NEUROSIS – Un varco per l’ignoto

Neurosis. Un nome ormai leggendario e che evoca un intero mondo. Violenza, grazia, fierezza, distruzione, oscurità, luce… ma anche e soprattutto sperimentazione, impavida esplorazione sonora, ricerca musicale infinita. Una band simbolo dell’emancipazione della musica heavy dal gioco (e giogo) delle categorizzazioni, delle restrizioni stilistiche e delle regole nel metal. Un’estetica musicale e artistica trascendentale e obliqua che segue un’evoluzione tutta sua. Multidirezionale, mutante, imprevedibile, incomprensibile… ignota. Racchiusa tutta nella mente di cinque uomini che suonano insieme da quasi trent’anni e che non si sono mai fermati davanti a niente e nessuno nella loro assurda ricerca di quel Graal sonico indispensabile a scoprire se stessi come uomini e artisti, fatti di carne, spirito… e suono. Il 2012 segna il ritorno della band con la loro decima fatica in studio dopo ben cinque anni di silenzio, l’assenza discografica più lunga mai esistita nella storia della band, uscita che, come è ovvio che sia, ha catalizzato l’attenzione delle orecchie di mezzo mondo e aperto il dibattito infinito sulla criptica e pionieristica proposta di questa band che all’ennesima uscita ancora non ha trovato il verso di non stupire in qualche modo. Per fare luce nel tenebroso mondo della band ci siamo ancora una volta rivolti a una delle sole due voci che da sempre offrono gli unici spiragli di informazioni sulla band, ovvero a Steve Von Till, persona che ancora una volta non ha deluso nel dimostrare una sensibilità umana ed artistica fuori dalla norma, e che ci ha offerto la possibilità di dare una sbirciata succosissima nel misterioso mondo della sua ormai rispettatissima e veneratissima band.


CIAO STEVE. CON L’USCITA DI “HONOR FOUND IN DECAY” SIETE PASSATI DA UN LUNGO PERIODO DI SILENZIO E RISERVATEZZA AD UN FINE ANNO ESPLOSIVO IN CUI AVETE MOSTRATO AL MONDO UN COMEBACK ALBUM DOPO TANTI ANNI DI ASSENZA. COME SI STA PROSPETTANDO A QUESTO PUNTO IL VOSTRO 2013?
“Siamo semplicemente estasiati di avere finalmente nuova musica lì fuori per tutti da sentire. L’abbiamo tenuta nascosta solo per noi per molto tempo e ora finalmente tutti la possono sentire. Siamo fieri di questo album e felicissimi di vedere che siamo ancora in forma smagliante come musicisti e al top della forma artistica, e ancora in grado di creare musica che smuove e ispira. Il nostro 2013 sarà senz’altro all’insegna dell’attività live per far sentire questo nuovo lavoro alla gente quanto più possibile, per verificarne il responso ed uscire dal letargo in maniera ottimale”.

QUESTA ATTIVITA’ LIVE E PROMOZIONALE SARA’ ANCORA, COME NEGLI ULTIMI ANNI, SELETTIVA E SPORADICA, OPPURE TORNERETE AD UN’ATTIVITA’ LIVE PIU’ INTENSA E REGOLARE?
“Selettivi lo siamo sempre stati, non accettiamo mai la prima proposta che ci viene fatta e non facciamo mai alcun compromesso. Facciamo solo ciò che ci va di fare e solo se queste cose sono compatibili con, e non intralciano, la nostra vita privata. Siamo tutti molto impegnati e riservati nel privato e non vogliamo che questa band logori il privato, quanto semmai vogliamo che ne sia parte in maniera piacevole e costruttiva. Tuttavia i nostri piani live sono pur sempre intensi e molto ben studiati. Abbiamo in cantiere una manciata di date live importanti qua negli States, Londra tra qualche settimana, e poi ancora Europa in estate, si spera”.

LONDRA APPUNTO, QUESTO VOSTRO SHOW E’ MOLTO INTERESSANTE. AVETE MAI SUONATO CON I GODFLESH?
“No! Sarà la prima volta e con almeno vent’anni di ritardo (ride, ndR)!”.

SIETE LORO FAN?
“Oh cazzo, certo, di brutto! Quei due hanno cambiato tutto nella musica pesante, sono pionieri. Come si fa a non essere fan dei Godflesh? Con Justin abbiamo solo lavorato a qualche collaborazione sporadica negli anni, ma mai con le nostre band madri. Sarà la prima volta in assoluto che queste si incontrano”.

COME MAI QUESTO GAP COSI’ LUNGO TRA QUESTO VOSTRO NUOVO ALBUM E QUELLO PRECEDENTE? QUESTIONI CREATIVE O TECNICHE?
“Nessuna delle due. Piuttosto, direi più una questione fisica. Ormai viviamo in luoghi differenti del continente americano e abbiamo vite indipendenti. Facciamo sempre più fatica a vederci e a creare musica insieme. Dopo ‘Given To The Rising’ abbiamo suonato molti concerti, e quello è stato forse il momento di più intensa attività live per noi in un sacco di tempo, ed abbiamo dunque esaurito in tour il nostro tempo a disposizione insieme. E’ dovuto dunque passare molto tempo prima che riuscissimo a ricaricare le batterie per rivederci tutti insieme. Però quel tempo passato in tour ha rappresentato anche l’inizio del nuovo album, i suoi primi germogli, nati appunto durante quel tour e in quel tempo passato insieme”.

INSOMMA, SEMBRA CHE ABBIATE TROVATO UN VOSTRO EQUILIBRIO: VITE SEPARATE, MOLTA INDIPENDENZA, ATTIVITA’ LIVE SPORADICA E ALBUM SOLO QUANDO NE AVETE VOGLIA, CHE POTREBBE ANCHE SIGNIFICARE ANNI. I VOSTRI FAN ORMAI POSSONO ASPETTARSI QUESTO D’ORA IN POI?
“Mah, non so, chi lo sa? Per ora è così però. Certo, ci piacerebbe fare album a ruota libera, ma che album sarebbero? Non lavoriamo sotto pressione, le cose per noi vengono quando il momento è giusto, senza premeditazione. Nei Neurosis non vige alcuna regola paragonabile a quella dell’industria, per noi le cose accadono molto spontaneamente. Se accadono accadono, se non accadono vuol dire che non è ancora il momento”.

“HONOR FOUND IN DECAY” SEMBRA ESSERE UN LAVORO MOLTO MENO IMPENETRABILE E OSCURO DEI PRECEDENTI E PIU’ DIRETTO. SEMBRA PIU’ ACCOMODANTE E MENO OSTICO, SEI D’ACCORDO?
“Mah, non lo so. Penso che ognuno avrà opinioni diverse in proposito. Per esempio il titolo non ha proprio un significato univoco, è criptico e malleabile. E’ un titolo che si adattava bene a tutto il resto, alla musica, alle atmosfere, all’artwork. Ha un significato complementare e non a se stante. Il lavoro potrebbe essere inteso in tanti modi diversi insomma, io non lo vedo tanto ovvio e diretto. Tornando al tratto clou, il titolo: si adatta ed è applicabile a più ambiti e non a un concetto ben preciso. In questo senso l’album tratta lo stato di decadenza che è imminente in questo mondo, e nel caso specifico nel mondo degli uomini. Le amicizie, le famiglie, gli amori, le nazioni, le comunità, le società, le economie, le relazioni umane tutte, grandi o piccole che siano, sono perennemente in crisi. Vedi per esempio la situazione economica odierna o il nostro perenne stato di guerra. Questo stato di decadenza permanente mostra la vera faccia dell’umanità e noi, dunque, tendiamo a stringerci attorno a chi conta di più per noi, a chi ci è simile, a chi ha dei valori e un onore, una rispettabilità che rimane integra anche nei momenti difficili”.

…SEMBRA QUASI CHE ABBIATE RISPOLVERATO DEI VECCHISSIMI CONCETTI PUNK ALLORA: IL CONCETTO DI FAMIGLIA, DI RISPETTO RECIPROCO, DI LEALTA’ ALLA COMUNITA’, ECCETERA…
“Forse sì, ma non lo vedrei in quell’ottica soltanto, sono semplicemente concetti ‘umani’, come ci si comporta con i nostri simili e come essere vicini tra di noi nell’essere uomini e parte della stessa specie”.

L’ARTWORK DI JOSH GRAHAM STAVOLTA PERO’ MOSTRA UN SETTING ALQUANTO INTIMO E RIFLESSIVO: AL CHIUSO, CON TANTO DI AMBIENTE ILLUMINATO DAL DI LUME DI CANDELA E ACCOMPAGNATO DA CIMELI E VECCHIE FOTOGRAFIE. LA COMPOSIZIONE SEMBRA QUASI RAPPRESENTARE UN ALTARE PER COMMEMORARE QUALCOSA O QUALCUNO…
“Sì, in un certo senso è proprio così. La copertina mostra il perfetto ambiente in cui fruire l’album, in un luogo intimo, meditativo, isolato. Anche stavolta non si tratta di una vera e propria storia specifica, ma di una rappresentazione simbolica, potenzialmente di infiniti scenari. C’è una persona, che è rimasta a lungo da sola, meditando, in isolamento totale, rimuginando sul proprio passato, sulla propria vita, i propri ricordi. Questa persona sta attraversando un periodo di profonda meditazione e riflessione ma in maniera spirituale e trascendentale. Vengono effettuati cerimoniali, innalzati totem, evocati spiriti e forze invisibili. Contemplazione, riflessione, spiritualità e solitudine sono tutti elementi chiave. Nonostante l’isolamento e la solitudine però, l’intera composizione è comunicativa, pervasa da elementi di comunicazione simbolici. L’intero setting è dunque isolato e solitario, ma sta cercando di comunicare qualcosa con il mondo esterno. L’intero album alla fine è questo, un profondo e spirituale isolazionismo in cui viene cercato un varco per il mondo esterno”.

COSA RAPPRESENTA QUESTO DISCO NELLA VOSTRA CARRIERA? COSA SIGNIFICA PER VOI?
“Come ogni altro disco prima di questo, l’album attuale mostra il nostro più alto stadio di evoluzione come artisti e persone. Questi sono i Neurosis più evoluti. Siamo andati oltre l’album precedente e siamo ad un livello successivo ora, e questo disco ne è la prova. Abbiamo superato nuovi ostacoli, imparato nuove lezioni e usato i nuovi insegnamenti per procedere oltre, al nostro stadio successivo. La stagnazione qua non esiste, non esistono limiti né confini, si va sempre oltre. Nuove porte, prima create e poi aperte per andare sempre oltre in luoghi inesplorati. Cerchiamo sempre di trovare un luogo nuovo per la nostra musica. L’unico preconcetto sul quale ci basiamo è proprio questo: di fare meglio di prima e andare oltre il capitolo precedente”.

SECONDO TE QUESTO ALBUM E’ STATO FACILE O DIFFICILE DA REALIZZARE?
“In un certo senso ormai per noi è sempre più facile fare la nostra musica, e il processo diventa sempre più indolore. Ma solo perché abbiamo imparato negli anni le regole del flusso continuo, della spontaneità, dell’intuizione, e soprattutto del concetto dell’arrendersi alla musica, e far si che la musica guidi noi e non viceversa. Ormai per noi i tempi delle ansie sono finiti, ormai sentiamo solo che riusciamo sempre bene in quello che facciamo, che non è un lavoro, ma solo ciò che amiamo e sappiamo fare con naturalezza. Non è difficile, è solo quello per cui siamo qui”.

QUESTO ALBUM CI RICORDA NON POCO “A SUN THAT NEVER SETS” CON I SUOI MOMENTI PIU’ PACATI E RIFLESSIVI E IL RITORNO EVIDENTE DI SONORITA’ FOLK E ROOTS, SEI D’ACCORDO?
“Francamente non lo so. Io ho fatto il disco, non posso vederlo dall’esterno ed essere obiettivo perché vedo le cose dall’interno, da una posizione non imparziale. Sembra che ora però il nostro sound sia più organico e meglio integrato. Abbiamo sempre sviluppato la nostra musica attorno a degli estremi evidenti: luce e ombra, pesante e leggero, rumoroso e silenzioso, bello e brutto, ma ora non sembrano essere più così separati come in passato tutti questi elementi opposti, quanto semmai tutti amalgamati in un unico flusso come se accadessero tutti allo stesso tempo. I vari elementi del disco sono tessuti insieme in maniera molto più fitta ora. Riusciamo sempre ad essere distruttivi quando vogliamo, ma in maniera molto meno ovvia rispetto al passato”.

NEL DISCO SONO PRESENTI VOCI FEMMINILI, ARCHI E QUANT’ALTRO, MA I CREDITS NON RIVELANO MOLTO. E’ OPERA DI OSPITI O AVETE FATTO TUTTO VOI DA SOLI?
“No, abbiamo fatto tutto noi, da soli. Nessuno al di fuori della band è intervenuto. Anzi, ti dirò di più: tutto ciò che senti che non è la batteria, le chitarre o il basso, è opera esclusiva di Noah. Tutti i sample, i suoni, le tastiere, i soundscape, gli effetti, eccetera, perfino archi, fiati e quant’altro, è tutto stato fatto da lui e dalle sue tastiere, synth e sequencer. In questo senso credo che Noah si sia davvero superato e sia stato protagonista su questo album di una perfomance assolutamente stellare. Ha davvero manipolato e creato suoni dal nulla in maniera incredibile. Non è certo un tastierista tradizionale lui, ha una visione tutta sua, è unico, in quanto riesce non solo a creare suoni dal nulla ma a creare gli strumenti stessi che danno vita a quei suoni”.

DAVVERO IMPRESSIONANTE. AVREMMO GIURATO CHE PER QUEI SUONI FOSTE STATI AIUTATI DA CHRIS FORCE, MASON JONES O DA QUALCHE ALTRO VOSTRO AMICO COLLABORATORE CHE VI HA AIUTATI ALTRE VOLTE IN PASSATO…
“No, infatti sembra assurdo anche a me, ma ha fatto tutto Noah, nessun altro”.

…PERO’ SI SENTONO DISTINTAMENTE DELLE VOCI FEMMINILI NELLA PARTE SPOKEN WORD DI “MY HEART FOR DELIVERANCE”…
“Ah sì, giusto. Be’, però anche quella parte li è opera nostra. Scott e Noah hanno scritto le parole di pugno loro, affermando che erano necessarie a quella parte della canzone per completarla come la avevano in mente. Hanno chiamato un’amica, le hanno fatto recitare il testo al telefono e l’hanno registrata nel momento stesso in cui parlava. Quel pezzo è nato così, in pochi istanti, lì sul luogo”.

VISTO CHE VIVETE TUTTI IN LUOGHI DIVERSI DEGLI STATI UNITI, COME NASCE ESATTAMENTE UN DISCO DEI NEUROSIS?
“Abbiamo una sala prove per la band nella Bay Area, in cui ci ritroviamo tutti per jammare quando possiamo. E poi ognuno di noi ha un piccolo studio a casa, in cui possiamo provare i nostri rispettivi strumenti e fare delle registrazioni rudimentali. I nostri dischi nascono in sala prove. Jammiamo, improvvisiamo e registriamo tutto in maniera approssimativa. Poi a casa riascoltiamo le jam e le varie idee tirate fuori, facciamo un filtraggio, teniamo ciò che ci piace e poi ricominciamo da lì, e così via. Quando siamo a casa, ci scambiamo idee, file e il resto via internet, e poi riorganizziamo il tutto in sala prove quando ci rivediamo, e il processo riparte da capo. Certo, non è facile, spesso manca qualcuno alle prove e non tutti possiamo esserci in quei momenti rari in cui decidiamo di riunirci, ma ci proviamo. A volte siamo in due, a volte tre, e aspettiamo il prossimo momento per essere tutti, dipende dal caso”.

ORMAI SIETE AL QUINTO O SESTO DISCO REGISTRATO DA STEVE ALBINI. NON CREDI CHE I VOSTRI ALBUM SI STIANO OMOLOGANDO NEL SUONO, VISTO CHE LI REGISTRA SEMPRE LA STESSA PERSONA? NON VI STUZZICA MAI L’IDEA DI PROVARE CON QUALCUN ALTRO E CAMBIARE DOPO TUTTI QUESTI ANNI?
“A dire il vero quando arriva il momento di registrare non sappiamo mai a chi affidare il compito. Lui è sempre una scelta dell’ultimo minuto. E questo perché semplicemente Steve è il sound engineer perfetto per i Neurosis. Abbiamo sempre poco tempo per registrare, ma il tutto ovviamente deve essere fatto in maniera ottimale per mettere su nastro ciò che abbiamo in testa. Steve in questo è quasi insostituibile, è veloce e ci lascia fare e lascia il nostro sound invariato. E’ in grado di catturare una band nel suo ambiente naturale, dal vivo dunque, come nessun altro. Noi abbiamo i nostri tempi, sempre ristrettissimi, e non possiamo aspettare un ingegnere che deve prendersi il suo tempo per mettersi in sintonia. Deve catturarci lì per lì quando siamo pronti e basta. Steve Albini, per come siamo messi noi ora e per come siamo stati negli ultimi anni, è l’unico in grado di renderci questo servizio senza compromettere nulla di come suoniamo in sala prove. Non ci interessa lavorare con qualcuno che cazzeggia col nostro suono e vuole avere una voce in capitolo o un’opinione sulla nostra musica. Deve solo prendere ciò che suoniamo noi e metterlo sul nastro nella maniera più fedele e onesta possibile. Steve registra il nostro vero suono senza interferire, e lui riesce a farlo nel giro di poche ore. Albini ti finisce un disco in una settimana se deve, senza perdere nulla in suono. Per quanto riguarda il suono invece, se il nostro suono cambia, il cambiamento deve venire dalla band e non dal produttore. Il produttore deve solo catturare il suono della band nel modo più realistico e naturale possibile, punto. Per cui il problema neanche si pone. Non assolderemmo mai un produttore per esplorare il nostro sound, ma lo esploreremmo in sala prove da soli, siamo noi come band gli unici che esplorano il nostro sound, non certo un qualsivoglia produttore”.

PENSI CHE REALIZZERETE UN ALTRO ALBUM INSIEME A JARBOE?
“Mah, non lo so. Non ci sono piani di alcun tipo per un’altra collaborazione. E’ stata una cosa che abbiamo fatto allora perché volevamo e ce la sentivamo. Ma è anche stato un evento raro e inusuale. Noi come band in genere procediamo da soli, sarà difficile che ci esporremo di nuovo a far entrare nel nostro processo creativo una entità esterna come fu allora con Jarboe. Credo che ora come ora siamo tutti concentrati sui nostri progetti e piani individuali, e per ora in quel senso non c’è nulla in vista”.

COSA PENSI DELLA FINE DELLA HYDRA HEAD RECORDS DI AARON TURNER? E, COME PROPRIETARIO DI UNA PICCOLA LABEL DI MUSICA ESTREMA A TUA VOLTA, PENSI CHE UNA COSA SIMILE POTREBBE MAI SUCCEDERE A TE A ALLA NEUROT?
“Non so molto della loro reale situazione interna. Il mio primo istinto è stato quello di dargli supporto emotivo da lontano, come amico e ammiratore della label. Ho mandato a loro i miei auguri di ‘pronta guarigione’ augurandogli di trovare il modo di riprendersi e tornare in pista. E’ davvero una tragedia quella che deve aver attraversato Aaron, e non posso neanche immaginare come si possa sentire. Conosco Aaron, però, e so di che stoffa è fatto. E’ una persona ingegnosa e laboriosa che troverà il verso, come ha sempre fatto, di fare la cosa giusta. So che ora il momento per lui e la HydraHead è dura, ma in cuor mio so che la cosa non finisce certo qua. Faranno enormi sacrifici ora e dovranno fare le ovvie rinunce, ma dubito fortemente che per loro sia realmente la fine. Torneranno un giorno, questo tipo di cose non finisce certo in questo modo, credo e ho la convinzione che sopravviveranno. Questa però è realmente una attività imprenditoriale difficilissima. Noi cerchiamo di vendere un prodotto dal basso potenziale di profitto. Roba underground, sperimentale, non commercializzabile in maniera tradizionale. E’ roba per appassionati e cultori e basta, con un potenziale di profitto pari allo zero. Già si vende poco e oltre a quello la gente ruba, si affida alla pirateria, eccetera. E’ una vita dura, bisogna stare attenti, essere umili, non strafare, rimanere con i piedi per terra, non indebitarsi. L’entusiasmo ti può portare su un binario morto, o peggio ancora alla tomba. Passione e dedizione sempre, ma anche realismo e accettazione dei propri limiti. La Neurot è sopravvissuta, siamo piccoli e di nicchia, ma vivi, e questo nuovo album dei Neurosis è stato possibile solo grazie alla salute dell’etichetta che ora potrà rinvigorirsi grazie ad un’uscita importante. Io sono ottimista e penso di essere in un luogo sicuro; se si pensa alla musica e all’onestà artistica e basta, le cose si riescono a fare con pochi pensieri”.

AARON AFFERMA CHE FAR USCIRE I POPOLARISSIMI ISIS TRAMITE LA HYDRA HEAD AVREBBE RESO L’ETICHETTA ANCORA PIU’ INSTABILE ECONOMICAMENTE, VISTI I COSTI ENORMI CHE QUELLA BAND COMPORTA. TU INVECE TI OSTINI CON CONVINZIONE A PUBBLICARE IL MATERIALE DEI NEUROSIS SOLO TRAMITE LA TUA PICCOLA ETICHETTA. COME AL SOLITO LA VERITA’ STA NEL MEZZO, A QUANTO PARE….
“Infatti, pare proprio di sì. Sono sicuro che Aaron aveva i suoi validi motivi per fare una scelta simile, ma certamente altri da quelli che ho io. E poi siamo sia due band che due etichette simili, è vero, ma anche molto diverse. Noi per esempio paghiamo tutta la produzione di un album dei Neurosis di tasca nostra e non ci affidiamo ad altre label più grandi, come facevano invece gli Isis. Abbiamo dei costi dunque, è vero, ma poi ci teniamo ogni centesimo di quello che guadagniamo dalla band. Inoltre non ci indebitiamo, registriamo e facciamo tutto a casa nostra da soli con le nostre risorse, per cui non dobbiamo mai soldi a nessuno. Della sua scelta, ti posso dire che un aspetto lo comprendo e ha fatto bene. Meglio tenere le sfere lavorativa e privata separate. La HydraHead era la sua etichetta, ma gli Isis non erano la sua band, bensì la sua e quella di altre quattro persone. Poteva rischiare di portare nel suo lavoro le tensioni della band o viceversa, per cui sotto quell’aspetto la decisione è stata saggia. A volte bisogna tenere le proprie attività personali separate. Noi al contrario abbiamo praticamente sempre vissuto su altre label: Lookout, Alchemy, Alternative Tentacles, Relapse, Music For Nations, eccetera: insomma, le abbiamo provate tutte, ed era inevitabile provare anche la nostra etichetta…e per ora funziona. Ora la nostra musica è davvero libera, licenziata da un’entità praticamente costruita attorno alla band, visto che sia la band che l’etichetta sono il frutto delle stesse persone. Perché continuare a lasciar fare tutto ad estranei quando potremmo farlo noi che conosciamo la nostra musica meglio di chiunque altro? Così la vedo io, ma so che altri la pensano diversamente”.

LAVORARE TRAMITE LA VOSTRA ETICHETTA SOLTANTO VI HA COME SALVATI DA VOI STESSI, DUNQUE…
“Esatto, è stato come riappropriarci delle nostre vite e della nostra visione. La musica rischiava di perdersi tra le fitte trame di una industria fatta di persone che non sono te, che non sono questa band e che non sono questa musica e che dunque non la conosceranno mai. E’ stata una rivoluzione per la band. Eravamo sempre alla ricerca di qualcosa, ma non sapevamo cosa. Quando c’è di mezzo la tua emancipazione artistica, la tua stessa capacità espressiva, ne vale della tua stessa vita, della tua sanità mentale. Ci siamo resi conto che il nostro asse era spostato, che la band aveva delle crepe, dovevamo preservarla (la sanità mentale). Eravamo in crisi come persone, dovevamo fermarci un attimo e raccogliere le forze. Ci siamo detti basta, dobbiamo fare delle vite normali, lavorare come tutti, avere un equilibrio nella vita, una quotidianità, e così abbiamo fatto. Ora controlliamo tutto di questa band, e facciamo quello che ci pare quando vogliamo, e la band ora è in gran salute e non è mai un terreno per drammi o tensione”.

ECCO, DUNQUE: A PROPOSITO DELLA NEUROT, COSA HAI IN CANTIERE DA ANTICIPARCI?
“Be’, abbiamo in arrivo gli Amenra, ma quello ormai lo sanno tutti; per il resto, non ho altri annunci da fare. I Neurosis sono già tanto da gestire e stanno occupando tutte le risorse dell’etichetta, per ora dunque null’altro, siamo già a pieno regime e dunque basta così per ora!”.

TRA UFOMAMMUT, NEUROSIS E AMENRA, DIREI CHE PER LA NEUROT, DOPO TANTI ANNI DI FOLK, SONORITA’ ROOTS, E POST-ROCK, IL 2012 E STATO DECISAMENTE ALL’INSEGNA DEL “METAL”…
“Forse sì, era tanto che non imbastivamo tanta pesantezza tutta di fila in un periodo di tempo così ristretto, ma è un puro caso, non certo una cosa premeditata. Comunque io ho pubblicato il mio materiale solista, così ha fatto Scott e così abbiamo fatto entrambi con il lavoro dedicato a Townes Van Sandt, per cui direi che l’anno è stato tutt’altro che metal per noi. Ci sarebbero anche gli Ides Of Gemini, mica tanto metal, secondo me. Insomma, credo che anche quest’anno, aldilà delle coincidenze e dei generi, siamo riusciti senz’altro ancora una volta a diversificarci e questo alla fine è ciò che conta”.

CHE BAND RECENTI TI SONO PIACIUTE ULTIMAMENTE TRA LE NUOVE LEVE, NON CONTANDO OVVIAMENTE GLI ARTISTI CHE PUBBLICHI TRAMITE LA TUA ETICHETTA?
“(lunga pausa, ndR) Non saprei. Se mi piace la pubblico, quindi non mi viene in mente nulla (ride, ndR). Gli Stoneburner di Portland sono una gran band…”.

MA NON VALE! QUELLA E’ LA BAND DEL FIGLIO DI SCOTT!
“(ride, ndR) Ho esaurito i nomi allora, e poi gli Stoneburner a me piacciono a prescindere, sono davvero una grande band. Comunque, come sempre, devo dire che ascolto quasi esclusivamente roba vecchia, purtroppo ho questa pecca, la roba nuova mi passa accanto e non me ne accorgo…”.

DEGLI ATRIARCH INVECE CHE MI DICI? DAMON (FIGLIO DI SCOTT KELLY APPUNTO, ndR), SUONA ANCHE IN QUELLA BAND…
“Ah! Esatto! Sì, ottima band, non ho sentito molto, e devo approfondire, ma so che si stanno facendo un nome. Anzi, ho sentito lo split che hanno fatto con quella band di Oakland, gli Alaric (band, gothic-deathrock in cui militano memebri di Noothgrush, e Pins Of Light, ndR)…ecco, devo dire che loro mi hanno davvero impressionato, non vedo l’ora di sentire cosa faranno in futuro”.

A PROPOSITO DI OAKLAND… E’ LA “CASA” DEI NEUROSIS ANCHE SE TU ORMAI SEI VIA DA ANNI. TI MANCA LA CITTA’, E LA BAY AREA IN GENERALE?
“No, affatto. Io intanto non ho mai vissuto ad Oakland, ma ero di San Francisco, e ho sempre vissuto a San Francisco o nella Sylicon Valley. In generale ti posso dire che qualunque posto che brulica di gente a me non mi mancherà mai. Ora vivo in mezzo al nulla, ho un terreno tutto mio sul quale vivo. Guardo fuori dalla finestra e e vedo solo foresta e natura, niente cemento, traffico, spazzatura, crimine, caos, rumore, inquinamento, affollamento, niente di niente, solo la purezza e bellezza della natura, proprio come piace a me”.

SI’ CAPISCO COSA INTENDI, MA NON HAI UN LEGAME AFFETTIVO CON IL LUOGO IN CUI I NEUROSIS SONO NATI E CRESCIUTI?
“Certamente, il rispetto per la ‘scena’ ci sarà sempre, quello non si discute. Crescere nella Bay Area negli anni Ottanta è stato un vero onore. E’ un luogo unico in cui sono successe cose grandiose sotto il profilo artistico e musicale. Non saremmo qua oggi senza la scena punk DIY della Bay Area che ci ha partoriti e cresciuti. Ma questo non vuol dire che bisogna sempre inseguire la nostalgia e i ricordi”.

GRAZIE DI TUTTO, STEVE. VUOI AGGIUNGERE ALTRO?
“Grazie a voi ragazzi, è stato un vero piacere, ci vediamo al concerto di Oakland con i Voivod e gli Yob!”.



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  • crono

    bellissima intervista! steve è un grande