DEVIN TOWNSEND – La forza della collaborazione

Pubblicato il 27/09/2016 da

È un Devin Townsend spirituale, filosofico, quello che si rivela in “Transcendence”, nuovo capitolo sotto l’egida del Devin Townsend Project. Una pubblicazione avente il gravoso compito di bissare i fuochi d’artificio del gigantesco “Z²”, dopo il quale credevamo ci sarebbe voluto qualche tempo per ricevere notizie dal musicista canadese. Vero che è sempre stato prolifico, ma quel doppio album l’aveva assorbito talmente tanto e gli aveva richiesto una tale mole di lavoro che per una volta il ‘ragazzo’ sarebbe stato giustificato se si fosse preso un periodo di pausa creativa. Invece no, “Transcendence” è già qua e si offre a noi sotto le aggraziate spoglie di un cristallino progressive futurista, emanante quel mix di grazia, maestosità, epica gentile e celestialità che Devin si porta dietro da qualche anno in questa felice fase della sua esistenza. È sempre un piacere per noi chiacchierare con chi negli anni ’90 dava forma a fobie industriali e isterie da progresso, e ora si presenta placido e rilassato in una veste ben più posata ma sempre intrisa di gran classe.

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DOPO UN LAVORO COSÌ IMPEGNATIVO COME “Z²” QUALE È STATA LA SFIDA PIÙ GRANDE CHE HAI DOVUTO AFFRONTARE NELLA COMPOSIZIONE DEL NUOVO ALBUM?
“La sfida più grossa è stata quella di trovare nuovamente l’ispirazione. Dopo tanti anni che suoni non è semplice scovare nuove idee e argomenti di cui trattare. Ecco perché questo disco si è sviluppato come un lavoro più collaborativo di quello che accade di solito quando realizzo i miei album”.

RIGUARDO AL CONCEPT DEL NUOVO ALBUM, COSA SIGNIFICA PER TE IL CONCETTO DI ‘TRASCENDENZA’ E QUALE SIGNIFICATO POTREMMO DARGLI NEL MONDO DI OGGI?
“Credo che la trascendenza assume un grosso valore quando si riesce a portarla dal piano spirituale a quello concreto, applicarla quindi a quanto ci accade tutti i giorni. Si ha una vera trascendenza quando si riesce a ‘vedere’ dentro noi stessi mentre le cose accadono, a capire cosa ci stia succedendo e ad analizzarlo quando affrontiamo ciò che ci capita durante la nostra vita”.

UN PUNTO IN COMUNE FRA “Z²” E “TRANSCENDENCE” È L’USO DEI CORI, MOLTO ENFATIZZATI E PRESENTI IN ENTRAMBI I DISCHI. ESSI DONANO MOLTI COLORI CONTEMPORANEAMENTE ALLA MUSICA, INFONDENDO UN SENSO DI CELESTIALITÀ E PACE, IMMENSITÀ E SERENITÀ. CHE COSA TI HA PORTATO A DARE SEMPRE PIÙ SPAZIO AI CORI NEGLI ULTIMI ALBUM? E CHI SONO LE PERSONE DIETRO IL COLLETTIVO “TIGERS IN A TANK”, CHE SI OCCUPANO APPUNTO DI MOLTE DELLE PARTI CORALI DI “TRANSCENDENCE”?
“Credo che questa passione per i cori mi derivi dalle canzoni per bambini che ascoltavo durante la mia infanzia. Mi sono rimaste in testa e da esse ho spesso tratto ispirazione per le parti vocali dei miei dischi. In alcuni casi me ne sono occupato in prima persona, in altre, come per ‘Transcendence’, ho avuto il supporto di qualcuno. ‘Tigers In A Tank’ è semplicemente il nome dietro cui si celano alcuni miei amici che partecipano all’album. In generale apprezzo la forza di una moltitudine di voci umane che cantano assieme, le reputo capaci di dare una grande serenità e questo corrisponde a ciò che la mia musica ora comunica. Ciò non è molto comune nella scena metal”.

CHI È SECONDO TE L’ARTISTA DI OGGI O DEL PASSATO CHE FA UN MIGLIORE UTILIZZO DELLE PARTI VOCALI?
“Il primo che ti direi è Händel (si riferisce al compositore tedesco Georg Friedrich Händel, vissuto fra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo e uno dei massimi esponenti della musica barocca, ndR). In generale ritengo che il miglior uso dei cori lo si faccia nella musica classica. Fuori da essa, potrei citarti Enya, lei mi ha dato diversi spunti di rilievo”.

“TRANSCENDENCE” È PERMEATO DA UN FORTE SENTIMENTO DI RILASSATEZZA E ARMONIA. È UN FEELING PRESENTE UN PO’ IN TUTTA LA TUA PRODUZIONE RECENTE, PUOI AFFERMARE IN QUESTO MOMENTO DI SENTIRTI UNA PERSONA REALIZZATA E CONTENTA DELLA SUA SITUAZIONE? IN CHE MODO IL TUO UMORE INFLUENZA LA MUSICA CHE SCRIVI?
“Sicuramente in ciò che realizzo c’è molto del mio stato d’animo, ma faccio in modo di tenere un certo distacco, così che quello che compongo non riflette necessariamente la mia vera natura. Mi focalizzo su un certo concept e mi prefisso di seguire nella musica il tema prescelto, non influenzandolo eccessivamente col mio stato emotivo”.

LA PRIMA IMPRESSIONE ASCOLTANDO “TRANSCENDENCE” È CHE NON SIA UN DISCO FACILE DA COMPRENDERE IN POCHI ASCOLTI, PERCHÉ NON CONTIENE MOLTE PARTI TRASCINANTI E ORECCHIABILI COME POTEVA ACCADERE NEL SUO IMMEDIATO PREDECESSORE. COME ATMOSFERE RICORDA UN PO’ “INFINITY”, NON SOLO PER LA PRESENZA DI UNA NUOVA VERSIONE DI “TRUTH”. A QUALE ALBUM DELLA TUA CARRIERA LO ASSOCERESTI, E PER VIA DEL SUONO IN SÉ E PER SÉ,  E PER VIA DEL FEELING?
“Da un certo punto di vista un po’ tutto quanto si ricollega a cose che ho fatto in precedenza. Per ‘Transcendence’ mi sono concentrato sull’idea di persone che agiscono assieme, che pensano e si muovono come un tutt’uno. Persone spaventate da quello che gli sta accadendo attorno: un po’ tutti i miei dischi nascono come reazione, come risposta a ciò che circonda. L’idea di unione, di molte persone che assieme diventano una cosa sola, è fortemente legata alle collaborazioni instaurate per creare il disco, che è il risultato di un lavoro di squadra, come mai mi era accaduto in passato”.

INFATTI NELLE NOTE BIOGRAFICHE CHE ACCOMPAGNANO “TRANSCENDENCE” AFFERMI DI AVER VOLUTO TENERE MENO CONTROLLO SULL’OPERATO DEGLI ALTRI MUSICISTI E DI AVERLI LASCIATI PIÙ LIBERI DI ESPRIMERE LE LORO IDEE. DA COSA DERIVA QUESTO CAMBIAMENTO NEL TUO ABITUALE METODO DI LAVORO?
“Si è trattato di un fatto di ispirazione, come ti accennavo a inizio intervista. Dopo anni che devi occuparti in prima persona sempre delle stesse cose finisci per entrare in uno stato di routine e hai bisogno di cambiare, di cercare nuovi stimoli. Per questo ho provato a dare agli altri ragazzi coinvolti uno spazio maggiore e a essere meno ossessionato dal voler supervisionare ogni aspetto della creazione del disco. Forse in precedenza non ero preparato ad agire in questo modo, per questo non ho sperimentato sotto questo punto di vista in altri momenti della mia carriera”.

UNA DELLE PRIME CANZONI CHE RIMANGONO IN TESTA È “STARS”: PER CERTI VERSI POTREMMO DEFINIRLA UNA BALLAD, SOLO UN PO’ ANOMALA, ALLA MANIERA DI DEVIN TOWNSEND, CON TUTTI I TUOI TRADEMARK BENE EVIDENTI. POTRESTI DARCI QUALCHE INFORMAZIONE SU COME È NATA QUESTA CANZONE E COSA TI HA DATO ISPIRAZIONE PER LA SUA SCRITTURA?
“È una canzone che ho scritto per un programma che va in onda su internet in America. Si tratta di scrivere una canzone e registrarla in un tempo prestabilito, intanto ti filmano mentre sei al lavoro e raccontano in presa diretta il tuo processo creativo. Ho accettato la sfida e alla fine sono rimasto molto soddisfatto del risultato finale. Non ricordo altro!”.

L’ULTIMA CANZONE DI “TRANSCENDENCE”, “TRANSDERMAL CELEBRATION”, È LA COVER DI UNA BAND MOLTO LONTANA DAL MONDO DEL’HEAVY METAL, I WEEN. COSA C’È DIETRO QUESTA SCELTA? COME VI SIETE COMPORTATI AFFINCHÈ “TRANSDERMAL CELEBRATION” NON FOSSE SOLAMENTE UNA COVER, MA DIVENTASSE UN BRANO DEL DEVIN TOWNSEND PROJECT?
“Abbiamo imparato a conoscere questa canzone quando siamo stati in tour assieme. Tutti quanti nel gruppo abbiamo apprezzato molto il pezzo, contenuto nell’album ‘Quebec’. Ci è piaciuta l’atmosfera generale della musica, inoltre abbiamo un grande rispetto per la storia dei Ween e per tutta la loro carriera. Un’altra ragione per me molto importante è che si colloca perfettamente nell’idea di collaborazione dalla quale il disco prende forma. È una volontà, quella di lavorare per l’occasione con un maggiore supporto di ognuno verso l’altro, che deriva dal profondo della mia mente e quindi un titolo e un testo come quello di ‘Transdermal Celebration’ bene si accompagnano ai significati veicolati da ‘Transcendence’ nella sua interezza”.

STUPISCE L’IDEA DI AVERE COME OPENER “TRUTH”, CHE APRIVA “INFINITY”, IL TUO SECONDO DISCO SOLISTA. A COSA DOBBIAMO QUESTO REMAKE? QUALI PARTI HAI CERCATO DI MODIFICARE MAGGIORMENTE?
“’Truth’, all’interno della mia discografia, ha un posto di particolare rilevanza. Lo associo a un periodo importante della mia esistenza, un’epoca di cambiamenti, un momento in cui stavo trovando una nuova strada artistica e ‘Truth’ è un simbolo del fermento, delle idee che stavano maturando dentro di me. Ho pensato per anni di dare a questa canzone una nuova veste, modificarne alcuni dettagli tecnici. Alcuni passaggi potevano diventare più chiari e distinguibili rispetto alla versione originaria e mi sono mosso quindi in quella direzione. Averla in apertura di ‘Transcendence’ è stata una scelta dettata, come per la cover dei Ween, dall’attinenza al mood generale”.

PER I TUOI ALBUM COME DEVIN TOWNSEND PROJECT TI SEI AVVALSO DI UN TEAM CONSOLIDATO, HAI ORMAI UNA FEDELE CERCHIA DI MUSICISTI CHE TI AIUTANO A DARE FORMA ALLA TUA MUSICA. C’È QUALCUNO CHE AVRESTI VOLUTO COINVOLGERE IN QUESTO DISCO E IN QUELLI PASSATI E CHE, PER UN MOTIVO O PER L’ALTRO, NON SEI MAI RIUSCITO AD AVERE COME OSPITE?
“Oh, la lista delle persone con cui mi piacerebbe instaurare una collaborazione artistica è lunghissima, ma nessuna di queste si adattava alla musica contenuta in ‘Transcendence’. Per dare vita a quello che avevo in mente erano necessari coloro che hanno poi effettivamente partecipato alla composizione e alle registrazioni, ogni altro intervento sarebbe stato fuori contesto. Non c’è nessuno che avrei voluto avere con me per quest’ultima esperienza e che non sono riuscito a ‘reclutare’ per partecipare al disco”.

COME È NATA LA COLLABORAZIONE CON ADAM GETGOOD PER AFFIANCARTI NELLA PRODUZIONE? COSA HA AGGIUNTO AL SOUND?
“Adam è un produttore e un ingegnere del suono dotato di grande talento. Mi sono avvalso della sua collaborazione per raggiungere una tipologia di suono che avevo in testa da molto tempo, ma a cui non riuscivo a dare una connotazione definitiva. Per farlo, mi sono accorto che avevo bisogno di avere a che fare con un orecchio più giovane del mio, che avesse maggiore dimestichezza con certe frequenze che io ho meno abitudine a cogliere e capire. In questo il contributo di Adam è stato davvero molto importante e decisivo per dare il taglio che volevo alla produzione”.

NELLA PRESENTAZIONE DI “TRANSCENDENCE” HO LETTO CHE AVETE PREPARATO QUALCOSA COME SESSANTA BRANI NELL’ULTIMO PERIODO. COSA NE FARETE DEL MATERIALE CHE NON È STATO INCLUSO SULL’ULTIMO DISCO?
“Alcune composizioni saranno utilizzate come bonus track, altre sono tracce solo vocali. Il grosso per ora non ha una sua collocazione in future pubblicazioni. Non è una cosa strana questa, il metodo di scrittura con Devin Townsend Project segue spesso questa direzione. Mi piace mettere sul piatto molte idee e quindi passare al setaccio e scegliere quelle migliori, scartando il resto. Ho piacere a sperimentare, a non frenarmi in una prima fase e convogliare quello che ritengo migliore nel prodotto finito”.

SEMPRE NELLA PRESENTAZIONE DEL NUOVO ALBUM HO LETTO QUESTA TUA FRASE: “LA MUSICA RAPPRESENTA PER ME LA VALVOLA DI SFOGO A QUALSIASI PROBLEMA STIA AFFRONTANDO NELLA VITA”. È UN MODO DI VEDERE LA TUA ARTE CHE HAI MATURATO NEGLI ULTIMI ANNI, OPPURE HAI AVUTO SEMPRE QUESTO APPROCCIO ALLA MUSICA?
“È sempre stato così, fin dai tempi di Ocean Machine. È un’idea che mi ha guidato costantemente, la musica nella mia esistenza mi ha sempre dato una forte carica e la forza di attraversare al meglio anche i momenti più difficili. Questo mio pensiero non è mai mutato nel corso degli anni”.

TORNANDO AI CONTENUTI DELL’ULTIMO ALBUM, C’È UNA CANZONE CHE SI INTITOLA “FAILURE”: QUAL È LA TUA IDEA DI FALLIMENTO? IL TESTO APPROFONDISCE IN MANIERA DIRETTA IL SIGNIFICATO DI QUESTO TERMINE, OPPURE AFFRONTA IL CONCETTO IN MANIERA METAFORICA, ESPRIMENDO MOLTI MOLTI POSSIBILI SIGNIFICATI ALLO STESSO TEMPO?
“Il testo affronta il tema del fallimento in modo metaforico, perché questo termine può avere una miriade di spiegazioni diverse e ognuno può dargli una sua specifica interpretazione. Il mio punto di vista è legato alla difficoltà di raggiungere i propri obiettivi nel corso dell’esistenza: è complicato progredire e migliorare, soprattutto perché nel farlo siamo sempre alla ricerca dell’approvazione da parte di altre persone. Siamo costantemente sottoposti al giudizio di qualcuno, ce ne facciamo condizionare, per ogni azione che ci coinvolge rischiamo di perdere qualcuno, o di perdere noi stessi. Dovremmo cercare di passare oltre tutto questo, trascendere appunto tutti i timori legati ai giudizi altrui. L’ossessione per le idee di terze parti su noi stessi è spesso causa della sensazione di fallimento”.

RIGUARDO ALL’INTERA OPERAZIONE “Z²”, INTENDENDO QUINDI NON SOLO IL DISCO IN SÉ, MA ANCHE TUTTE LE INIZIATIVE COLLATERALI AD ESSO COLLEGATO, E IL CONCERTO ALLA ROYAL ALBERT HALL DA CUI È STATO TRATTO IL TUO ULTIMO DVD, QUAL È OGGI IL TUO GIUDIZIO A RIGUARDO?
“Non ho un vero e proprio giudizio in merito, per il semplice motivo che tendo a non guardarmi indietro e a riconsiderare quello che ho creato in passato. Quello che posso dirti, e lo farei anche per altre mie passate produzioni, è che è stato curato tutto nei minimi dettagli e ‘Z²’ rappresenta perfettamente un periodo della mia vita di artista. Non riguardo quello che è avvenuto per cercare di spiegarne le ragioni o di trovarne i difetti, lo osservo per quello che è. Nient’altro”.

HAI COLLABORATO DI RECENTE SULL’ULTIMO ALBUM DI STEVE VAI, “MODERN PRIMITIVE”, PRENDENDO PARTE AL BRANO “THE LAST CHORD”. CHE SENSAZIONI HAI AVUTO AD AVERE NUOVAMENTE ACHE FARE CON L’ARTISTA CHE PER PRIMO TI HA DATO UNA CERTA VISIBILITÀ NELLA SCENA ROCK INTERNAZIONALE, GRAZIE A “SEX AND RELIGION”?
“È stato un onore avere nuovamente a che fare con Steve, con cui sono rimasto in ottimi rapporti e posso considerare un vero amico. È un artista molto brillante ed è bello poterci lavorare assieme. Tuttavia, è anche estremamente complicato collaborare con lui per un disco. Non riuscirei a entrare nei dettagli e spiegartene i motivi, ma non è facile essere coinvolti con la sua musica, anche se questa circostanza è molto gratificante e sono contento di aver dato il mio contributo per il suo ultimo album”

NEL PROSSIMO TOUR EUROPEO SUONERETE ASSIEME A DUE ENSEMBLE MOLTO DIFFERENTI, BETWEEN THE BURIED AND ME E LEPROUS. ENTRAMBI PORTANO CON SÉ L’IDEA DI PROGRESSIONE ED ESPLORAZIONE DI NUOVE POSSIBILITÀ ESPRESSIVE CHE HA SEMPRE CONTRADDISTINTO I TUOI LAVORI. COSA NE PENSI DI QUESTE DUE BAND?
“Li considero due gruppi eccellenti, di grande qualità e di talento. Però non sono un loro fan, non è il tipo di musica che mi piace sentire abitualmente e non conosco a fondo quanto hanno pubblicato finora, se devo essere onesto. Non sono in grado di dare un giudizio approfondito su nessuno dei due, anche se ribadisco che li ritengo molto validi”.

QUALE FUTURO VEDI PER LA TUA MUSICA, ORA CHE CON LO STREAMING SEMBRA ESSERSI ULTERIORMENTE ABBASSATA LA SOGLIA D’ATTENZIONE DELLE PERSONE VERSO QUELLO CHE ASCOLTANO E VIENE DATO UN VALORE SEMPRE PIÙ BASSO ALLA MUSICA IN SÉ? LA MAGGIOR PARTE DEGLI INDIVIDUI CHE ASCOLTANO MUSICA OGGIGIORNO TENDONO A FARLO IN MODO SUPERFICIALE, MANCANDO DI UN REALE APPROFONDIMENTO DI QUELLO CHE SENTONO…
“Non penso che tutto ciò possa cambiare il mio modo di vedere la musica e di viverla. Tutto sta andando sempre più velocemente a questo mondo, l’unica cosa che si può fare è agire in maniera onesta, fare quello che più ci interessa senza porci grandi domande sulle conseguenze. Chi ha smesso di supportare la musica continuerà a farlo, chi le dà importanza probabilmente non cambierà idea: non ci si può aspettare nulla di diverso. Bisogna andare avanti, accettare quanto di buono o di cattivo il futuro potrà portarci in dote”.

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