LA STORIA DEI JUDAS PRIEST

Pagine: 320

Anno: 2011

Casa Editrice: Tsunami Edizioni

Prosegue la rassegna operata dalla Tsunami sui grandi del metal, fermando questa volta l’aereo immaginario che prendiamo ogni volta che leggiamo un loro libro nei pressi della cosidetta “Black Country”, vasta area industrializzata delle West Midlands inglesi. L’anno stavolta è il 1963 e alcuni nomi pseudo sconosciuti stanno mettendo in piedi i presupposti per la creazione di quella che poi sarà una delle band più fondamentali dell’intera scena metal mondiale, i Judas Priest. Parliamo di presupposti e non già di line up in quanto la formazione attiva in quegli anni, composta da Al Atkins, Bruno Stapenhill, Roger Chataway e John Partridge, non può in alcun modo essere considerata come una formazione ufficiale dei Judas Priest. Però, come la storia contenuta nel libro ci mostrerà, è proprio da questo focolaio che è partita la scintilla che poi si è trasformata in uno dei più feroci e divampanti incendi del metal: quella enorme e famosissima band chiamata appunto “Judas Priest”. Questo libro biografico, curato da Neil Daniels e che ha visto anche la partecipazione di diversi nomi che hanno gravitato attorno alla band durante la sua carriera, ci mostra dunque a partire proprio da questi primi vagiti una storia che inizialmente riguarda più la terra di origine dei Judas piuttosto che la band stessa o i suoi membri. Dalle parole dell’autore e dei suoi collaboratori si delinea uno stretto legame tra quella nera terra, caratterizzata dal fumo e dall’odore delle fabbriche, e la sporca e cupa massa ferrosa che era la prima forma assunta dal metal negli anni ‘70. Una massa che poi si è evoluta, è stata battuta e lavorata infinite volte da molte band, fino a diventare la affilata lamina d’acciaio di cui proprio i Judas si sono rivelati i lavoratori ultimi: “British Steel”, volendo dirla con il titolo del più famoso album della band. La narrazione del libro segue una scansione prettamente temporale, visitando vari periodi cruciali della carriera della band e ogni volta passando il microfono a qualche volto rappresentativo del particolare momento. L’autore stesso, Daniels, sembra accontentarsi da questo punto di vista più di un ruolo quasi da ‘giornalista’, tenendo tra le mani un immaginario microfono ed occupandosi della impaginazione temporale dei vari contributi piuttosto che intervenendo con una prosa studiata o con altri mezzi narrativi sull’esposizione. Le informazioni riportate sono complete e ben scelte: tutta la carriera dei Judas risulta esaminata dai vari contributi, mettendo in risalto quelli che magari risultano aspetti più oscuri della storia della band. La rivalità sempre accennata ma mai mostrata appieno con gli Iron Maiden, i litigi con alcuni ex della band, i caratteri spigolosi e crudi di Hill e Downing e anche l’omosessualità di Halford vengono in qualche modo presentati e testimoniatei inquadrando ogni elemento al suo posto con uno stile di scrittura scarno ed essenziale, che lascia da parte qualsiasi velleità di romanzo biografico ma piuttosto si concetra sul volere essere un completo lavoro editoriale sulla storia di una band. Visti dall’ottica di chi è esterno al gruppo, anche i numerosi errori compiuti dai ‘metal gods’ durante la loro carriera sono  presentati in maniera cruda e senza peli sulla lingua: le discutibili scelte a livello di suoni sintetici operate a metà degli anni Ottanta diventano la principale causa di un flop quale il disco “Turbo”, mentre l’insensato inspessimento del suono apportato nel tentativo di seguire strade più moderne segna invece il colpo di grazia definitivo che stava dietro a due dischi abbastanza insulsi quali “Jugulator” e “Demolition”. Forse a non convincere appieno di questo libro è proprio la freddezza e l’analiticità con cui l’operato della band viene analizzato dall’autore e dalle sue fonti: l’importanza storica dei Judas Priest non si discute ed il tentativo di presentare la ‘vera’ storia, comprensiva di tutti i suoi difetti e momenti neri, sembra quasi voler svilire l’operato della band, togliendo loro il trono di divinità infallibili del metal. Ma è forse solo un impressione. Daniels non manca mai di rispetto nei confronti dei musicisti e anche la presentazione di scelte discutibili operate dalla band non può comunque smontare il valore storico di “British Steel” o quello musicale di album come “Painkiller”. Dopotutto, errori o no, i veri ‘Defenders Of The Faith’ risultano comunque e sempre loro.



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