THE MODERN AGE SLAVERY: “Requiem For Us All” traccia per traccia!

A cura di Luca Pessina

“Damned To Blindness”, uscito nel 2008 per Napalm Records, ci ha presentato l’ennesima death metal band italiana finalmente in grado di rivaleggiare apertamente con realtà estere. Il debut album dei The Modern Age Slavery è infatti il classico debut album fresco ed equilibrato, un disco che rivela una notevole abilità nel mescolare influenze classiche e moderne, velocità e groove, senza dimenticare un pizzico di melodia e atmosfera. Alla pubblicazione di “Damned…” sono seguite numerose date live in giro per l’Europa e possiamo affermare che da allora il gruppo emiliano non si sia praticamente più fermato, dato che, a cadenza più o meno regolare, anche di recente è stato visto supportare diversi nomi importanti (Suffocation, Sepultura, ecc.) nel corso delle loro tappe italiane. Questa attività dal vivo deve aver preparato al meglio il terreno per la nuova prova discografica, visto che, nel 2013, i The Modern Age Slavery si presentano a noi con un nuovo album ancora più compatto e intenso, che, almeno in teoria, ha tutte le carte in regola per irretire i fan di band già ampiamente affermate e celebrate come Aborted e Decapitated e, in generale, gli amanti del death metal moderno. “Requiem For Us All” è stato prodotto principalmente da Simone Mularoni nei Domination Studios e verrà pubblicato dalla Pavement Music, etichetta statunitense con cui la band ha di recente siglato un nuovo contratto, il prossimo 19 marzo. Per prepararvi al meglio all’arrivo di questa attesa opera, Metalitalia.com vi presenta un track-by-track in anteprima, condito dagli importanti commenti del chitarrista Simone “Sym” Bertozzi e del frontman Giovanni “Gio” Berselli. Buona lettura!

the modern age slavery - requiem for us all - 2013


THE MODERN AGE SLAVERY

Giovanni “Gio” Berselli – voce
Simone “Sym” Bertozzi – chitarra
Luca “Cocco” Cocconi – chitarra
Mirco “Mibbe” Bennati – basso
Stefano “Reynoldz” Brognoli – batteria

REQUIEM FOR US ALL
Data d’uscita: 19 marzo 2013
Etichetta: Pavement Music
Web: www.themodernageslavery.com

 

01. REQUIEM FOR US ALL (3:23)
Sym: “L’album si apre con la title track, nonché uno dei brani più tecnici di tutto il disco: racchiude riff tipicamente death metal old school insieme a parti spiccatamente più moderne. La schizofrenia del riff principale con blast beat all’unisono sul rullante ha un piccolo respiro nell’apertura del chorus, caratterizzato da un refrain epico e cantabile. Dopodiché si sbatte il grugno contro una legnata decisamente ‘alla vecchia’ che vede un riff scritto direttamente durante il tour europeo insieme a Malevolent Creation e Vomitory. Direi che si sente tutto lo stile old school! Ovviamente non può essere un brano dei The Modern Age Slavery senza una parte più cadenzata in cui dare sfogo all’headbanging”.
Gio: “La title track descrive la disillusione di una generazione a cui è stato rubato il futuro. Vuole trasmettere l’angoscia dei figli di un’epoca in cui combattere significa soccombere, nonché lo sgomento di un popolo di giovani che ancora si chiede cosa davvero gli sia stato concesso e cosa gli sia stato semplicemente negato”.

La title track, come giusto che sia, è un buon biglietto da visita per l’intero disco. Il pezzo racchiude tutti gli elementi tipici del suono The Modern Age Slavery, da parti tiratissime a midtempo corposi, passando per sezioni più sincopate. Death metal dinamico, variegato e moderno, nella migliore accezione del termine. Si mette subito in luce anche l’ottima produzione dei Domination Studios, che, assieme ai 16th Cellar e agli Studio 73, stanno finalmente donando ai dischi di metal estremo nostrani dei suoni degni di questo nome, dopo decenni di p(i)attume.

02. THE DAWN PRAYER (3:52)
Sym: “Difficile descrivere a parole il legame emozionale che ho con questo brano, iniziato e concluso in una manciata di giorni nel bel mezzo di un importante cambiamento nella mia vita. Posso definirlo la vera e propria colonna sonora di un capitolo che si chiude e di un altro che si apre. Per questo motivo è intriso da una epica melodia di rinnovamento, insieme a tanta energia e voglia di affrontare il futuro con il massimo della carica. Adoro i tempi terzinati per il loro incedere imperiale e trascinante, caratteristiche fondamentali del pezzo insieme alle sfuriate grindcore delle strofe, così come il riff schiacciasassi del chorus. Qui c’è un refrain che vorrei sentir cantare da un esercito intero… segnatevelo: ‘Left dying alone, disposable son’! Menzione d’onore per il solo da pelle d’oca eseguito dal mio fratello di musica, Simone Mularoni (DGM, nonché collega negli Empyrios): la progressione di accordi fu scritta insieme al resto del brano con un appunto: ‘inserire assolo micidiale’! Nonostante i tentativi in corso d’opera non potevamo semplicemente fare niente di meglio di quello che Simone è riuscito ad immortalare in un paio di take. Mito!”.
Gio: “Il pezzo parla in maniera asettica, senza velleità di giudizio, nel bene o nel male, degli attacchi suicidi nel nome di un dio. E’ una sorta di preghiera per uomini, a volte privati di una reale scelta, il cui sacrificio ha raramente influenzato il corso degli eventi”.

Il pezzo parte in maniera più controllata, ma si tratta di pochi istanti. I blast-beat sono dietro l’angolo e finiscono ben presto per condurre un brano dall’incedere epico, comunque spezzato sovente da midtempo e strappi in doppia cassa, in cui emerge alla grande il buon gusto per il groove in dote ai ragazzi. Senza dubbio uno degli episodi migliori di “Requiem…”, “The Dawn Prayer” si rivela tecnico, imprevedibile, ma anche notevolmente orecchiabile.

03. OBEDIENCE (3:13)
Sym: “Assolutamente la prima song composta per ‘Requiem For Us All’. Credo che se dovessi riassumere l’album in una canzone, sceglierei proprio ‘Obedience’ perché ha tutti gli elementi del mix tra velocità, groove e death metal moderno. Gli ingredienti sono senza dubbio le sfuriate brutali di blast beat, breakdown in classico stile The Modern Age Slavery, condite da una giusta dose di melodia dove serve. Non si può dire che il death metal sia solo rumore, giusto?! Per dessert abbiamo un finale che delizia il palato, ma soprattutto il collo, con una notevole colata di cemento!”.
Gio: “Un giro di parole attorno ad un semplice concetto: la sottomissione nasce dalla chimera di un domani migliore”.

“Obedience” mette in mostra un’interpretazione vocale a cura di Giovanni “Gio” Berselli decisamente espressiva – almeno per canoni extreme metal – assieme a varie finezze chitarristiche che impreziosiscono e danno “anima” a un riffing altrimenti decisamente sanguigno. Ottima la parte centrale sincopata, degna dei migliori Decapitated di metà carriera. Un pezzo che rimane subito in mente.

04: THE SILENT DEATH OF CAIN (3:45)
Sym: “Credo che questo brano, insieme ad altri 2 episodi che si susseguiranno da qui in avanti nell’album, possa tranquillamente dare un indizio sù quello che sarà il futuro dei The Modern Age Slavery. La nostra missione è sempre stata quella di unire le tante scuole di pensiero del metal estremo in una singola potente creatura e in questa ‘The Silent Death Of Cain’ ci sono gli elementi più variegati di sempre. Gli elementi tipici del sound TMAS non mancano, ancora una volta in un brano epicamente terzinato, ma qui c’è ancora più evoluzione, con riff molto moderni insieme ad altri più old school, uniti da un ritornello malvagissimo che fa quasi l’occhiolino al black metal. Da segnalare la presenza di Tommaso Riccardi dei nostranissimi e mai troppo osannati Fleshgod Apocalypse a duettare urli e sputi dietro al microfono insieme a Giovanni. Siamo legati ai FA da una grande amicizia, abbiamo condiviso il palco insieme tante volte, nonché condividiamo con loro il fonico live Francesco ‘Zaccarola’ Zacchi e, senza ruffianismi di sorta, ci tengo a dire che si meritano tutto il successo che stanno riscuotendo e molto di più. Sono delle macchine che lavorano durissimo e sempre a pieno regime, più che disumani. Dunque, ancora grazie a Tommaso per aver impreziosito questo brano con la sua voce!”.
Gio: “Questo brano ribalta il concetto biblico che vede in Caino il primo traditore della storia. In pratica, legge il fratricidio di Abele come un giusto atto di ribellione nei confronti di privilegi insensati concessi da un dio iniquo. Per inciso, nel saper comune, pochi ricordano come sia morto Caino”.

Più old school, invece, l’attacco di “The Silent Death Of Cain”, ma, come ormai è consuetudine in questo disco, si tratta solo di una sezione fra tante. Il brano si “stempera” infatti un rifferama ora maggiormente contorto, ora più arioso ed epico, che appunto pare rifarsi a certo black metal. Riuscito il duetto fra i due cantanti, ma ci teniamo a sottolineare prima di tutto l’abilità della band nel costruire una canzone che vive di momenti e influenze diverse senza risultare mai caotica e pretenziosa.

05. IVORY CAGE (4:04)
Sym: “Il martellamento incessante dei primi quattro brani si placa con questa song più riflessiva e davvero molto sperimentale, uno dei primi episodi nella storia dei The Modern Age Slavery in cui il pezzo ci guida nel songwriting e non il contrario. Capisco che sia molto strano da immaginare e giuro che le abbiamo provate tutte, ma più tentavamo di portare ‘Ivory Cage’ sui binari classici, più ci faceva capire che la sua forza era quella di spaziare senza limiti. Per questo motivo si alternano riff monolitici ad altri più ariosi ed oscuri. Impossibile da inquadrare e sicuramente necessità di diversi ascolti per essere assimiliata. Diverse persone che hanno avuto modo di ascoltare l’album in anteprima lo reputano uno dei migliori brani e mi piacerebbe davvero sapere cosa ne pensano gli ascoltatori!”.
Gio: “‘Ivory Cage’ parla del mito di ‘esportare la libertà’ e delle atrocità compiute nel nome di nobili principi. Il brano, il cui titolo è anche un omaggio ad una band hardcore modenese degli anni Novanta, contiene una citazione di Bukowski che mi è parsa centrata, anche se usata in un contesto diverso: ‘…vite completamente usate, consegnate agli odi e ai rancori più insignificanti. Alla fine, qui non resta niente alla morte da portar via’”.

“Ivory Cage” si segnala in principio per un’andatura thrasheggiante, che almeno nella prima parte ricorda un po’ gli Strapping Young Lad degli inizi. La parte centrale è invece più grezza e “ignorante”, vagamente alla Malevolent Creation nello spirito. Il finale è invece più lento e atmosferico, quasi tragico, a dirla tutta! L’accortezza nei cambi di tempo e le arie catastrofiche rendono comunque il brano facilmente accostabile a quelli che lo hanno preceduto. Di nuovo, colpisce la personalità della formazione, che maneggia vari elementi evitando di perdere la bussola.

06. OPIATE OF THE MASSES (3:14)
Sym: “Pensavate che vi lasciassimo respirare troppo a lungo, eh no… Al contrario, dopo esservi arrovellati le cervella con ‘Ivory Cage’, ora vi beccate questa legnata a 260bpm. Scritto nei primi periodi del songwriting, avevamo bisogno di tastare il polso alla bestia e, come si fa con una muscle car con l’acceleratore a fondo, così abbiamo fatto insieme con Reynoldz dietro le pelli: ‘a tutto gas!’. Mibbe (basso) adora questo brano nella sua intransigenza. Diciamo che questo può essere considerato il nostro contributo alla mai troppo celata ‘gara dei bpm’ nella scena brutal/death (risate, ndR)! Chiaramente, in pieno stile TMAS, anche qui il groove non manca in diversi passaggi: la varietà è la regola numero uno del nostro stile e credo che sia anche il punto di forza del metal estremo. Dopo tutto, una riflessione: è più ‘brutale’ una raffica di schiaffioni alla velocità del suono senza stop per 4 minuti d’orologio oppure una buona dose di suddetti schiaffoni ben calcolati seguito da un respiro di stop per poi assestare un corposo pugno in faccia?! Va comunque detto che le parti groove di ‘Opiate Of The Masses’ hanno dei pattern all’unisono di cassa / chitarra veramente indemoniati, altro che respiro!”.
Gio: “Diversamente da quanto potrebbe apparire, oppio dei popoli non viene riferito, in senso marxista, alla religione. Seguendo la linea di pensiero di ‘Requiem For Us All’, ‘Opiate Of The Masses’ cerca semplicemente di dipingere l’epoca moderna dal punto di vista degli oppressori”.

La conclusione rallentata di “Ivory Cage” fa da preambolo a una nuova frustata in cui il drumming tesissimo di Stefano “Reynoldz” Brognoli ha campo libero. In questo episodio il riffing di chitarra risulta particolarmente ruvido e “semplificato” rispetto alle altre canzoni, anche se il gruppo si concede comunque qualche melodia subliminale, volta a caratterizzare il brano. Squisitamente moderna e graffiante la parentesi in midtempo prima del finale, foriera di una strizzata d’occhio ai migliori Despised Icon.

07. SLAVES OF TIME (2:47)
Sym: “Ecco, questo può essere tranquillamente definito come ‘la mazzata’. Nei suoi 2 minuti e 47 tutto ciò che gli importa è di legnare a più non posso: pochissimi fronzoli, neanche la parte più atmosferica centrale gli è sufficiente per poterlo far diventare meno ignorante. Diciamo pure che eravamo agli sgoccioli con il tempo prima di entrare in studio e avevamo bisogno di comporre un pezzo di puro impatto. Eccolo qui”.
Gio: “Questo brano è liberamente ispirato ad una poesia di Pierpaolo Pasolini, ‘La Religione del Mio Tempo’, riletta in una notte di rabbia e vissuta come estremamente potente per la sua attualità. ‘Slaves Of Time’ parla di una generazione di uomini, sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, e lasciati nella brutale consapevolezza che tutto quello per cui avevano vissuto era stato soltanto un ‘sogno ingiustificato, inoggettivo, fonte ora di solitarie, vergognose lacrime’”.

Un episodio diretto e senza fronzoli, almeno sulla carta. In verità, “Slaves Of Time” mette ancora una volta in mostra il gran gusto dei The Modern Age Slavery, che sembrano incapaci di concepire un pezzo privo di cambi di tempo azzeccati, intrusioni melodiche e linee vocali magniloquenti. Si corre a tutta velocità, ma attenzione ai dettagli!

08. ICON OF A DEAD WORLD (4:35)
Sym: “Siamo arrivati verso la chiusura di questo ‘Requiem For Us All’ e abbiamo deciso di chiudere nella maniera più epocale e pesante possibile. E’ un altro mio brano, poi arrangiato insieme agli altri, di cui sono davvero fiero perché è davvero groovy e trascinante insieme ad un ritornellone davvero epico. Ci sono dinamiche molto interessanti, come la parte centrale che ha più di un minuto di climax senza sosta, per poi ritornare nel secondo chorus, ancora più galvanizzati. Il finale è la marcia di un elefante di cemento, senza nessun compromesso e vuole chiudere nella maniera più potente un album per noi molto intenso, che ci ha visto sputar sangue e arrivare quasi alle mani in più di un’occasione! Per questo abbiamo voluto chiudere scassando i colli, una volta per tutte”.
Gio: “Questo brano è un atto di accusa verso quei maestri di vita che hanno predicato pace ed equità, senza di fatto aver vissuto in prima persona la cruda ingiustizia del reale. Prediche fatue, in effetti, se il mondo di oggi va in pezzi. Così come ‘Slaves Of Time’, ‘Icon Of A Dead World’ è nato in un momento di rabbia ascoltando ‘Give Peace A Chance’ di John Lennon”.

Inizialmente questa canzone ci ha ricordato di nuovo i Decapitated di metà carriera, ma in seguito siamo rimasti catturati anche e soprattutto dai lievi tocchi atmosferici presenti all’altezza del chorus, i quali danno al brano una personalità tutta sua. Una peculiarità dei The Modern Age Slavery è, come già accennato, quella di sapersi affidare al groove senza risultare ripetitivi e banali e “Icon…”, un pezzo mediamente cadenzato, è l’ennesimo esempio di questa dote.

09. REQUIEM TO MY NATION (1:29)
Sym: “Anche se la nostra chiusura vera e propria è affidata ad ‘Icon Of A Dead World’, abbiamo voluto includere un brano outro, molto paranoico e subdolo. Si basa sù un pattern di cassa studiato da Rey durante una session di studio. Le ceneri calpestate dall’elefante di cemento hanno smosso la terra e sotto i tizzoni sono davvero roventi. Il nostro Requiem giunge dunque al termine, con un outro che potrebbe essere benissimo considerato intro per il capitolo 3.0. Gli spunti ci sono tutti…”.
Gio: “L’outro del disco, recitato da Costa Latsos, australiano di origine greche ed ospite in Italia da diversi anni, è la traduzione letteraria della poesia ‘Alla Mia Nazione’ di Pasolini. E’ dedicata a tutti coloro che, come me, sono costretti ad amare questo paese perché non hanno la libertà di odiarlo come meriterebbe”.

Un outro affidato a un rigido pattern chitarra/batteria, su cui si stagliano sample e melodie ipnotiche. Un outro in linea con l’atmosfera generale del disco e che potrebbe appunto fungere da introduzione per la prossima prova in studio.

10. ARISE (3:17)
Sym: “La bonus track di ‘Requiem…’ è affidata a questa versione hot-rod di ‘Arise’ dei Sepultura. L’arrangiamento era stato fatto per il tour con Malevolent Creation e in molti la sentirono live in giro per l’Europa; sarebbe stato un peccato lasciarla al solo ricordo dei pochi, per cui abbiamo deciso di averla anche nel disco, con un notevole solo del nostro amico Paolo Menozzi, in forze agli Injury”.

“Arise” dei Sepultura dopata da un lavoro di batteria death metal e da un riffing che, soprattutto nella parte centrale, è a tutti gli effetti datato 2013. Una versione davvero divertente, che non stona affatto accanto al materiale originale presentato nel disco.

the modern age slavery - band - 2013



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    Puoi fare il preorder direttamente qui: http://www.themodernageslavery.bigcartel.com ;) Grazie Davide!

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    aspetto solo poste italiane ora ;)