LACUNA COIL – Fuga dal manicomio

Pubblicato il 30/05/2016 da

Sono sempre stati un band dalla personalità forte, i Lacuna Coil. Un aspetto se vogliamo necessario, contando che la band meneghina ha una storia certo più lunga di molte compagini attualmente impegnate in musica simile, e che le critiche nella loro carriera non sono mai mancate. Nonostante tutto, però, il trio Coti Zelati/Ferro/Scabbia ha saputo portare avanti il marchio per ben vent’anni, attraverso una serie di otto dischi che hanno mostrato ogni volta un volto leggermente diverso. Approfittiamo dell’uscita del prossimo “Delirium” per incontrare i due cantanti Cristina Scabbia e Andrea Ferro e fare un po’ il punto sulle caratteristiche più particolari dell’album e del loro sound.

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NEL 2014 SONO SPARITI DUE MEMBRI, E UN ALTRO ANCORA QUEST’ANNO. PERÒ A NOSTRO AVVISO SI VEDE CHE OGNI DISCO CHE PASSA REAGISCE CON SEMPRE PIÙ VIGORE, È SEMPRE PIÙ INCAZZATO, POSSIAMO PERMETTERCI DI DIRE. VEDETE UN NESSO TRA L’ISPESSIMENTO SONORO DEGLI ULTIMI DUE DISCHI E GLI SCONVOLGIMENTI IN FORMAZIONE?
Cristina Scabbia
: “Non te lo saprei dire, soprattutto per quanto riguarda il più recente abbandono di Maus. Lui infatti ha deciso di prendere una diversa direzione quando già il disco era completato, quindi i due eventi sono per forza di cose non collegati. Inoltre, il nucleo compositivo dei Lacuna Coil è da sempre composto da Marco (Coti Zelati, ndR), Andrea e me, quindi secondo me non puoi trovare dei contraccolpi sul songwriting dovuti alla partenza dei nostri tre vecchi compagni. Però penso che tu ti volessi riferire a un possibile contraccolpo di tipo emotivo, e quindi forse posso anche dirti di sì. Perdere dei compagni, dei fratelli, che sono stati con te per tutti questi anni ha di sicuro un risvolto forte dal punto di vista emozionale, e quindi forse tutti e tre ci siamo trovati in condizioni psicologiche più predisposte a questo sound più duro di cui parli. Di sicuro però posso dirti che nessuno tra noi che siamo rimasti ha messo per un secondo in dubbio il fatto di continuare con la band”.
Andrea Ferro: “Ci era anche già successo, a inizio carriera. Oramai è da anni che siamo convinti che il nucleo dei Lacuna Coil siano le tre persone che ha detto prima Cristina, cioè noi e Marco, e quindi abbandoni anche così duri da un punto di vista umano sapevamo non avrebbero influito troppo da quello artistico. Però, riallacciandomi a quanto introduceva Cristina sul fattore emotivo, forse questa volta possiamo proprio dire che quanto accaduto ci ha dato una forte spinta, un forte impulso a continuare più seri, determinati e focalizzati. Quella voglia e quella fame che forse in loro stava diminuendo è stata trasferita invece in noi, che ne siamo usciti rinvigoriti”.

QUINDI NON REGISTRATE ALCUN IMPATTO SIGNIFICATIVO SUL SONGWRITING DOVUTO AI CAMBI IN FORMAZIONE CHE GIUSTIFICHI UN APPROCCIO ALLA MUSICA FONDAMENTALMENTE COSÌ DIVERSO…
Andrea
: “Nessun impatto diretto perché, come detto prima, il team compositivo non è cambiato, ma forse avere avuto a disposizione un batterista diverso fin da inizio disco ci ha permesso di provare ritmi, tempi e groove diversi rispetto ai precedenti album. Lo stile di Ryan (Blake Folden, batterista, ndR) è molto eclettico e versatile, più giovane e moderno rispetto a quello di Cristiano (Mozzati, ndR) e ci ha spronato forse a percorrere soluzioni sonore anche nuove”.
Cristina: “Ad ogni modo, la cupezza e l’ispessimento sonoro di ‘Delirium’ sono sicuramente figli dello stato d’animo negativo che ci caratterizzava durante le fasi di scrittura, e delle esperienze negative ma formanti che abbiamo sperimentato in questo periodo…”.

ABBIAMO IN EFFETTI COLTO UNA CERTA OSCURITA’ E DISPERAZIONE NON SOLO SULL’ASPETTO MUSICALE MA SU TUTTO IL DISCO, DALLE LIRICHE AL PACKAGING. DA COME CE L’HAI MESSA ADESSO, POSSIAMO DEDURRE CHE NEGLI ULTIMI ANNI LA VITA VI ABBIA TIRATO UN CERTO NUMERO DI PALLE CURVE… E’ COSÌ?
Cristina
: “Sì e no. Diciamo che ci sono stati momenti difficili per tutti noi, però non sono stati il solo materiale di costruzione per il clima e l’umore così marcatamente oscuri di ‘Delirium’. Posso però raccontarti di un momento preciso, durante il quale eravamo a casa di Marco intenti a comporre nuovi brani, in cui durante un brainstorming è saltata fuori la parola ‘Delirium’. E’ stato proprio da quel momento che ci si è aperto un mondo, per così dire. Abbiamo capito immediatamente che avremmo voluto parlare di argomenti legati a quella parola, di disagio, di pazzia, di delirio appunto. Sono concetti che abbiamo trovato subito molto vicini alle nostre esperienze in quel periodo, perché con la parola delirio, oppure follia, possiamo intendere stati d’animo molto diversi, e non solo un singolo concetto. Si può partire ovviamente dalla definizione medica, che con questi termini indica uno stato mentale alterato o comunque disorganizzato; ma è anche possibile applicare gli stessi termini anche alla quotidianità, alla vita di tutti i giorni: piccoli gesti, o certi comportamenti, che caratterizzano ciascuno di noi. Gesti che magari vengono anche socialmente accettati, o non notati, ma che a ben vedere sono folli. E’ così che abbiamo cercato di scoprire il delirio in ciò che ci circondava, ed è così che siamo caduti appieno nel mood di questo album”.
Andrea: “C’è molto delle nostre esperienze personali recenti nel concetto di delirio, ma c’è molto anche del mondo che ci circonda. Fatti di cronaca, notizie di attentati, continue morti, tutte cose che ci dipingono il quadro di un mondo in cui viviamo assolutamente delirante”.

FATEMI CAPIRE, IL DISCO È QUINDI CONCENTRATO SU FATTI DI CRONACA E SUL DELIRIO DEL MONDO O RAPPRESENTA IN MANIERA SPECIFICA LE VOSTRE PAURE E IL VOSTRO VISSUTO?
Andrea
: “Posso farti un esempio con una canzone: ‘You Love Me, Cause I Hate You’. Parla della sindrome di Stoccolma, quel particolare stato di malessere psicologico in cui persone vittime di violenza o imprigionate contro la loro volontà nutrono sentimenti affettivi nei confronti dei propri carnefici. Il tema della canzone affronta un problema che è presentato dal punto di vista medico, ma lo fa attingendo dalle nostre esperienze. Certo nessuno di noi è stato imprigionato da un carnefice, ma abbiamo vissuto relazioni negative che ci limitavano dal punto di vista personale e emotivo, relazioni che cercavamo di far funzionare pur sapendo che non ci portavano alcun beneficio. Queste nostre esperienze formano il materiale per il testo e il mood della canzone, che viene però poi rivestita dall’approccio medico, con magari la scelta di alcune parole ad hoc legate al concetto di internamento e manicomio. Il manicomio, idealmente… è il disco stesso”.
Cristina: “E’ come se ogni canzone fosse una stanza diversa di questo manicomio, ad eccezione del primo e dell’ultimo brano…”.
Andrea: “Esatto, è così. Il primo brano, ‘House Of Shame’, mostra e descrive l’ambientazione in termini più generali. L’ispirazione per questa canzone ci è venuta dalla nostra visita a un manicomio negli States, considerato il più infestato e sinistro dei manicomi, nel quale pare viva addirittura un fantasma. L’ultima canzone, invece, ‘Ultima Ratio’, parla del tentativo di fuga da questo posto, un ultimo tentativo di liberarsi dalle stanze di questo terribile manicomio”.

“DELIRIUM” QUINDI NON È UN CONCEPT VERO E PROPRIO, ANCHE SE VI SIETE SICURAMENTE DATI MOLTO DA FARE PER MANTENERE UN FILO CONDUTTORE BEN PRECISO. ABBIAMO VISTO POI CHE AVETE MANTENUTO LO STESSO ‘STILE’ ANCHE PER L’ARTWORK E LE FOTO PROMOZIONALI…
Cristina
: “Certo! Volevamo che fosse un disco che poteva anche essere visto, visualizzato, e non solo ascoltato. Una grande attenzione è stata data soprattutto alle foto… dovevano rimanere impresse. Volevamo un effetto molto reale, con pochi o nessun ritocco, in modo da rappresentare in maniera sincera questo concetto del delirio e del manicomio: è una realtà spesso stigmatizzata, di cui si evita di parlare quasi. Una realtà che fa un po’ paura, e volevamo veicolare questo concetto con ogni parte dell’album, se vuoi”.
Andrea: “Avevamo in mente anche questo aspetto visuale, perché abbiamo in effetti visitato posti come quello di cui si parla nelle varie stanze del disco! Abbiamo visitato in effetti vecchi posti abbandonati, dei sanatori, e abbiamo vissuto sulla nostra pelle certe sensazioni. L’abbiamo fatto prima di ideare il concetto di questo album, per curiosità diciamo, ma quando abbiamo deciso che il tema sarebbe stato quello, abbiamo rispolverato le vecchie foto, e ripensato alle sensazioni che avevamo provato. Crediamo che sia tutto molto inquietante perché è tutto vero… se guardi bene, le immagini incluse nel booklet sono molto crude, reali, per nulla ritoccate o esagerate. Pensiamo che il senso di angoscia e di alienazione suscitato nel vedere queste immagini nella loro forma reale superi quello di qualsiasi immagine horror che avremmo potuto creare con della post-produzione. Nel senso, non ci sono persone legate, non ci sono cadaveri, non vi è sangue… però quelle stanze, quegli ambienti, sono comunque in grado di terrorizzarti!”.

PARLANDO DELLE IMMAGINI, HAI CITATO UNO STILE FOTOGRAFICO PIÙ SEMPLICE, PIÙ SCARNO. PENSIAMO CHE LO STESSO APPROCCIO POSSA ADATTARSI ANCHE ALLE SCELTE FATTE IN STUDIO, IL SOUND DELL’ALBUM CI È SEMBRATO INFATTI PIÙ ESSENZIALE, PIÙ VOTATO ALL’IMPATTO PIUTTOSTO CHE AL SUONO PERFETTO COME SU ALCUNI VOSTRI VECCHI ALBUM. CI ABBIAMO PRESO?
Cristina: “Non ci siamo fatti influenzare da cosa dovevamo scrivere, oppure dai nostri vecchi album. ‘Delirium’ è una pagina nuova, e l’abbiamo realizzata spingendoci senza pensieri in direzioni che, se solo ci fossimo chiesti qualcosa come ‘ma questo suona davvero Lacuna Coil?’ ci saremmo magari fermati. Penso che l’effetto sorpresa nell’ascoltare anche solo il primo singolo e trovarci così heavy sarà forte per tutti”.
Andrea: “Secondo me hai più ragione di quanto pensi, perché Marco ha pensato, e composto, l’intero album con una sola chitarra. Di sicuro questo ha tolto complessità, se vuoi, risultando in qualcosa di più pesante, ma anche più diretto, con meno fronzoli. Avendo lavorato con una chitarra sola, i riff sono più in-your-face, gli arrangiamenti si sono ridotti in numero, e di conseguenza abbiamo abbandonato anche molte sovraincisioni che potevamo fare magari sul canto. E’ rimasto tutto più… semplice, se vuoi. Diretto, come hai sostenuto nella domanda”.

QUANDO SI FA PUBBLICITÀ BISOGNA SEMPRE PUNTARE SU QUALCOSA DI FIGO DA DIRE, QUALCHE FRASE A EFFETTO, E QUINDI LA PRIMA FRASE CHE ABBIAMO LETTO SUI FOGLI PROMOZIONALI DELL’ALBUM È STATA “L’ALBUM SARÀ PIÙ DURO, CI SONO PIÙ GROWL”…
Andrea: “Eh, già, un po’ banale, no? E’ quello che dicono tutti… sarà più pesante, più cupo, più estremo”.
Cristina: “L’album sarà il più maturo della nostra carriera, il più bello… volevi chiederci se riteniamo che queste frasi dipingano davvero il disco?”.

BE’, NO, NON SOLTANTO QUELLO. VOLEVAMO COLLEGARCI ALLA FACCENDA DEL GROWL PER SOTTOLINEARE CHE IN EFFETTI IL PIÙ GROSSO PUNTO DI NOVITÀ DELL’ALBUM È FORSE PROPRIO L’INTERPRETAZIONE VOCALE DI ANDREA. VOLEVAMO CHIEDERE A TE, ANDREA, SE PRIMA DI ADOTTARE NUOVI REGISTRI, RAGIONI MAI SUL POSSIBILE IMPATTO SULLE LINEE VOCALI DI CRISTINA, O SE CONSIDERATE LE DUE PARTI COME DEL TUTTO SCOLLEGATE.
Andrea
: “Che domanda intelligente. Già, è vero, c’è una forte interazione tra le parti mie e quelle di Cristina, ed innegabilmente esiste un equilibrio che è rischioso perturbare. In passato comunque qualcosa del genere abbiamo provato, il growl l’avevo già usato, e quindi già avevamo visto che quel particolare registro poteva essere ben amalgamato con le vocals di Cristina. Però, c’è da dire che questo non mi toglie in alcun modo spontaneità nel canto: semplicemente incido una parte per come la sento, e poi ci lavoriamo entrambi una volta registrate le prime demo”.
Cristina: “In effetti si tratta di un discorso interessante, e che non ci chiedono in molti. Come ha detto Andrea, la spontaneità è sopra tutto. Se Andrea scrive una parte che io non ho mai sentito prima, nel momenti in cui lui collega del testo o una linea vocale  a una parte musicale scritta da Marco, questo funge da ispirazione anche per me, e mi fornisce lo spunto per proporre qualcosa a mia volta. E vale anche il contrario. Siamo in effetti piuttosto intercambiabili, è capitato spesso che io finissi per cantare melodie scritte da Andrea, mentre lui si cimentasse con melodie inizialmente pensate da me. I registri sono molto diversi, come ovviamente anche le tonalità, però c’è comunque un range che si incontra, e da lì possiamo partire per realizzare qualcosa che vada bene per entrambi. Penso che questo rappresenti molto della ricchezza di Lacuna Coil: unendo i due registri e i due range otteniamo possibilità che da soli non otterremmo, e possiamo espandere la nostra creatività”.

ABBIAMO PARLATO DI TANTI CONCETTI IN QUESTA INTERVISTA, MA IL DUALISMO SALTA SEMPRE FUORI: LA DUALITÀ NEI TESTI CHE PARTONO DALLA REALTÀ MA FINISCONO PER PARLARE DI VOI, IL PARALLELISMO TRA IMMAGINI CRUDE E PRODUZIONE PIÙ SCARNA, E INFINE ORA IL DUALISMO TRA LE VOSTRE VOCI. E’ UN ELEMENTO CHE ABBIAMO PERALTRO SEMPRE TROVATO IN MOLTE VOSTRE COPERTINE E IN MOLTI VOSTRI TITOLI. MA QUESTO CONCETTO È QUINDI COSÌ IMPORTANTE PER I LACUNA COIL?
Cristina: “Dualismo è una parola difficile da caratterizzare, però possiamo dirti che i contrasti ci sono sempre piaciuti. Il bianco e il nero di ‘Dark Adrenaline’, la bomba a mano di cristallo di ‘Shallow Life’, o anche alcuni titoli volutamente contrastanti. E’ un aspetto che ci piace e in fondo ci rappresenta. Però, qui torniamo all’unicità di questo nuovo lavoro, ‘Delirium’, che di contrasti invece non ne vede affatto. E’ anzi un album estremamente uniforme, sia liricamente che musicalmente, tutto incentrato su un unico argomento, il tutto presentato in maniera molto reale e con pochi fronzoli. E’ un album veramente messo a fuoco, e questo troviamo sia un aspetto veramente importante per comprenderlo a fondo”.

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