MEAN DEVIATION: Four Decades of Progressive Heavy Metal

Recensione a cura di Raffaele “Salo” Salomoni

 

 

Pagine: 364
Anno: 2010
Casa Editrice: Bazillion Points
Lingua: Inglese

Un libro sul progressive metal? Davvero? Ma ci sarà davvero qualcuno disposto a sborsare quattrini per l’ennesima compilazione a tema musical-cerebral-masturbatoria? Insomma, non si può dire che il progressive sia stato in passato trascurato in quanto a biografie, trattati storico-musicali e dissertazioni cartacee varie. Cosa davvero ci potrebbe spingere a fare nostro questo tomo di 364 pagine? Di certo non la copertina (ad opera di Michel “Away” Langevin, batterista dei Voivod), tra le cose più incomprensibilmente ripugnanti che ci sia mai capitato di vedere. Ma il contenuto sì, ci ha colpiti in modo positivo: tralasciando la marginale introduzione di Steven Wilson dei Porcupine Tree, che non aggiunge nulla di interessante al lavoro, qui ci troviamo al cospetto di un libro scritto con una grande passione da Jeff Wagner, ex giornalista della storica rivista americana Metal Maniacs. Una competenza fuori misura, che permette allo scrittore di spaziare realmente da un capo all’altro della storia quarantennale del genere che ha trasformato ‘sex and violence’ in ‘sax and violins’, partendo inevitabilmente dai capisaldi King Crimson, Pink Floyd, Yes, Genesis fino ai giorni nostri, individuando la triade di band dalle quali, a quanto pare, tutto è cambiato, fino ad arrivare al progressive heavy metal strillato in copertina. Parliamo dei Dream Theater (e non poteva essere altrimenti), dei Queensryche e dei Fates Warning. Lungo tutto il libro questi nomi rappresentano una sorta di fil rouge che unisce o sfiora praticamente tutto, lasciandoci anche lo spazio per riflettere e per renderci effettivamente conto di quanto, in fondo, molte cose siano così intrecciate tra loro da essere l’una dipendente dall’altra, in una totalità dinamica dove al variare di un elemento tutto cambia. E a tal proposito sono divertenti gli inserti “what if?”, dove l’autore ci invita a riflettere e a compiere uno sforzo di fantasia, ed immaginarsi cosa ne sarebbe oggi delle nostre band preferite se qualche elemento fosse variato. Qualche esempio: se Kerry King degli Slayer fosse rimasto nei Megadeth? Se Paul Di’Anno non fosse mai uscito dali Iron Maiden? Se i Black Sabbath non avessero mai scoperto le droghe? E soprattutto: se Ron Jarzombek fosse entrato nei Fates Warning? Come vedete basta andare oltre la sottile venatura ‘nerd’ che percorre questi pensieri, e la nostra mente potrebbe anche solo per poco contemplare realtà alternative e stimolanti. E questo avviene lungo tutta la lettura del libro in analisi, sufficientemente completa ed esaustiva da assicurare la scoperta di nuove realtà interessanti anche ai più acculturati in materia, ma anche godibile e scorrevole. Insomma come avrete capito, non è il caso di lasciarsi scappare un lavoro così ben fatto, scritto in un inglese ottimo e talvolta abbastanza ricercato nella scelta dei vocaboli, che in attesa dell’edizione italiana prevista per il 2012 vi darà magari qualche piccolo grattacapo in più nella comprensione ma che al contempo vi saprà donare momenti stimolanti e di sicuro interesse, non solo per i prog maniacs.

 



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