17/11/2015 - Carcass + Obituary + Napalm Death + Voivod @ Estragon - Bologna

Pubblicato il 28/11/2015 da

A cura di Edoardo De Nardi
Fotografie di Enrico Dal Boni

Voivod, Napalm Death, Obituary e Carcass: un poker d’assi da cardiopalma, una data possibile ed immaginabile solamente in un lontano 1989 o giù di lì. E invece no, il sogno si è fatto realtà, e questa duplice accoppiata letale ha deciso di calcare i palchi di mezzo mondo in occasione del Deathcrusher Tour, passato per l’Italia nell’unica data bolognese di martedì 17 novembre. La qualità media delle band in considerazione é davvero su livelli altissimi ed un’affluenza da (quasi) sold-out ha riempito l’Estragon nonostante si trattasse di una serata infrasettimanale, a conferma della grande sete di metal estremo che anima ancora senza distinzione sia i più attempati che i più giovani avventori. Alcune problematiche con gli orari ci hanno impedito di assistere alla performance degli americani Herod, chiamati in veste di opener per tutte le date del tour europeo, e a poter valutare solamente a metà quella attesissima dei canadesi di Away e Snake; ciononostante vi riportiamo la cronaca di una serata dove a vincere a mani basse è stata la storia della musica estrema, rappresentata da quattro dei suoi migliori esponenti, e la grande passione che il pubblico è riuscito a trasmettere con calore ai musicisti sul palco in un’interazione continua che ha gasato visibilmente entrambe le parti!

 

Deathcrusher - Flyer - 2015

 

VOIVOD
Dei “big” presenti in cartellone, spetta ai Voivod il compito di rompere il ghiaccio con il pubblico italiano, potendo contare fin da subito, grazie anche all’inizio anticipato del loro show, sulla risposta entusiastica di un buon numero di persone sotto palco. I Nostri non sono soliti girare da queste parti così frequentemente come alcuni degli altri gruppi e l’attesa nei loro confronti, per niente trascurabile ai fini dell’affluenza generale alla serata, è stata ripagata con uno spettacolo onesto e genuino, capace pur nella sua breve durata di esaltare con pari tenacia i vecchi ed i nuovi brani: è un rapido passare, infatti, dalla spigolosità straniante di “Kluskap O’Kom” dell’ultimo album alla rievocazione dei tempi di “Killing Technology” con “Overreaction”, ed al guitar-work impazzito ad opera di Denis ”Piggy” D’Amour, compianto axeman della band sostituito però con perfetta continuità dal carisma e dalla preparazione tecnica di Chewy, nonché dalla simpatica presenza scenica di Snake alla voce. C’è spazio persino per l’inedito contenuto nello split album insieme ai Napalm Death (“Forever Mountain”), prima che l’inossidabile, anthemica “Voivod” accompagni la band verso i meritati applausi di fine concerto. Non prendendosi mai troppo sul serio, gli “scienziati pazzi” del metal ottantiano sono riusciti nel corso dei decenni, nonostante numerosi problemi interni di line-up, a crearsi una credibilità ed un fedele riscontro basati primariamente sulla qualità della loro musica, e la loro prestazione di stasera lo conferma serenamente, in maniera quasi scherzosa, come giustamente si addice a personalità del loro tipo.

 

NAPALM DEATH
Con Mitch Harris fuori dai giochi già da diverso tempo e l’assenza all’ultimo minuto del frontman “Barney” per non precisati motivi personali, quella che sale stasera sul palco dell’Estragon è una versione alternativa, differente dai soliti Napalm Death che da anni ormai macinano senza sosta qualsiasi palco capiti loro sotto tiro: superato quindi un primo stato di smarrimento, la curiosità cresce col passare dei minuti. Entrambi i sostituti provengono dai Corrupt Moral Altar, promettente formazione grindcore inglese già imparentata coi Napalm Death, visto la collaborazione di Embury e del chitarrista John Cooke nella crust band Venomous Concept, chiudendo il cerchio oggi con l’ospitata di Reese alla voce, vera e propria incognita della serata. Il tempo di oliare gli ingranaggi su “Apex Predator/Easy Meat”, però, che il combo inizia ad ingranare alla grande, sorretto ritmicamente dal ruggito alle quattro corde di Shane Embury e da quello acidissimo del giovane screamer alla voce: una scaletta particolarmente azzeccata poi (“When All Is Said And Done”, “Smash A Single Digit”, “Scum” e “Suffer The Children” tra le più riuscite della serata) consente al neo-frontman di scatenarsi senza ritegno, riuscendo a fornire una prova, per quanto molto personalizzata, violenta e viscerale. I suoni, così come per i Voivod in precedenza, non hanno permesso di godere appieno dei singoli passaggi, già di per sé molto arrembanti, di alcuni dei pezzi-simbolo della formazione inglese; ciononostante possiamo considerare più che positiva questa formazione di fortuna capitata in Italia: anche in versione “piano B”, i Napalm Death continuano a marciare e marcire che è un piacere.

 

OBITUARY
Delle proposte messe in campo questa sera, quella degli Obituary, unica formazione americana in scaletta, è sicuramente quella più schietta e priva di fronzoli, nonché quella più letteralmente vicina alla dizione death metal in senso stretto. Poche cerimonie infatti, prima che le inconfondibili note dell’intro strumentale “Redneck Stomp” ammorbino l’aria del palazzetto con la loro ormai celebre pesantezza: è solo l’inizio di un live set incentrato su alcuni dei brani più arcigni e granitici della loro discografia, eseguiti nella loro semplicità con una perizia ed un’attitudine da primi della classe. Non mancano naturalmente episodi dedicati all’ultimo arrivato in casa Obituary, partendo proprio dall’accoppiata “Centuries Of Lies”/”Visions In My Head”, entrambe tratte dal recente “Inked In Blood” e sicuramente più coinvolgenti in sede live che non su disco, ma è su “Intoxicated”, “Bloodsoaked” e l’immancabile “Slowly We Rot”, titletrack del capolavoro degli americani omaggiato stasera con ben quattro canzoni da esso estratto, che gli animi si eccitano visibilmente, complice una resa sonora finalmente massiva ed annichilente. I Nostri non raggiungono mai velocità proibitive ed è grazie anche alla dritta efficacia dei loro riff che le distorsioni ed i suoni della batteria riescono finalmente a riempire il locale in tutta la sua ampiezza, per una prestazione che candida palesemente la band dei fratelli Tardy quale migliore dell’intera serata. Nonostante ciò, John alla voce non sembra essere particolarmente in palla, infastidito forse da qualche problemino di troppo all’impianto vocale, mentre non ci sono preoccupazioni per Butler al basso e Trevor Perez alla chitarra, che dispensa senza sosta headbanging e corna al cielo verso il pubblico. Poche pecche, quindi, e tanta sostanza per i cinque deathster floridiani, che pur non instaurando un feeling eccezionalmente caldo con la platea, riescono a rapirne l’attenzione ed il cuore, riportando sul palco dei veri e propri inni death metal, duri a morire nel cuore dei fan anche a distanza di oltre due decadi.

CARCASS

Il ricordo delle nefandezze di Walker e soci in occasione del Fosch Fest 2015 è ancora vivido nelle nostre menti, particolare situazione in cui i Carcass, pur svolgendo il loro compito con impassibile professionalità, erano sembrati dei pesci fuor d’acqua rispetto agli altri folk metal act presenti alla kermesse bergamasca, come sardonicamente sottolineato varie volte in quell’occasione dallo stesso frontman inglese. Oggi invece la band gioca in casa, inserita in un contesto musicale e storico a loro perfettamente consono, e non ci sono remore o esitazioni da parte loro nel cercare di inscenare il miglior live show possibile. Posti ovviamente in chiusura, i Carcass hanno modo nell’ora e mezzo a loro disposizione di esplorare in lungo ed in largo la loro cangiante discografia, decidendo di non escludere nessuna delle fasi che ne hanno caratterizzato l’evoluzione nel corso degli anni. Delle ultime gesta, vengono interpretati i “singoli” più noti, con “Unfit For Human Consumption” e “The Granulating Dark Satanic Mills” su tutte, ma la qualità delle canzoni è tale che risulta impercettibile lo stacco tra nuovo e vecchio materiale. Un sussulto attraversa la frangente più estrema del pubblico quando, direttamente da “Necroticism – Descanting The Insalubrious”, vengono suonate “Incarnated Solvent Abuse” e “Corporal Jigsore Quandary”, accolte con un boato al momento della loro esecuzione, mentre sono proprio Walker e Steer ad entusiasmarsi su “Exhume To Consume” e “Reek Of Putrefaction”, breve incursione nel sudicio passato gore/grind dei primi tempi, evidentemente mai dimenticato dalla band stessa e dal suo fedele pubblico della prima ora. I capolavori di “Heartwork”, corrispondenti a “Buried Dreams”, “This Mortal Coil” e la conclusiva titletrack fanno da tramite a “Keep On Rotting In The Free World” dal controverso “Swansong”, un tentativo di redenzione su cui, suo malgrado, non bastano incitamenti e richiami del bassista a battere le mani, per coinvolgere il pubblico come su altri pezzi. La verve pungente, in tipico english humour, del frontman stasera è più accesa che mai: il combo inglese sembra apprezzare particolarmente il nostro Paese ed il suo pubblico, tentando di dialogare con esso in un italiano tanto improbabile quanto divertente. Musicalmente, poco o niente da segnalare a livello di errori, Steer alla chitarra così come i “nuovi” arrivati Wilding alla batteria e Ash alla seconda chitarra risultano praticamente impeccabili, regalando al locale bolognese una prestazione forse poco scenica, ma impeccabile nella riproposizione di alcune delle loro cartucce migliori scritte nel corso degli anni. A conti fatti, difficilmente qualcuno potrà rimanere scontento da quanto visto in tutto questo Deathcrusher Tour: quando delle icone del metal mondiale ancora vispe ed arzille decidono di unire le forze in eventi come questi, c’è davvero poco da fare, con buona pace delle pur valide nuove leve dei rispettivi settori che vediamo quotidianamente suonare in giro: per una volta, circa duemila persone potranno dire: “io quel giorno c’ero”, cosa non da poco di questi tempi.

 

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