WATAIN: “The Wild Hunt” studio report!

A cura di Luca Pessina

Il fenomeno Watain è in procinto di esplodere definitivamente. Come i Behemoth nel death metal, il gruppo svedese sta scalando rapidamente vette di popolarità un tempo impensabili per una realtà black metal giovane o comunque non appartenente alla storica ondata dei primi anni Novanta. Fa decisamente un certo effetto vedere legioni di fan attendere con trepidazione le mosse dei Watain, un gruppo che di certo non si pone in maniera facile, avendo da sempre un’immagine controversa e, soprattutto, un sound realmente diabolico ed esplosivo, sin qui radicato solamente nel metal – estremo e non – più puro e incompromissorio. Non stiamo insomma parlando di un caso alla Cradle Of Filth o Dimmu Borgir, dove accenni gotici, orchestrazioni e concessioni a temi orecchiabili negli anni hanno chiaramente favorito la conquista di un pubblico più ampio; i Watain, almeno per certi aspetti, sono apparsi sempre “scomodi” e pericolosi, riuscendo però ad irretire comunque le masse come se in possesso di chissà quale formula magica. Di rado negli ultimi anni il fascino del maligno si è manifestato in maniera tanto lampante. Se ne è accorta persino una etichetta ormai imponente come la Century Media, che ha battuto la concorrenza e si è aggiudicata la pubblicazione del nuovo album dei Nostri, “The Wild Hunt”. Registrato col fido produttore Tore Stjerna – che negli anni è stato visto all’opera anche con Funeral Mist, Ondskapt e Demonical, fra i tanti – il disco promette seriamente di diventare il cosiddetto best seller dei Watain e soprattutto uno dei temi più caldi nelle discussioni dei metal fan dei prossimi mesi. Già la firma per una label ormai spesso considerata “mainstream” ha messo in allarme i fan della prima ora della band e tutti gli adoratori della nera fiamma più tradizionalisti, ma probabilmente nulla di ciò potrà essere paragonato alle reazioni all’ascolto di alcune di queste nuove canzoni, le quali hanno tutte le carte in regola per spaccare il vasto e sin qui fedele seguito degli svedesi. Volete ulteriori dettagli? Nessun problema! Metalitalia.com è stata invitata da Century Media Records ad un’esclusiva listening session in quel di Berlino, durante la quale il leader Erik Danielsson ha presentato in anteprima il disco ad una manciata di giornalisti provenienti da vari Paesi europei. Di seguito potete quindi addentrarvi nelle nostre prime impressioni a caldo, oltre a leggere il resoconto della chiacchierata che abbiamo imbastito con il cantante/compositore poco dopo il termine dell’ascolto, avvenuto presso un intimo bar situato nel popolare quartiere d Kreuzberg della capitale tedesca. Vi ricordiamo che “The Wild Hunt” vedrà ufficialmente la luce (si fa per dire…) il 19 agosto e che il singolo “All That May Bleed” ha preceduto il disco il 21 giugno.

watain - the wild hunt - 2013

WATAIN
Erik Danielsson – voce, basso
Pelle Forsberg – chitarra
Håkan Jonsson – batteria

THE WILD HUNT
Data d’uscita: 19 agosto 2013
Etichetta: Century Media Records
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01. NIGHT VISION

Il quinto full-length dei Watain si apre con un arpeggio orrorifico sottolineato da tastiere e velate orchestrazioni. Subentrano presto la batteria ed un duello di chitarre maligne. L’incedere diventa marziale e la tensione sale di secondo in secondo. Un classico intro, radicato nella tradizione del genere.

02. DE PROFUNDIS

Il primo brano vero e proprio è una cavalcata degna dei migliori Dissection. Qui emerge con prepotenza la componente death-black del sound dei Nostri, così come si rende immediatamente palese la cura riposta nella produzione, che svela suoni molto corposi e un mixaggio che non lascia niente al caso. Tra midtempo roboanti e puntuali ripartenze, il pezzo picchia duro ma eccelle anche in orecchiabilità, dimostrandosi una opener azzeccata.

03. BLACK FLAMES MARCH

Brano dall’incedere contratto, quasi nervoso, che fa un ampio uso di riff secchi e staccati e di cori e voci anthemiche, che spesso si alternano o si sovrappongono allo screaming. Non mancano sezioni marziali, peraltro già preannunciate dal titolo, e,in generale, si respira spesso una atmosfera “old school metal” che emerge sia nel lavoro di chitarra che in quello di batteria, solido e qui mai troppo veloce.

04. ALL THAT MAY BLEED

Un altro midtempo, aperto da un riff ben distinto e subito memorizzabile. Anche il comparto vocale segue la medesima direzione, manifestando il desiderio di risultare aggressivo ed espressivo allo stesso tempo. Si comprende la scelta di utilizzare il pezzo come primo singolo, dato che l’incedere è piuttosto groovy, la doppia cassa detta molti dei tempi e lo sviluppo generale è tutto sommato tradizionale. Una cavalcata nera che dovrebbe funzionare bene dal vivo.

05. THE CHILD MUST DIE

Ricorda un po’ la vecchia “Malfeitor” nelle melodie, ma si tratta di una canzone che al primo ascolto colpisce soprattutto per la sua andatura classic metal e per il taglio molto old school dei suoi riff. Anche la batteria si attesta sul medesimo concetto, pompando tutto con una frequente doppia cassa. Un pezzo che pare invocare i Dissection o gli Unanimated più ariosi e tradizionalisti.

06. THEY RODE ON

La vera grande sorpresa del disco! Un brano semi-acustico, cantanto in voce pulita, ombroso e nostalgico nei toni. Sia per il testo che per l’impostazione sonora, appare quasi come il frutto di una jam session con protagonisti Bathory e Solstafir. Fantastico l’assolo di chitarra, così come tutta la seconda parte della traccia, dove qualche pennellata elettrica e una voce femminile riscaldano ulteriormente il cuore. Un vero exploit, destinato a fare subito scalpore.

07. SLEEPLESS EVIL

Dopo un pezzo tanto sorprendente come “They Rode On”, giustamente si torna alla carica con una mazzata black metal che alterna le classiche frustate del genere con parentesi di ispirazione thrash tedesco/sudamericano. Il riffing è pungente, ma ancora una volta emerge soprattutto la cura negli arrangiamenti e nel comparto vocale, il quale presenta anche parti in pulito e accenni di falsetto. Dopo un tetro break pianistico, la canzone riparte con trame chitarristiche che nuovamente risentono di influenze old school metal e con un incedere più possente e marziale.

08. WILD HUNT

Un altro potenziale singolo. Parliamo di un midtempo punteggiato da cori puliti ed arpeggi. Dei sussurri si intrecciano con il cantato, creando un’atmosfera cerimoniale. Si fa largo di nuovo l’influenza dei Bathory, soprattutto nella parte centrale, e nel finale il gruppo sorprende ancora tutti con una parte spagnoleggiante del tutto inaspettata. Da segnalare poi, di nuovo, la voce pulita di Danielsson, fra Quorthon e Pink Floyd.

09. OUTLAW

Avviata da una sorta di cantilena diabolica, “Outlaw” riporta il disco su binari più diretti, concedendo più di qualcosina a trame prettamente thrash metal. Emerge ora definitivamente l’idea che i Watain sin qui non abbiano ancora proposto un pezzo totalmente black metal. Anche nei passaggi più cattivi, l’album non eccede mai in vere e proprie barbarità. Con rimandi agli Slayer piuttosto evidenti, “Outlaw” si muove all’insegna di un black-thrash che smuove e diverte.

10. IGNEM VENI MITTERE

Un brano strumentale che ricorda a tratti le suite dei primi Metallica. Midtempo, “arpeggioni”, incedere heavy metal… Qualcosa che abbiamo in parte già sentito sull’ultimo Necrovation, qui rielaborato dai Watain con il loro tipico gusto apocalittico.

11. HOLOCAUST DAWN

Un vero e proprio minestrone di suoni e stili, per un finale che fa letteralmente scintille. Qui i Watain propongono di tutto: da assalti swedish death-black anni Novanta a midtempo trionfali, da accenni folk (con persino influnze arabe) ad una stramba parentesi che suona quasi come un valzer luciferino. Le ritmiche procedono a strappi, con mid e uptempo costantemente alternati, così come le linee vocali, che ancora una volta si affidano a cori e backing vocals pulite. Una traccia ricchissima di spunti, quasi in odore degli ultimi Tribulation, che necessiterà sicuramente di svariati ascolti per essere pienamente assimilata.

watain - listening session - 2013

 

watain - listening session 2 - 2013

 

SALTO NEL BUIO – Intervista ad Erik Danielsson

 

watain - band - 2013

“THE WILD HUNT” E’ SICURAMENTE UN ALBUM MOLTO RICCO DI SPUNTI. SI TRATTA PROBABILMENTE DEL LAVORO PIU’ VARIO ED IMPREVEDIBILE DELLA VOSTRA CARRIERA. SO CHE SEI IL PRINCIPALE COMPOSITORE DELLA BAND E VORREI INIZIARE L’INTERVISTA PROPRIO PARTENDO DA QUI. CHE COSA “SUONA WATAIN” PER TE? COME FAI A DECIDERE SE QUALCOSA CHE HAI COMPOSTO E’ ADATTO O MENO PER LA BAND?
“Buona domanda! Potrei iniziare col dirti che ‘They Rode On’, il brano acustico che hai ascoltato e che probabilmente ti è rimasto subito impresso, è stato il primo pezzo ad essere stato composto per questo disco. Ricordo di averlo portato in sala prove e che l’espressione degli altri ragazzi della band è stata la stessa che ho visto sul volto di alcuni dei giornalisti presenti questa sera durante l’ascolto. Personalmente l’ho accettato come una sfida e come una liberazione. Mi sono detto: ‘ora che ho composto qualcosa del genere posso veramente fare quello che mi pare’. E’ bello non avere limiti e, soprattutto, non avere paura di osare. In questo ambiente tanti gruppi procedono col pilota automatico e cedono alla tentazione di affidarsi a formule già sperimentate. Per me invece non ha molto senso ripetersi, anche perchè non ho alcuna mira ‘commerciale’ con i Watain. Non ho aspettative o timori, in termini di vendite. Non scendiamo a compromessi a livello artistico. Di conseguenza, ho iniziato a scrivere molto liberamente, facendomi spesso guidare dalle prime idee sviluppate per i testi. Ho scritto la musica pensando soprattutto alle parole che avevo preparato, lasciandomi guidare dalle sensazioni che queste mi trasmettevano. Si è trattato senz’altro di un metodo nuovo per noi, ma davvero gratificante. Non ho badato al fatto che un pezzo suonasse più o meno anni Ottanta, più o meno anni Novanta, nelle chitarre o in qualche aspetto in particolare. Mi sono concentrato soltanto sull’atmosfera generale, e quella è indubbiamente Watain”.

I WATAIN SONO UN GRUPPO OGGI MOLTO POPOLARE, ALMENO NEL BLACK METAL. AVETE RISCOSSO SUCCESSO E DESTATO SCALPORE CON UNA FACILITA’ QUASI DISARMANTE. TI RISULTA SEMPLICE SPICCARE NELLA SCENA METAL ODIERNA?
“Non lo so, perchè non abbiamo mai fatto nulla con l’intento preciso di spiccare fra la massa. Ho sempre composto e pubblicato ciò che mi viene più naturale. Forse è proprio questo il segreto: la musica dei Watain suona sincera e credo si possa capire che siamo al 100% convinti delle nostre scelte artistiche. Personalmente adoro i Destruction e mi piacerebbe suonare come loro, ma ogni volta che provo ad imitarli ciò che viene fuori è appunto una pallida imitazione. Quindi che faccio? Suono alla Watain e mi limito a fare quello. Inoltre, avere la stessa lineup da quindici anni ci ha messo nelle condizioni di esplorare e migliorare il sound in maniera quasi maniacale. Oggigiorno non tutte le band possono vantare la nostra solidità e il nostro affiatamento. Anche questo è qualcosa che magari ci porta ad un livello superiore rispetto alla massa”.

QUAL E’ IL MANIFESTO DEI WATAIN? COSA RICORDI DELLA FORMAZIONE DELLA BAND?
“Amore per il black metal, atteggiamenti da sedicenni, tanta ingenuità. Suonavamo già in alcuni gruppi, ma non era nulla di importante. Quando ho conosciuto gli altri ragazzi in città, ho chiesto loro se fossero interessati a formare una band che fosse realmente seria e professionale sotto ogni aspetto. Non doveva esserci spazio per niente altro che non fosse musica e dedizione alla causa. Non volevo far parte di un’altra band con membri più interessati a bere e a divertirsi che a suonare e a divulgare seriamente un messaggio. Per questo motivo, l’atmosfera nel nostro gruppo è stata sempre molto riflessiva. Si respira da sempre un rispetto enorme per quello che stiamo cercando di fare insieme e per il metal in generale. Non vi è spazio per altro. Siamo in missione, siamo concentrati e crediamo davvero in quello che suoniamo e in ciò di cui parliamo. Il giorno che questa concentrazione e che questo tipo di attutudine inizieranno a vacillare, il gruppo non avrà più motivo di esistere”.

TEMI CRITICHE PER L’APPROCCIO PIU’ “SOFT” – O COMUNQUE NON TOTALMENTE BLACK METAL – DEL NUOVO ALBUM?
“No, perchè credo fortemente che il disco suoni comunque Watain. Certo, non posso definire ‘They Rode On’ una black metal song, ma se mi chiedi se per me essa suona Watain, allora ti rispondo certamente di sì. Mi rendo conto che alcune persone faticheranno a comprendere il disco o parti di esso, ma non era mia intenzione alienare i nostri fan della prima ora, nè comporre deliberatamente qualcosa di lontano dai suoni per cui tutti sin qui ci conoscono. E’ semplicemente accaduto e spero che chi avrà modo di ascoltare attentamente l’album possa rendersi conto della spontaneità e dell’onestà che vi sono dietro. Mi ricordo la lettura di alcune interviste ai Metallica all’epoca del ‘Black Album': ‘non siamo mai stati thrash, siamo sempre stati solo i Metallica’. Frasi sparate per prendere le distanze dal passato, per giustificare la ‘svolta’ e il raggiungimento di un pubblico più ampio. Odiavo quelle dichiarazioni e oggi paraddosalmente mi ritrovo quasi nella stessa posizione, con persone che mi chiedono se io sia ancora black metal o meno. Bè, per me sì. Noi non siamo i Metallica. I Watain sono e saranno sempre una black metal band. Certo, non tutto il nuovo album è black metal, ma esso è comunque un’opera molto cupa e disturbante, interamente basata su un’ideologia satanica. Non ho paura a parlare apertamente di black metal e satanismo, perchè queste sono le mie passioni, perchè questo è ciò che costituisce il mio background. Se poi la gente vuole definire il gruppo in altra maniera, nessun problema, ma la nostra posizione in questo senso è netta”.

PENSI CHE IL BLACK METAL NEL 2013 POSSA ANCORA ESSERE VISTO COME UN QUALCOSA DI PERICOLOSO E DISTURBANTE? TANTO ALTRO METAL E’ STATO ORMAI ACCETTATO DALLE MASSE E DAI MEDIA E L’ALONE DI MISTERO CHE CIRCONDAVA IL GENERE PARE SCOMPARSO. I TEMPI SONO CAMBIATI, INSOMMA…
“Non lo so. Credo che riuscire a trasporre fedelmente in musica ciò che sento nel mio cuore e ciò che succede nella mia mente possa ancora dare risultati davvero disturbanti, anche se quello comunque non è il mio fine ultimo. Il mio primo obiettivo come artista è esclusivamente quello di esprimere me stesso. Quando lo faccio, noto che la gente reagisce in una certa maniera e ciò mi fa pensare di essere sulla strada giusta. Un artista che non riesce a smuovere la sua audience sta certamente facendo qualcosa di sbagliato. Io non so se ciò che faccio può sempre essere considerato ‘disturbante’, ma senz’altro questo genera reazioni anche e soprattutto all’interno del mondo black metal. E ciò probabilmente significa qualcosa…”.

ESISTE UNA REAZIONE PERFETTA ALLA VOSTRA MUSICA?
“No, non esiste reazione perfetta. La vera cosa importante è che si inneschi una reazione. Qualunque essa sia. Come dicevo, non potrebbe esserci cosa peggiore dell’indifferenza. Quindi  ben venga una reazione come ‘Wow, questa musica spacca, mi ricorda i Destruction!’ (ride, ndR), così come una del tipo ‘Che cazzo è questo schifo? Questo rumore mi sta rompendo i timpani!”.

VEDI I WATAIN COME ARTE O INTRATTENIMENTO?
“Certamente vi sono delle persone che vengono ai nostri show per ascoltare la musica, fare headbanging e divertirsi, ma i Watain sono un progetto artistico. Sono la manifestazione dei nostri sentimenti più reconditi. I testi sono poesie: non scrivo parole tanto per riempire gli spazi. La musica viene dal cuore: come dicevo, non suono per omaggiare questa o quell’altra band. Metti questi aspetti insieme e hai a grandi linee delineato le mire del nostro progetto”.

SEI IL COMPOSITORE PRINCIPALE E IL FRONTMAN DELLA BAND. ALCUNI POTREBBERO QUASI VEDERE I WATAIN COME UNA SORTA DI PROGETTO PERSONALE. TI CI VEDI A CONFEZIONARE UN DISCO INTERAMENTE DA SOLO?
“No, perchè per me è importantissimo poter contare sugli altri ragazzi. Sono musicisti straordinari, persone con grande talento e con una visione della musica che è incredibilmente simile alla mia. Sì, io sono quello che scrive la maggior parte del materiale, ma questo prende veramente vita solo quando lo porto in sala prove e viene rielaborato dagli altri membri. Il loro tocco è inconfondibile: non potrei mai suonare certi strumenti bene come fanno loro. Inoltre, per me è vitale far parte di una band. Pensa ai Metallica, ai Ramones… tutti i grandi gruppi del passato potevano contare su varie teste pensanti e vantavano lineup immediatamente riconoscibili. Voglio che sia lo stesso per i Watain”.

IL SENTIRE QUALCUNO RIELABORARE O SUONARE I TUOI RIFF E LE TUE MELODIE TI LASCIA MAI UNA SENSAZIONE STRANA?
“No, perchè non appena porto il materiale in sala prove questo diventa immediatamente nostro. Non è ‘mio’. E’ Watain. Come ti dicevo, rifuggo totalmente il ruolo di prima donna o di chiaro leader della band. Questa, appunto, è una band. Ci muoviamo insieme e affrontiamo ciò che ci si para davanti come un’unica entità. Siamo come un branco di lupi”.

COME E’ STATA VALUTATA LA FIRMA PER UNA GROSSA CASA DISCOGRAFICA COME LA CENTURY MEDIA?
“Nella maniera più serena possibile. L’etichetta non ci ha messo davanti alcuna richiesta specifica in termini di direzione artistica. A loro interessavano i Watain, così come sono sempre stati, e a noi interessava avere un’etichetta che potesse realmente portare il nostro messaggio ovunque. Non è stato difficile accordarsi e il frutto di questo sodalizio è probabilmente uno dei dischi più estremi che l’etichetta abbia mai pubblicato nella sua storia. Personalmente non vedo l’ora di parlare con i soliti ‘hater’ pronti a dire che ci siamo venduti e di fargli ascoltare un pezzo come ‘De Profundis'”.

CHE COSA RAPPRESENTA IL SUCCESSO PER I WATAIN?
“Successo, ad esempio, è suonare live e vedere una reazione spaventosa mentre proponi qualche pezzo particolarmente amato dai fan. Suscitare una reazione, come dicevamo prima. Quello è avere successo. Vedere, ad esempio, gente che impazzisce e diventa selvaggia nel pit davanti al palco. Certamente posso anche trovare altri significati per successo, ma il primo è probabilmente quello che ti ho appena illustrato”.

E IL SUCCESSO COMMERCIALE? NON VI INTERESSA MINIMAMENTE?
“Certo, anche quello è importante, ma non deve essere innescato da una cosciente presa di posizione, da calcoli di marketing o cose del genere. Considerando ciò che i Watain suonano, un ipotetico successo commerciale dovrebbe essere visto quasi esclusivamente come un frutto del caso. Mi pare ovvio, non suoniamo musica in grado di attirare chissà quali masse”.

SIETE TUTTAVIA UN GRUPPO ABBASTANZA ATIPICO PER LA SCENA BLACK METAL. SUONATE LIVE SPESSO, RILASCIATE MOLTE INTERVISTE, SIETE ORA SU UNA LABEL DI SPESSORE…
“Sì, questo è un modo di operare che essenzialmente deriva dall’ammirazione verso alcune delle nostre band preferite. Come dicevo prima, i Watain sono nati come diretta conseguenza del nostro amore per il black metal. Tuttavia, fra i nostri principali ascolti ci sono sempre stati pure gruppi come Mercyful Fate, Venom, Bathory… tutta gente che in tema di promozione e di divulgazione del messaggio si è sempre comportata come realtà enormi come i Judas Priest, ad esempio. Noi veniamo da quello stesso spirito: siamo un gruppo estremo, con messaggio e attitudini estremi, ma ci piace anche comportarci come se fossimo alfieri di qualcosa di ampiamente esportabile. Vogliamo che il nostro messaggio arrivi ovunque e siamo più che pronti ad agevolare quel lavoro. Black metal band più giovani di noi non ragionano così, perchè negli ultimi anni si è sviluppato questa sorta di culto underground che trovo molto forzato, con appunto gruppi che in realtà non sono altro che progetti da camera da letto, che si vantano quasi di non avere un seguito. Per me non è così: sono cresciuto con band che erano sì estreme, ma che giravano il mondo in tour, con occhiali da sole, aria spavalda, rock’n’roll e via dicendo (ride, ndR). Io voglio suonare la mia musica, ma voglio anche essere come loro. E non ci trovo proprio nulla di male”.



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  • 365chaosriddendays

    Buono lo studio report ed anche l’intervista come le risposte di Danielsson, altro che venduti o altre idiozie simili anche se poi c’è chi pensa che “true Black” significhi non tentare nemmeno di avere un seguito a causa dei molti contatti che dovresti mantenere (vedi ultima domanda e risposta) e sono contento che abbiano deciso di fare le cose seriamente già tempo fa altrimenti ci saremmo persi un black metal davvero valido, e forse, anche quando i “Watain” non saranno più, rimarranno immortali, e poi se ami la musica e non ti butti seriamente manchi di rispetto a te stesso, alla musica che fai e a chi prova a darti una chance. Oscuri, seri, reali, hail Watain, siete una band con senso d’essere!

  • Alberto Fittarelli

    Ottimo report e intervista. Il singolo finora non mi ha colpito troppo, e non mi interessa quanto “accessibili” possano diventare, se la qualità rimane alta. Ho apprezzato in particolare le citazioni di Necrovation e Tribulation, due gruppi con diverse cose in comune con i Watain, ognuno con la propria distinta personalità. Looking forward…