IN FLAMES – Il fine giustifica i mezzi

Pubblicato il 19/12/2008 da
 
 
C’è ancora qualcuno che ha voglia di lamentarsi, di fare il sapiente, di sguazzare nei preconcetti, di gridare venduti agli In Flames? Sicuramente sì, e sicuramente quel qualcuno può continuare, ma deve farlo con la cristallina consapevolezza che al gruppo interessa davvero poco. Ne è la prova “A Sense Of Purpose”, che prosegue il coraggioso sentiero del cambiamento sulla via di modernità e melodia, e allo stesso modo lo testimoniano le parole di Björn Gelotte, ai microfoni di Metalitalia.com nel backstage del concerto tenutosi all’Alcatraz di Milano, poco tempo dopo la grande delusione dell’Evolution Festival…

LA PRIMA COSA CHE SALTA ALL’OCCHIO IN “A SENSE OF PURPOSE” E’ L’ARTWORK, CON COLORI VIVIDI E MOLTO DIVERSO DAL PASSATO. AVETE FATTO QUESTA SCELTA DI COMUNE ACCORDO?
“Ognuno nella band ha le sue idee, anche a riguardo ai gusti musicali. Parlando di questi io posso considerarmi molto conservativo. Quando fu il momento di scegliere la grafica del CD mi furono sottoposti due lavori di questo artista, Alex Pardee, che ha già lavorato coi The Used: non avevo nessun tipo di familiarità coi suoi lavori, ma mi è piaciuto subito perché mi ha ricordato le copertine dei miei album preferiti degli anni ’70, che usavano colori accesi e psichedelici. E’ con quegli album che sono cresciuto (e mi mostra la t-shirt dei Rainbow che indossa al momento, ndR), quindi per me è stato subito perfetto. Ero molto felice di aver trovato un artista che mi soddisfasse a tal punto, e sono riuscito a trasmettere la mia contentezza al resto della band. E’ un fattore distintivo, oggi tutti usano degli artwork oscuri”.

COM’E’ STATO REGISTRARE DI NUOVO ASSIEME, NELLA STESSA STANZA?
“E’ stato bello, molto bello. Mi mancava. Gli ultimi due album sono stati composti e registrati separatamente – uno studio per ogni strumento quasi, e pure per il mixaggio! Siamo stati assieme per tutto il periodo delle registrazioni, quindi ognuno ha assistito all’intero processo, c’erano delle ottime vibrazioni. L’esperienza ci ha sicuramente unito”.

DA DOVE ARRIVA LA CONTINUA VOCAZIONE AL CAMBIAMENTO CHE CARATTERIZZA IL VOSTRO TRASCORSO MUSICALE?
“Bisogna sempre essere interessati e curiosi. Tutti questi anni dedicati esclusivamente alla musica, facendo dischi e tour, ti danno una prospettiva sulla tua visione artistica che non potresti mai avere da subito. Sempre per l’esperienza accumulata si prende consapevolezza di quali canzoni funzionano e quali meno, ed è naturale tendere al miglioramento continuo e costante, si spostano alcuni tasselli perché tutto funzioni al meglio in sede live”.

QUANDO SIEDEVI ALLA BATTERIA PRENDEVI GIA’ PARTE ALLA COMPOSIZIONE DEI PEZZI?
“Di solito li si mette insieme, un po’ per uno. Ho sempre partorito qualche riff, qualche melodia, ho fatto anche qualche piccolo assolo in passato, ma dietro la batteria era tutto diverso”.

COSA RICORDI DELL’EVOLUTION FESTIVAL DI MILANO, QUANDO SIETE STATI COSTRETTI A CANCELLARE IL VOSTRO CONCERTO DA HEADLINER?
“Mi ricordo tutto, come dimenticare. Che serata di merda. Il festival è stato davvero molto carino, e la gente è stata molto calorosa con noi. Sin dal mattino eravamo concentrati sullo show, e all’ultimo momento avevamo tutto pronto: il palco, gli strumenti… e poi il delirio. Quella tempesta è venuta quasi dal nulla. Alla fine, quando ha smesso di piovere, ci hanno impedito di salire sul palco, c’erano cavi elettrici ed acqua ovunque. Cosa avremmo dovuto fare? Almeno stasera all’Alcatraz non ci può fregare nessun tornado…”.

C’E’ ANCORA QUALCHE POSTO DOVE VORRESTE SUONARE MA CHE ANCORA NON AVETE RAGGIUNTO?
“Non abbiamo mai suonato in Sud America, spero possa accadere presto. Ora che ci penso siamo andati quasi ovunque, in ogni caso c’è sempre una nuova terra da scoprire. In Nuova Zelanda per esempio, non ci siamo mai esibiti…”.

MOLTE GIOVANI BAND AMERICANE SONO INFLUENZATE DAGLI IN FLAMES AI NOSTRI GIORNI. AL TEMPO STESSO VUOI DOVETE ANCORA CONQUISTARE DEL TUTTO IL PUBBLICO STATUNITENSE. PENSATE DI MERITARE UN MAGGIORE RICONOSCIMENTO?
“Non saprei, stiamo già facendo bene laggiù. La verità è che per sfondare negli States devi esser presente, sempre. Questo non fa per noi, non siamo una band che si focalizza su un singolo territorio. Quando partiamo per un tour andiamo in Giappone, Australia, Europa, Stati Uniti, poi magari rifacciamo il giro. Non abbiamo tempo per soffermarci solo su di loro. In ogni caso gli americani hanno molte ottime band, non soffriranno troppo la nostra mancanza”.

OGGI LA VOSTRA DISCOGRAFIA E’ DAVVERO RICCA: IMMAGINO SIA SEMPRE PIU’ DIFFICILE METTERE ASSIEME LA SCALETTA PER I CONCERTI…
“Sicuramente. Di solito selezioniamo una trentina di canzoni, poi le dividiamo in quelle che vorremmo suonare noi e quelle che la gente vuole sentire, e alla fine facciamo un mix delle due liste che andrà a comporre la nostra scaletta. Ci sono cinque persone in una band, immagina quanto possiamo andare avanti a discutere. Prima del tour decidiamo quali canzoni promuovere del nuovo album e quali delle vecchie portarci dietro, e facciamo uno scheletro della setlist. Da quello si aggiunge e si toglie qualcosa ogni sera, fuori un paio di canzoni, dentro un altro paio. Si tenta di mantenere una sorta di democrazia”.

QUALE RITIENI SIA L’ALBUM PIU’ SOTTOVALUTATO DEGLI IN FLAMES?
“Penso che ‘Reroute To Remain’ sia stato sottovalutato all’uscita. La gente ha avuto dei preconcetti sin da quando cambiammo studi di registrazione. Molti di più si dimostrarono ultra-conservativi nei confronti della nostra direzione sonora… a mio parere ‘Reroute…’ contiene alcune delle migliori canzoni che abbiamo mai scritto”.

HAI UN’IDEA SUL PERCHE’ GOTHENBURG ABBIA PRODOTTO COSI’ TANTI E TANTO VALIDI GRUPPI?
“Non te lo so proprio dire! Tutti si conoscevano. Io andavo a vedere i concerti di Dark Tranquillity e At The Gates e loro venivano ai nostri concerti. Ci conoscevamo tutti, suonavamo assieme, ci si portava in tour a vicenda, alcuni hanno avuto più successo, altri meno. Forse la gente ha una percezione diversa ma la città non è così grande, le band e i club sono pochi”.

VISTO CHE LI HAI NOMINATI: COSA NE PENSI DELLA REUNION DEGLI AT THE GATES?
“Penso sia una cosa meravigliosa, perché amo gli At The Gates. Non so in realtà le motivazioni che li hanno spinti a tornare assieme. Penso volessero staccare dai The Haunted e dare una degna fine alla storia della band. Non penso faranno un nuovo album e se lo faranno… sono passati così tanti anni, non so cosa possa saltar fuori. Ho appena ascoltato il nuovo The Haunted e mi piace, ma sono due band differenti”.

COM’E’ IL TUO RAPPORTO COI MEDIA?
“Ogni tanto leggo recensioni e interviste. Molto raramente su internet, perché mi spaventa: troppe cose da vedere, visito giusto qualche pagina linkata su uno dei nostri siti. Mi capita di sfogliare qualche rivista, quando la trovo sul tour bus. Ho gusti personali molto definiti, mi ritengo conservatore, mi capita molto raramente di innamorarmi di una nuova band. Per quanto riguarda gli In Flames mi piace andare a rileggere le interviste che ricordo essere state piacevoli, ma niente di più”.

VUOI RACCONTARCI, INFINE, QUALCOSA A RIGUARDO DEL TUO FANTASTICO TATUAGGIO?
“E’ stata una mia idea, sviluppata assieme al mio tatuatore. Volevo fare un pezzo grosso, che mi coprisse il braccio intero. Ho valutato diversi disegni che si sviluppavano fino a coprire metà del corpo, molto intensi spesso, ma ho deciso che un braccio per me sarebbe bastato. Poi ho avuto l’illuminazione, ed ecco le striature tipiche della tigre. Era molto originale, ma oggi lo vedo abbastanza di frequente dal palco… colpa mia!”.

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