AVENGED SEVENFOLD – Ultralight Beam

Pubblicato il 09/01/2017 da

A cura di Giuseppe Caterino
Introduzione e domande di Maurizio Borghi

Gli Avenged Sevenfold sono sempre stati un gruppo coraggioso. Oltre a non volersi mai ripetere, musicalmente parlando, con l’acquisizione della maturità discografica e con l’esperienza archiviata come musicisti il quintetto non si è mai adagiato sugli allori, prendendosi rischi considerevoli. Solo ultimamente la band ha cambiato nuovamente batterista mettendo a repentaglio gli equilibri interni, si è lanciata nel disco musicalmente più avventuroso e complesso della propria carriera rischiando il supporto di una pur affezionata fanbase e, come tutti sanno, ha voluto fortissimamente un elemento di rottura nella routine di un’industria discografica che, nel mezzo di una crisi che sembra non aver fine, sembra essere attaccata ad un modello ormai obsoleto. Da sempre fan dell’hip hop (i grillz, la produzione, la collaborazione in studio con Mike Elizondo) gli A7X hanno voluto portare nell’universo metal il concetto di album a sorpresa andando a stravolgere il normale flusso promozionale, e a quanto pare hanno intenzione di seguire le orme del visionario Kanye West andando a nutrirlo, modificarlo e dilatarlo col tempo. Ci troviamo dunque invitati a Londra per discutere del disco quando ‘The Stage’ è già nei negozi e negli stereo di tutti, davanti ad un entusiasta Zacky Vengeance che pare aver tanto da raccontare…

 

AVETE GIÀ PARLATO AMPIAMENTE DELLE MOTIVAZIONI CHE VI HANNO SPINTO A PUBBLICARE UN ALBUM A SORPRESA. ERAVATE GIÀ GIUNTI A QUESTA DECISIONE PRIMA DELLA FIRMA CON CAPITOL?
“Abbiamo sempre voluto farlo, e ad essere onesti anche prima di firmare per Capitol avevamo considerato di far uscire l’album a sorpresa per conto nostro potenzialmente, senza pensare a quale label ci saremmo associati, perché volevamo che i nostri fan fossero i primi ad ascoltare il disco nella sua interezza, prima di ascoltare singoli o leggere recensioni in internet ed essere di conseguenza influenzati da opinioni altrui… Abbiamo molti fan, il più grande regalo che potevamo dare loro era la possibilità giudicare l’album in autonomia”.

IL GREATEST HITS CHE PUBBLICHERA’ WARNER HA INCISO IN QUALCHE MODO SULLA DECISIONE DEL DISCO A SORPRESA?
“Mah sai direi di no, fondamentalmente loro hanno ‘annusato’ nell’aria che avremmo pubblicato il disco il nove dicembre. In effetti abbiamo messo questa data fasulla per ‘imbrogliare’ un po’ di persone… Beh, abbiamo imbrogliato anche loro (ride, ndR)! Quello che dunque hanno cercato di fare è stato di fregare i nostri fan e tagliare le vendite del nostro album e questa, insomma, è una cosa davvero scorretta da fare, soprattutto per una label che dovrebbe essere gestita da adulti maturi e rispettabili. Al di là della situazione specifica di sicuro non non serbiamo rancore verso la label, semplicemente avevamo bisogno di fare quello che è il meglio per la nostra carriera e i nostri fan. Certamente loro sono stati puramente ‘maliziosi’ nel cercare di metterci i bastoni fra le ruote come potevano… Direi che dimostra che tipo di persone fossero e perché abbiamo voluto toglierci di torno quanto prima”.

QUALI ERANO LE CONDIZIONI CHE AVETE PRESENTATO A CHI VI AVREBBE MESSO SOTTO CONTRATTO?
“Sono stati davvero incredibili con noi. Non avevamo particolari condizioni, quel che cercavamo era una label che desiderasse prendersi dei rischi insieme a noi. E’ quello che hanno fatto, ci han permesso di fare un disco ambizioso e pubblicarlo in questo modo assolutamente non convenzionale. Ci han permesso di essere la prima band di sempre a fare un live in realtà virtuale con riscontri diretti da parte dei nostri fan. Ci hanno permesso di essere il primo gruppo a pubblicare un album a sorpresa sia fisicamente e digitalmente. Insomma, siamo sulla stessa linea di pensiero e ci permettono letteralmente di provare cose nuove e ad essere i primi a sperimentarle. Ci hanno permesso di pubblicare un primo singolo di otto minuti e mezzo: i nostri fan l’hanno decisamente apprezzato, assieme al video che l’ha accompagnato. Sono davvero stati d’aiuto, nonostante questo sia un territorio nuovo e difficile per noi quanto per loro, ma hanno davvero una visione lungimirante, vogliono muoversi verso il futuro, in un contesto in cui ci sono un sacco di altre label immobilizzate nel passato. Il mondo sta andando troppo veloce per ragionare all’antica”.

PARLIAMO DEI PROGETTI A LUNGO TERMINE, COME VA AVANTI LA PROMOZIONE DI UN DISCO A SORPRESA DOPO LA PRESENTAZIONE STELLARE? AVETE IN MENTE UN DISCO IN CONTINUA EVOLUZIONE COME HA FATTO KANYE WEST CON “THE LIFE OF PABLO”?
“Beh, direi di sì. Ci piace peraltro guardare a differenti artisti e vedere cosa fanno, provare cose nuove, per noi l’idea di un album che evolve, nel quale aggiungere una canzone nuova magari fra sei mesi, un anno, è una di quelle cose che credo i nostri fan apprezzerebbero, senza dover fare una formale single release, o EP che sia. Penso sia incredibile riuscire a fare un album che continua e che si riempie di nuove canzoni. Noi vogliamo che i nostri fan assimilino l’intero album con un ascolto ripetuto ovviamente, non una volta soltanto, vorremmo che lo ascoltassero fino a davvero capire cosa abbiamo cercato di esprimere. Ci abbiamo messo dentro più di un anno delle nostre vite, c’è tanto da metabolizzare, e prende tempo. Non si potrebbero capire tutte le piccole sfumature al suo interno se lo si ascolta solo una volta. Bisogna ascoltare i giri, i toni, i testi, le canzoni dall’inizio alla fine e poi ancora. Credo davvero che i fan si innamoreranno. Non era nostra intenzione fare un disco che ti facesse esplodere la testa al primo ascolto, c’è davvero tanto materiale lì dentro. E’ come leggere un libro, e non uno da colorare (ride, ndR). E’ un album profondo, un viaggio. Avere la possibilità di aggiungere qualcosa durante il viaggio, potrebbe essere certamente parte del divertimento”.

SIETE SODDISFATTI DI COM’È USCITA LA SORPRESA?
“Sono incredibilmente felice per l’accoglienza da parte dei fan, e anche magazine e critica mi hanno davvero sorpreso per il responso positivo verso quello che stiamo facendo. Sicuramente stiamo imparando giorno per giorno come funziona davvero il post di una pubblicazione a sorpresa, visto che è qualcosa che non è mai stato fatto. Ogni giorno che passa impariamo qualcosa di nuovo. Le vendite dell’album all’inizio sono inferiori rispetto a quelle che avremmo ottenuto con una release tradizionale, ma è emozionante la costruzione di qualcosa giorno per giorno, mentre invece normalmente si incomincia con tutta l’eccitazione del caso e poi comincia un processo ‘in discesa’. In questo caso ci sentiamo su una specie di montagne russe, continuamente sballottati, su e giù! E’ troppo presto per fare dei bilanci, ma sinora è estremamente eccitante”.

PARLIAMO DI BROOKS: COSA VI HA SPINTO A DARGLI FIDUCIA E A RENDERLO PARTE INTEGRANTE DELLA FASE COMPOSITIVA? PER QUALI MOTIVAZIONI ARIN HA AVUTO MENO POSSIBILITÀ DA QUESTO PUNTO DI VISTA? COSA HA PORTATO BROOKS NELLA BAND DAL PUNTO DI VISTA ARTISTICO ED UMANO?
“Sai, un grande vuoto era rimasto in noi quando The Rev se n’è andato. Il suo stile era così unico e ancorato a quello da cui proveniamo. Siamo cresciuti nella California del Sud, fortemente influenzati da punk rock band veloci e dirette, che hanno contribuito un sacco al nostro suono e stile di scrittura. Arin era un fantastico batterista, incredibilmente bravo a suonare qualsiasi cosa esistente ‘prima di lui’. Ma quando si trattava di scrivere, non gli veniva naturale suonare quello con cui siamo tutti cresciuti, il nostro background. Brooks è cresciuto con quei gruppi e ha suonato quel sound, ha militato in band punk rock che suonavano forte e veloce, in band jazz fusion come gli Infectious Grooves, che per noi sono sempre stati un’ispirazione. Insomma, è piuttosto bello avere una batteria tecnica da parte di un batterista punk rock. Lo stesso valeva con Jimmy, The Rev. Anche lui aveva un’incredibile tecnica pur essendo musicista punk, e questo ha contribuito al nostro sound… Brooks era l’unica persona che sapevamo avere lo stesso bagaglio. Non sapevamo quanto avesse da offrire in termini di suonare… Beh, qualsiasi cosa, davvero. Sa davvero suonare qualsiasi cosa, e questo suo stile si sente nell’album”.

QUAL È STATO IL VOSTRO APPROCCIO ALLA COMPOSIZIONE DI “THE STAGE”? SIETE PARTITI DAL CONCEPT O DALLA MUSICA? AVEVATE IN MENTE UNA DIREZIONE PRECISA?
“Volevamo essere tanto creativi quanto interessati ad ‘appesantire’ in qualche modo la nostra proposta. Ci sono tante band con incredibili riff in giro, noi volevamo fare qualcosa che fosse più complesso da ingoiare al primo ascolto, che non fosse solo un pugno di riff e ritornelli orecchiabili. Volevamo fare qualcosa che fosse ‘off the wall’, qualcosa che la gente non fosse capace di etichettare. Sapevamo che volevamo essere pesanti, che volevamo suonare veloci, ‘spaziali’, e volevamo una batteria davvero unica, beat tipici e inconsueti insieme, incorporando anche nuovi modi di suonare la chitarra rispetto a quanto abbiamo sempre fatto. Ad esempio il tapping all’inizio di ‘The Stage’ o il modo in cui la batteria entra, è qualcosa che non avevamo mai fatto prima. Ci ha spinto davvero a superare i nostri limiti”.

IL DISCO È SICURAMENTE IL PIÙ COMPLESSO DELLA VOSTRA CARRIERA: QUANTO TEMPO AVETE DEDICATO ALLA STESURA DEI BRANI?
“Si comincia sempre con delle idee che ti vengono magari quando sei a casa, successivamente abbiamo iniziato a suonare un po’ di cose che poi non sono nemmeno finite nell’album, roba veloce, bozze, qualcosa così, e abbiamo buttato via molto materiale; allora ci siamo seduti a ragionare e decidere cosa inserire e cosa no. La composizione in sé ha preso tra i sei mesi e un anno, tra buttare giù idee e lavoro in studio”.

NON AVETE PAURA CHE TUTTI QUESTI CAMBIAMENTI POSSANO ESSERE TROPPO DI SFIDA PER I VOSTRI FAN?
“Ad ogni album abbiamo il pensiero di poter spaventare o confondere alcuni fan, riteniamo stia sempre a loro dare una chance all’album, e loro sono davvero leali. Credo abbiano imparato a darci fiducia, dando magari qualche ascolto extra anche quando l’album li spiazza un po’. Credo che abbiano davvero fiducia in noi e in quello che facciamo. Poi probabilmente ci sarà qualche fan a cui non piacerà, e credo che questo sia naturale, penso anzi che in realtà ogni grande band dovrebbe avere questo tipo di ‘preoccupazione’. Nessuna delle mie band preferite ha fatto solo dischi perfetti, ci sono sempre almeno un paio di dischi che magari non convincono appieno, ma questo significa che i gruppi provano sempre cose nuove. Sai, per quelcuno ‘Dark Side Of The Moon’ potrebbe essere il disco preferito di tutti tempi e magari a me potrebbe non piacere assolutamente. Quindi penso che una band che scrive solo e continuamente quello che piace alla gente non stia dando il massimo (ride, ndR)”.

“THE STAGE” È UN DISCO CHE SUONA MOLTO PERSONALE, MOLTO AVENGED SEVENFOLD. E’ IL VOSTRO MODO DI RISPONDERE A CHI VI HA ETICHETTATO COME ‘COVER BAND’ DOPO ‘HAIL TO THE KING’?
“Non penso, era molto semplicemente qualche cosa che volevamo scrivere. (Riflette un attimo, ndR) Credo che con ‘Hail To The King’ molta gente non abbia capito cosa stessimo cercando di fare, ovvero, più o meno ‘ricreare’ quello che veniva fatto dalle classic band da cui ci siamo da sempre ispirati e dalle quali qualcosa abbiamo sempre preso. Alcune persone non hanno capito che quello era il nostro obiettivo, quell’album è stato difficilissimo per noi da scrivere, è davvero difficile rallentare i tempi, i riff, quando la tua band storicamente suona veloce, pazza, differente… E poi va verso altre scelte, chitarre flamenco, gipsy, jazz, e noi volevamo andare fuori dagli schemi. Questo era. Volevamo essere sopra le righe, volevamo provare a farci sentire da chi magari non era fan prima di ‘Hail To The King’ ma si è interessato perché ‘HTTK’ introduceva qualcosa di nuovo, ed ha apprezzato. Un po’ come tra ‘Nightmare’ e ‘Hail To The King’ abbiamo avuto un cambio di fan base, da ‘HTTK’ a ‘TS’ a sua volta. Ci piace l’idea di avere una rotazione perenne, girando idee e stili e tenere i nostri fan ‘sulle spine'”.

A POSTERIORI CAMBIERESTI QUALCOSA DI “HAIL TO THE KING”?
“In retrospettiva credo che ‘Hail To The King’ fosse perfetto per quelle che erano le nostre intenzioni. Se avessimo provato a ricreare un altro ‘Nightmare’ sarebbe semplicemente stata una mera riproposizione, mentre invece ‘Hail To The King’ ci ha messo davvero alla prova, ci ha fatto andare a riascoltare band come gli AC/DC, Metallica, Iron Maiden, Megadeth, tutte quelle band che fortemente hanno influenzato il suono di quell’album. Tutte le influenze di quel disco sono ovvie, e non vogliamo fingere che non lo siano. Era la cosa giusta da fare per noi all’epoca, l’unica cosa che potevamo fare per andare oltre i confini e magari, sai, fare anche un po’ di ‘rumore’ attorno al gruppo”.

LA DATA DI MILANO NEL 2017 È STATA UNA DELLE PRIME AD ANDARE SOLD OUT. CHE RICORDI HAI DELL’ITALIA? TI SENTI LEGATO AL PUBBLICO ITALIANO?
“Assolutamente! I nostri fan in Italia sono assolutamente incredibili ed è sempre un grande posto dove suonare, sono incredibilmente passionali… E sai ho anche una parte di famiglia che vive a Milano, sono eccezionali e sono venuti a trovare la mia famiglia negli States la scorsa estate. E’ venuto fuori che mio cugino è venuto al nostro concerto e non sapeva nemmeno che fossimo parenti! L’ha scoperto solo un paio d’anni fa, è incredibilmente figo no? Da voi ho trovato da voi dei sostenitori incredibili, e il sold out dello show così veloce… Beh non possiamo che sentirci onorati. Niente, davvero grandi. Da quando venimmo in tour con gli Iron Maiden un sacco dei loro ammiratori ci diedero una chance, senza pregiudizi. Non vediamo l’ora di tornare da voi”.

RIGUARDO AL PROSSIMO TOUR AVETE DICHIARATO PIÙ VOLTE DI VOLER USCIRE DAGLI SCHEMI, DI VOLER FARE QUALCOSA DI NUOVO. PUOI ANTICIPARE QUALCOSA?
“Sì, decisamente, abbiamo lavorato moltissimo perché il nostro album fosse diverso dall’ultimo, quindi in maniera naturale anche per i live show vogliamo fare uno sforzo ancora più grande per rendere i live spettacolari e completamente differenti: più grandi e completamente diversi rispetto a qualsiasi cosa abbiamo fatto in passato. Stiamo facendo qualcosa che non abbiamo mai fatto prima, uno show non comparabile a niente che gli Avenged Sevenfold abbiano proposto o che i nostri fan abbiano mai visto. Faremo davvero del nostro meglio per rendere un’esperienza grandiosa per il pubblico, con un palco costruito attraverso visual. Sarà il più unico e grande rock metal show che noi abbiamo mai fatto, sicuramente, probabilmente anche rispetto a quelli di alcune altre band. Molto molto molto ambizioso. Insomma, ‘it’s gonna be cool!’!”.

CONTINUANO A GIRARE VOCI SECONDO LE QUALI “THE STAGE” È SOLO LA PRIMA PARTE DI UN DOPPIO ALBUM… PUOI SMENTIRE?
“Devo negarlo, nel senso che no, non è la prima parte di un doppio. Però è anche vero che essendo un progetto ‘in evoluzione’, siamo aperti a qualsiasi possibilità. A questo punto non ci sono regole, ma dire che abbiamo brani per un secondo cd, no, non posso dire una cosa del genere. Non c’è materiale sufficiente per fare un doppio album e, ad essere completamente onesto, un’altra ragione è che in prima persona non sono proprio un fan dei doppi album; al secondo disco non do mai la stessa attenzione che presto al primo, che siano i System Of A Down o i Red Hot Chili Peppers. Credo che avendo messo 73 minuti di musica nel nostro disco, insomma, abbiamo praticamente un doppio album già così (ride, ndR), buttare giù altrettanto materiale di questo tipo, credo ci farebbe perdere un po’, dovremmo prenderci un anno per far metabolizzare ai fan e sarebbe davvero un po’ troppa roba. Però, sai, ci sono tante probabili evoluzioni di ‘The Stage’, quindi non si può davvero mai sapere”.

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