicato il 10/11/2016

A cura di Jacopo Casati

C’è chi pubblica il nuovo disco senza preavviso e chi, come i Metallica, sceglie la vecchia strada. Un singolo, un’altra anticipazione, ancora un pezzo a pochi giorni dalla pubblicazione del nuovo album. James Hetfield e compagni decidono di giocare pesante, in modo simile a quanto fatto dagli Iron Maiden poco tempo fa: doppio album, dodici pezzi e ottanta minuti di nuova musica. Abbiamo avuto modo di gustarci in anteprima il nuovo lavoro “Hardwired… To Self-Destruct” negli uffici di Universal e questa è la nostra prima impressione dopo un solo ascolto.

metallica - hardwired hi res - 2016
Chiariamo subito un aspetto: i Metallica ci credono ancora tantissimo. La loro convinzione, la voglia di comporre nuova musica e di suonare insieme è la stessa degli ultimi anni. Questo, considerando che stiamo parlando di quattro persone che hanno tutte superato i cinquanta da un po’, è l’elemento chiave, da tenere sempre in mente quando si parla di dischi incisi da chi ha forgiato un genere, marchiando a fuoco il proprio logo nella storia della musica. Tra le tracce di “Hardwired…To Self Destruct” la volontà di cui sopra si sente tutta (tanto quanto le continue, irritanti, inutili benchè caratteristiche rullatone di Lars Ulrich), ed è tutt’altro che qualcosa di scontato o da non considerare.
Il disco parte col botto. La produzione (senza dubbio la migliore dai tempi gloriosi del Black Album) è debordante e ci piazza i Metallica come se fossero in camera a suonarci in faccia. Se su di loro si è sempre potuto discutere circa le prove in studio post 1991, dal vivo, pur coi loro limiti, riescono a convincere e a fare male ancora oggi. La scelta di riproporre questo tipo di fucilata sonora anche su disco funziona. L’effetto è dirompente tanto quanto l’impatto frontale dell’intero primo CD. Non c’è un pezzo che non funzioni nei 37 minuti che si aprono con il singolo di lancio, ovvero uno dei più violenti e thrash incisi dai Metallica negli ultimi venticinque anni. “Hardwired” con tutta la sua essenziale efficacia, ti scaraventa contro un muro e la successiva (e altrettanto già nota) “Atlas, Rise!” ci consegna un quartetto immerso negli anni Ottanta, quando l’heavy metal dominava le classifiche. “Now That We’re Dead” attacca come un pezzo dei Judas Priest, per poi evolvere con un ritornello hard rock che non avrebbe affatto sfigurato nel già citato Black Album. Di “Moth Into Flame” sappiamo già tutto, in quanto secondo brano diffuso dai Metallica per far aumentare la salivazione ai fan nostalgici della prima ora. L’oscura “Dream No More” riporta in auge i mid tempo monolitici alla “The Thing That Should Not Be”, con una spolverata di sludge for dummies che male non fa mai. In seguito “Halo On Fire” è il pezzo più epico di tutto l’album, con un paio di strofe sorrette dalle chitarre acustiche che esplodono sul ritornello.
A questo punto, a dire il vero, un po’ di panico serpeggia tra chi sta ascoltando il disco in anteprima. E adesso? E adesso purtroppo arrivano le note dolenti. Benché l’inizio di “Confusion” ci faccia pensare a un tributo ai Diamond Head e il mid-tempo che ne segue sia decisamente epicheggiante e ancora legato all’heavy classico, riff dopo riff il brano diventa un polpettone difficilmente digeribile. La stessa sensazione di pesantezza purtroppo ce la lascia anche la successiva (e unico brano scritto anche da Rob Trujillo insieme ai capi Hetfield e Ulrich) “ManUNkind”: se l’inizio ricorda certamente i Maiden più recenti, con tanto di basso in evidenza, l’arrivo delle solite rullate di Lars e un brano che non decolla iniziano a farci pesantemente sbadigliare. La sensazione che l’ispirazione sia calata drasticamente viene confermata da “Here Comes Revenge”. Pur essendo più spedita rispetto alle due precedenti tracce, non ci sono guizzi tali da considerarla un highlight. Addirittura, in “Am I Savage” tornano i fantasmi dei pachidermici mid-tempo di ReLoad-iana memoria, in una canzone che inizia ancora con degli arpeggi e che gode di un’intro che va in crescendo ma senza entusiasmare. Se “Murder One” può essere in parte salvata in quanto dedicata al compianto Lemmy Kilmister (ma non illudetevi, è un altro dannato mid-tempo che si trascina stancamente, nonostante Hetfield ci creda parecchio), la bordata conclusiva “Spit Out The Bone” suona quasi come una beffa. L’ultimo sussulto del nuovo Metallica, è probabilmente la traccia thrash più furibonda e ben costruita tra quelle ascoltate, con una coda finale lunga e piena di assoli.
Certo precisiamo che un ascolto è decisamente poco per poter dare un giudizio accurato, ma “Hardwired…To Self-Destruct” ci è parso un disco onesto e per lunghi tratti godibile. Tuttavia, i Metallica hanno tirato troppo la corda mettendo sul piatto troppi pezzi simili e poco coinvolgenti in successione, soprattutto nella seconda metà dell’opera. L’impressione generale è che si possa considerare il primo disco come il vero album e il secondo come una serie di b-side in cui spicca quella conclusiva. Con un po’ di ridondanza in meno avremmo sicuramente avuto per le mani un lavoro ancora più importante e convincente.

Per la valutazione finale vi invitiamo ad attendere la recensione definitiva.

Hardwired…To Self-Destruct” verrà pubblicato il 18 novembre su Blackened Recordings/Universal.

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