PHANTOM WINTER – Piacere e sofferenza

Pubblicato il 07/01/2017 da

“Sundown Pleaures” dei Phantom Winter è uno di quei dischi che sa davvero far male. Dove il malessere e l’angoscia emergono netti, sinceri, e non concedono attimi di respiro finché la musica non ha cessato di fluire.  Aggressione primordiale e rabbia calcolata, depressione totale e necessità di guadagnare uno spiraglio di speranza, toni freddamente mortuari e piccolo refoli di vitalità, tutto ciò si amalgama all’interno di brani che assimilano la lezione di Godflesh, Neurosis, Tragedy e dei vari incroci fra black metal e punk, e ne restituiscono una reinterpretazione lungimirante, rifuggente abilmente il manierismo. I Phantom Winter sono una band vera, che ha concetti solidi da esprimere e non si riaggancia a estetiche altrui, da ricalcare pigramente apportando solo risibili cambiamenti. Le idee principali arrivano da Andreas Schmittfull, ex Omega Massif e leader della formazione, fondatore del gruppo e forza propulsiva dei due album prodotti finora. Un musicista entusiasta di quello che ha realizzato finora e ben felice di approfondire i temi che alimentano la sua produzione artistica.

IL VOSTRO SECONDO ALBUM È UN CONCEPT, INCENTRATO SULLA FIGURA DI UN UOMO IMPEGNATO A LOTTARE CONTRO I PROPRI DEMONI INTERIORI E CHE DEVE AFFRONTARE LE MINACCE ARRECATEGLI DAL MONDO ESTERNO. DA COSA DERIVA QUESTA IMPRONTA LIRICA? QUALI SONO LE CONNESSIONI TESTUALI FRA “SUNDOWN PLEASURES” E “CVLT”?
“Non è proprio corretto quanto dici. Parliamo di una persona, non di un uomo. È importante questa precisazione, nelle liriche possiamo parlare indifferentemente di un uomo o di una donna. ‘The Darkest Clan’ parla di una donna che ha assoluto bisogno di una persona da amare, che vuole essere amata, nonostante venga dipinta come la persona più cattiva, feroce e spregevole che vi sia sulla Terra. Il concept segue uno sviluppo circolare. Una persona ha bisogno di ‘piaceri del tramonto’ per rimanere viva. Il mondo uccide gradualmente questo soggetto facendo leva sulla perversione, sulla crudeltà, la solitudine, la cosiddetta etica lavorativa e molto altro. Vi è margine per diverse interpretazioni in quanto narriamo. Non c’è possibilità di scappare, soltanto, appunto, quelli di rifugiarsi in quelli che noi chiamiamo i ‘piaceri del tramonto’. Non esiste una soluzione. Entriamo più nello specifico proprio in ‘The Darkest Clan’. Lì affermiamo che puoi spingerti ad essere la persona peggiore possibile, essere veramente crudele, eppure avrai sempre bisogno di qualcuno vicino. Come potresti anche essere l’uccello più splendente presente in cielo, ma sarai sempre una nullità se te ne resterai chiuso in gabbia. Alla fine della canzone puoi scovare un pizzico di speranza. Potrebbe non essere necessario risolvere il problema. Potrebbe darsi benissimo che una vera soluzione non ci sia nemmeno. Ma altri problemi come l’oppressione sessuale delle donne nel corso dei secoli (‘Bombing The Witches’) e la brutalità diffusa dalle religioni (‘Wraith War’) gettano a terra la persona di cui parliamo. È chiaro che lui o lei appartengano alla ‘Black Hole Scum’ e non possa fuggire dalle proprie origini, che lo/la marchiano a vita. Il capitolo finale, ‘Black Space’, amplia lo sguardo sull’intero scenario e la creatura protagonista del disco ‘vaga nello spazio nero’, fino alla fine dei suoi giorni. Il cerchio si chiude. La connessione con ‘Cvlt’ è ovvia: il primo album ci mostrava cosa ci fa paura, cosa ci trattiene. ‘Sundown Pleasures’ porta il punto di vista dell’esordio a una dimensione più personale, fa guardare a quelle stesse tematiche da un angolo connesso alla percezione del singolo individuo”.

SUONATE UNA FORMA DI METAL ESTREMO CHE METTE ASSIEME LE RITMICHE DEI GODFLESH, LE ATMOSFERE APOCALITTICHE DEI NEUROSIS, IL NICHILISMO DELLO SLUDGE, LA NEGATIVITÀ DEL PUNK E LA MALVAGITÀ DEL BLACK METAL. IN CHE MODO AVETE COSTRUITO IL VOSTRO SOUND?
“Scrivo le canzoni in due fasi. La prima, consiste in un pensare e ripensare nella mia testa alla direzione musicale che voglio intraprendere. Prima di andare in sala prove, un buon cinquanta-sessanta per cento del nucleo base delle canzoni, il loro spirito e molte strutture, ritmiche e melodie si sono già formate nella mia mente. La seconda fase inizia quando mi siedo dietro al drum-set e registro un intero brano solo con l’ausilio della batteria. A quel appunto aggiungo gli altri strumenti e la voce. Mi è stato chiesto, da persone che non hanno nulla a che spartire col metal estremo, perché suono una musica così cupa e brutale. Ho risposto che è ciò che amo, che mi fa sentire felice e sono capace di comporre. Se qualcuno mi forzasse a scrivere pop-punk, ad esempio, so già in partenza che fallirei”.

LA VOSTRA MUSICA PUÒ APPARIRE SIMILE A QUELLA DI ALTRE FORMAZIONI BLACKENED SLUDGE COME DER WEG EINER FREIHEIT E DOWNFALL OF GAIA, MA DAL MIO PUNTO DI VISTA VOI COMUNICATE PIÙ ANGOSCIA, DOLORE, UN SENSO DI LACERANTE SOFFERENZA CHE SPAVENTA E DONA UN GENUINO SENTIMENTO DI DISAGIO. QUALI SONO LE SENSAZIONI CHE CERCATE DI EVOCARE ATTRAVERSO LA MUSICA?
“Mike, il batterista dei Downfall Of Gaia, e Nikita, il mastermind dei Der Weg Einer Freiheit, sono due ragazzi che conosco molto bene. Con Mike sono diventato amico durante il breve tour che abbiamo tenuto assieme all’altra sua band, i Black Table (andateli a cercare se non li conoscete!). Si è occupato anche di far uscire il nostro LP negli Stati Uniti, tramite la sua casa discografica, la Silent Pendulum Records. Come hai scritto, anch’io vedo molte differenze tra i Phantom Winter e le due band che hai nominato. Quello che volevo creare era un buco nel terreno che fosse più buio di qualsiasi altra cosa in circolazione. Quando ho scritto ‘Sundown Pleasures’ e ancora adesso quando lo ascolto, mi viene in mente la figura del protagonista di ‘Nejimakidori Kuronikuru’ di Murakami Haruki (uscito in italiano con il titolo ‘L’Uccello Che Girava Le Viti Del Mondo’, ndR). A questo personaggio, Toru Okada, capitava a volte di sedersi in mezzo a un buco nero nel suolo. E per quanto fosse spaventoso e angosciante rimanere in quel luogo, alla fine proprio in quella situazione egli trovava la sua salvezza. Lo stesso accade per me con ‘Sundown Pleasures’. Una tetra, immane, voragine, all’interno della quale vi sono orrori e salvezza”.

SPOKEN WORD E CHITARRE ACUSTICHE SONO UTILIZZATI IN PICCOLE MA IMPORTANTI DOSI, CONTRIBUISCONO ALL’IDEA DI ETERNA DESOLAZIONE VEICOLATA DALLA VOSTRA MUSICA. COME HAI CAPITO CHE I BRANI NECESSITAVANO DI QUESTO TIPO DI SOLUZIONI, CHE ROMPONO IN UN CERTO SENSO IL FLUSSO SONORO, DANDO COSÌ UN DIVERSO PUNTO DI VISTA SU QUANTO STATE SUONANDO?
“Se disegni un quadro che mostra uno scenario invernale e vuoi dare l’idea che faccia molto freddo, è importante che tu non utilizzi solamente grigio, bianco e blu, colori freddi quindi. Hai bisogno anche di qualche piccola pennellata calda, puntini rossi che diano a chi osserva il contrasto necessario a comprendere quanto tu volevi esprimere nell’immagine, cioè che non solo fa freddo, ma c’è un fottuto gelo artico. Lo stesso accade per il concept dei Phantom Winter. Piccoli barlumi, di tepore, speranza, silenzio”.

LO STILE VOCALE CONIUGA LO SCREAMING DEL BLACK METAL E LA DISPERAZIONE DELL’HARDCORE, RICORDANDO UNA VOCALITÀ ALLA JACOB BANNON, SOTTO UNA LUCE PIÙ CORROTTA E MALEVOLA. MI PARE CHE USIATE IL CANTATO PER INFONDERE UNA COSTANTE SENSAZIONE DI PAURA E DISAGIO. SECONDO LA TUA OPINIONE, COME DOVREBBE DIALOGARE LA VOCE CON LA MUSICA? A VOLTE LINEE VOCALI E MUSICA SONO IN ASSONANZA, IN ALTRI CASI DIVERGONO COMPLETAMENTE.
“Mi piace questo modo di urlare ‘stregonesco’, riesco a produrlo abbastanza agevolmente con la mia voce, così lo sfrutto per dare l’amarezza e la negatività che le lyrics richiedono. La voce di Krikra (Christian Krank, cantante dei Phantom Winter, ndR), ha addosso molta sporcizia ed è lui che infonde questa assonanza con un certo tipo di hardcore. Mi piace che richiami le nostre radici, abbiamo tutti un solido background legato alla scena punk, siamo cresciuti circondati da una sottocultura che mischiava punk, metal e hardcore e sono contento che si rifletta nella musica che suoniamo oggi”.

DUE MEMBRI DEI PHANTOM WINTER ARRIVANO DALL’ESPERIENZA CON GLI OMEGA MASSIF. COS’AVETE PORTATO DA QUELLA BAND TU E CHRISTOF RATH?
“L’idea dei Phantom Winter è nata una settimana prima dello split degli Omega Massif. Volevo creare un progetto differente, qualcosa di più sporco e selvaggio. Così ho scritto due canzoni e le ho inviate a Christof, che condivideva anche lui le mie idee e voleva seguirmi in questa nuova avventura. La settimana dopo gli Omega Massif si sono sciolti (chiarisco che l’avvio dell’attività dei Phantom Winter non ha minimamente pesato in questa decisione) e abbiamo potuto focalizzarci sulla nuova band. Gli Omega Massif sono sempre stati il prodotto della creatività di quattro individui. Nei Phantom Winter gli altri si affidano a me e posso seguire liberamente i miei istinti e le mie visioni. Sono grato ai ragazzi con cui collaboro per questa possibilità!”.

COSA AVETE IMPARATO DAL PROCESSO DI COMPOSIZIONE E REGISTRAZIONE DEL PRIMO ALBUM CHE VI HA AIUTATO NELLA SCRITTURA E NELLO SVILUPPO DELLE IDEE CONFLUITE IN “SUNDOWN PLEASURES”?
“Penso che l’unica differenza fra i due dischi è dovuta all’ingresso di Björn (Granzow, secondo chitarrista, ndR), che non era presente in ‘Cvlt’ e suona una delle due chitarre in ‘Sundown Pleasures’. Un’altra cosa che abbiamo imparato dalla realizzazione del primo disco, è che necessitavamo di più tempo per registrare. Ma anche stavolta ci siamo fregati da soli e siamo stati in difficoltà nel rispettare le scadenze. Incrociamo le dita per il futuro!”.

LA VOSTRA MUSICA GUARDA ALL’INVERNO COME A UNO STATO MENTALE CHE INFLUENZA IL VOSTRO MODO DI PENSARE E LA VOSTRA VISIONE DELLA VITA. POTRESTE SPIEGARCI LA VOSTRA INTERPRETAZIONE DI QUESTA STAGIONE E SE NEL FORMARE QUESTO PENSIERO FACCIATE RIFERIMENTO A SPECIFICI RIFERIMENTI IN AMBITO LETTERARIO, CINEMATOGRAFICO O AD ALTRE FORME ARTISTICHE?
“Mi piacciono tutte le stagioni. Certo, dal mio punto di vista l’inverno potrebbe durare un po’ meno, perché anche se mi piacciono il feeling che emana, la terra ‘morta’, l’oscurità, la perdita di colore, il freddo e il buio contribuiscono ad aggiungere depressione alla mia vita. Alcune volte mi sembra ci sia fin troppa poca luce. Così sono sempre felice quando le giornate ricominciano ad allungarsi. La vita ritorna in primavera per morire nuovamente al raggiungimento del successivo autunno-inverno. Può darsi che tutto ciò abbia un suo fascino. Qualche volta ho paura dell’inverno, qualche volta lo odio, ma spesso lo sento come un buon amico del quale non posso fare a meno”.

DOVE POSIZIONERESTI I PHANTOM WINTER NELL’ATTUALE SCENA METAL? OGGIGIORNO CI SONO MOLTE CORRENTI STILISTICHE, GENERI, CHE È MOLTO DIFFICILE RITAGLIARSI UNO SPAZIO ISOLATO E NON RIMANERE AVVINTI DA UN IMMAGINARIO SPECIFICO DI UN DETERMINATO SOTTOGENERE.
“Penso che la scena metal odierna sia così vasta che non ci sia alcun bisogno di dare una classificazione a ogni singola band. Intendiamoci, ha senso per molti tipi di musica. Se voglio ascoltare una nuova formazione thrash, devo sapere dove cercare e come trovare, in questo caso, ottime realtà come gli Havok o i Lost Society. E necessito dei generi per usare gli hashtag su Instagram o Twitter. Ma non riesco a collocare i Phantom Winter in un particolare segmento. Noi siamo semplicemente dark, heavy e pieni di sporcizia. Per questo denominiamo la nostra proposta ‘winterdoom’. Voglio così indirizzare verso di noi persone che apprezzano sonorità nere e pesanti, non solo quelli che seguono il doom o il black metal. Produciamo feeling, non siamo al servizio di alcun genere”.

LA GERMANIA HA UNA SCENA METAL VASTA E FLORIDA, NELLA QUALE VI È UN GROSSO INTERESSE PER I MIX FRA CRUST/PUNK E BLACK METAL, COME POTREBBE ESSERE IL VOSTRO. QUALI SONO SECONDO TE LE CONDIZIONI CHE HANNO AIUTATO QUESTO TIPO DI EVOLUZIONE E LA DIFFUSIONE DI QUESTIE ‘FUSIONI’ FRA SUONI ALL’INIZIO ABBASTANZA DISTANTI?
“Sono cresciuto ascoltando entrambi i generi, sia il metal che l’hardcore punk. Ho suonato musica molto diversa durante la mia vita ed è quello che capita a molte altre persone di questi tempi. Molti ragazzi non ascoltano esclusivamente heavy metal o hardcore. Quando gli Anthrax hanno iniziato a collaborare con Public Enemy, è stato un esperimento totalmente nuovo e molte persone non l’hanno compreso. Ma Scott Ian era un tipo dalla mentalità aperta e non si faceva problemi ad ascoltare grande musica che non fosse per forza metal, se n’è fregato di quello che gli altri potessero pensare della sua scelta. È così che dovrebbe essere, non ci si dovrebbe porre dei dubbi nel mescolare suoni anche molti diversi gli uni dagli altri. Apprezzo questo tipo di evoluzioni”.

QUAL È LA PIÙ IMPORTANTE DECISIONE NELLA VITA DI UNA BAND CHE DETERMINA IL SUO SUCCESSO O IL SUO FALLIMENTO NELLA SCENA UNDERGROUND?
“Penso tu debba conoscere molte persone, debba produrre della musica speciale, devi essere presente nella scena, suonare molto dal vivo e lavorare duro. Altrimenti nessuno si accorgerà della tua esistenza. Molte persone pensano che non ci sia voluto molto perché gli Omega Massif diventassero un nome relativamente noto nell’underground. Ma non è andata affatto così, ho dovuto lavorare duramente nel crearmi i contatti e a imparare come far funzionare il gruppo e quello che ci stava attorno, per avere un minimo di attenzione. Lo stesso sta accadendo adesso con i Phantom Winter. Soltanto duro lavoro, giorno dopo giorno”.

CHI È L’ARTISTA CHE PIÙ HA INFLUENZATO LA TUA IDEA DI MUSICA, E DI ARTE IN SENSO PIÙ AMPIO?
“Dal punto di vista metal, direi assolutamente Tom Warrior. Il materiale che suona e ha suonato in passato è ciò che amo di più al mondo e che cerco in qualche modo di suonare anch’io. Secondo una prospettiva legata all’hardcore, ti cito i Majority Rule. I loro due album sono stati come un’epifania per me”.

SE DOVESSI SCEGLIERE UNA SOLA BAND CON CUI INTRAPRENDERE UN TOUR, QUALE SAREBBE?
“Sarebbero gli Iron Maiden. Anche se in questo preciso momento sono in una fase Judas Priest, in cui ascolto ogni giorno ‘Turbo’ e ‘Defenders Of The Faith’, alla fine opterei per gli Iron Maiden”.

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