13/10/2003 - Dimmu Borgir + Hypocrisy + Norther @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 16/10/2003 da

A cura di Marco Gallarati

Ad appena una settimana di distanza dall’esibizione dei Nevermore, ecco nuovamente l’Alcatraz di Milano divenir luogo d’incontro per selve di irriducibili metallari, stavolta agghindati di tutto punto (in particolare, ovviamente, le rappresentanti del sesso femminile) per accogliere nel migliore dei modi la venuta in terra italica della band black attualmente più in voga, la formazione che, assieme ai cugini inglesi Cradle Of Filth, fu artefice, con il monumentale “Enthrone Darkness Triumphant”, dell’esplosione commerciale della musica “nera”, fino a quell’uscita relegata in ambiti per lo più underground (ambiti nei quali è ora, forse giustamente, tornata): si sta parlando, naturalmente, dei norvegesi Dimmu Borgir, headliner di una serata che ha visto all’opera anche i compagni d’etichetta Hypocrisy (di nuovo qui, dopo la caracollante esibizione all’A Day At The Border di giugno) e i finlandesi Norther, dando vita così ad un trittico di esibizioni scandinave, le quali hanno ben rappresentato le sonorità-base provenienti da quelle terre. Da poco entrati all’interno del locale, e dopo aver fatto giusto in tempo ad ammirare il completino sexy griffato Dimmu Borgir in vendita allo stand del merchandise (qualcosa ci dice che sia andato a ruba!), i Norther posano i loro pesanti piedi on stage e lo spettacolo può andare ad iniziare…

NORTHER

Due album all’attivo e una carriera non certo folgorante sono il biglietto da visita dei finnici Norther, cinque baldi giovani dediti alla riproposizione di sonorità già strasentite e ormai inflazionate, e qui ripetute pedissequamente senza aggiungere un briciolo di originalità e/o personalità. Senza stare a chiamare in causa gli onnipresenti Children Of Bodom, la band guidata dal cantante/chitarrista Petri Lindroos si è impegnata in una fedele opera di plagio (e non stiamo esagerando) nei confronti dei connazionali Kalmah, act assurto all’attenzione della massa con l’ultimo, trascinante “Swampsong”. Scariche di violenta melodia, rallentamenti thrashy, assoli neoclassici…insomma, le solite peculiarità che caratterizzano il power/black più banale e ripetitivo. Se vogliamo essere proprio larghi di giudizio, si potrebbe dire che come opening-act, giusto per portare a temperatura i padiglioni auricolari, i Norther sono andati più che bene, in quanto tecnicamente decenti (sfortunati nel restare vittima di un incidente che ha mozzato del tutto uno dei pezzi), con un vocalist che si è impegnato a fondo e una presenza scenica sufficientemente accettabile. Mezz’ora di musica è stata più che esaustiva: il confine tra sopportazione e noia stava rapidamente avvicinandosi!

HYPOCRISY

La serata entra decisamente nel vivo, non appena le inquietanti voci registrate di “The Gathering” annunciano l’imminente avvistamento dell’astronavicella Hypocrisy! Fedelmente devoti alla causa del combo alieno-svedese, i vostri cari inviati hanno impiegato un centesimo di secondo a riconoscere l’hit “Roswell 47”, con la quale Peter Tagtgren e i suoi soci ci hanno catapultato in piena Area 51. Finalmente, a differenza di quanto visto a giugno, anche Mikael Hedlund è stato attivo e presente per tutto il concerto, sfoderando un headbanging incessante e vorticoso; da dietro il suo misero drumkit, Lars Szoke, da par suo, ha portato a casa la pagnotta in maniera più che decente, mentre il leader del gruppo, nonché uno dei producer più richiesti (benché abbia deciso di porre fine a questa attività) di tutta Europa, si è confermato vero trascinatore d’animi, un frontman esperto e carismatico che, senza parlare troppo, né atteggiarsi più del dovuto, è in grado di incantare la folla con i suoi vocalizzi mutevoli e l’ottima prestazione allo strumento. La sequenza iniziale dei brani è stata micidiale: infatti, allo scoccare dell’ultima nota di “Roswell 47”, i quattro (presente anche il solito sessionman alla seconda chitarra) hanno assalito gli astanti con la micidiale “Killing Art”, un picco nella discografia della band ed uno dei pezzi death più belli di sempre, seguita a ruota da “Apocalypse”, tratta da “The Fourth Dimension”, un roccioso mid-tempo melodico che non ha mancato di esaltare il pubblico. Poi, tutto d’un fiato, il resto del concerto, con le immancabili “The Final Chapter”, “Buried”, “Fire In The Sky” e “Destroyed”, tratta dall’ultimo lavoro in studio “Catch 22”, fino a giungere a quello che era uno dei momenti più attesi del live-set, ovvero l’esecuzione di un brano dell’imminente “The Arrival”: presumibilmente intitolato “The Eraser” (ma non metteremmo mano sul fuoco), trattasi di classico mid-tempo alla Hypocrisy, con tanto di riff stoppati, chorus arioso e breve assolo; dopo un ascolto sbrigativo non è il caso di formulare giudizi, ma la canzone sembra esser stata apprezzata dai fan. Ha chiuso le danze l’incedere apocalittico di “Fractured Millennium”, solido epilogo di concerto. Ammirare gli Hypocrisy è sempre un piacere, anche se a volte viene da chiedersi come si comporterebbero potendo effettuare un tour da headliner, in quanto, stando a ben vedere, la setlist è sempre la stessa, alcuni punti fermi vanno mantenuti, ed è un grosso peccato non aver mai modo di ascoltare song stellari quali “Adjusting The Sun”, “Apocalyptic Hybrid” o la commovente “Paled Empty Sphere”. Non ci resta altro da fare che ripartire in rapida ascensione verticale, passando dagli extraterrestri svedesi ai demoni cosmici norvegesi, entrando nelle nere dimensioni spirituali dei Dimmu Borgir… 

DIMMU BORGIR

A precedere l’entrata in scena del gruppo headliner sono stati due buoni minuti di introduzione effettistica, tra rumori vari e luci che hanno scandagliato il locale in lungo e in largo, donando al palcoscenico, ovviamente adorno di croci rovesciate e teschi, atmosfere lugubri e da “cimitero galattico”, ben abbinabili  alla musica proposta dal six-piece scandinavo. “Lepers Among Us” è stata l’opening-track dello show, subito però penalizzato da un suono poco limpido e mal distribuito, il quale ha mantenuto in costante secondo piano le chitarre (davvero poco chiare da decifrare) e messo troppo in evidenza il roboante lavoro di Nick Barker, la cui doppia cassa sta ancora contorcendosi, probabilmente, nello stomaco degli intervenuti. I brani del recentissimo “Death Cult Armageddon” e quelli di “Puritanical Euphoric Misanthropia” sono stati i grandi protagonisti della prima parte del concerto, lasciando solo a “In Death’s Embrace” il compito di mantenere il legame tra passato e presente: “Progenies Of The Great Apocalypse” e l’acclamata “Kings Of The Carnival Creation” hanno messo in mostra tutto il loro fascino e, in uno sfavillante roteare di fari, farini e faretti multicolori, hanno visto Shagrath diventare padrone della situazione e arringare la massa con i suoi testi fanta-demonici. Ha stupito alquanto la totale assenza di movimento da parte di Galder, probabilmente inchiodato sulle assi del palcoscenico alla destra di Shagrath, a volte affiancato dal più mobile Silenoz, avendo come risultato lo svuotamento totale della parte sinistra dello stage, dove, abbarbicato sul suo trabiccolo infernale, stava Mustis, in pieno atteggiamento “avvoltoiesco”. Molto apprezzati gli interventi alle clean vocals di Vortex, spezzanti la tensione accumulata tramite i rauchi strilli del singer ufficiale. Il concerto è così diventato un lento ed estenuante viaggio a ritroso nel tempo, iniziato con l’ottima “The Blazing Monoliths Of Defiance” e la successiva “The Insight And The Catharsis”, provenienti da “Spiritual Black Dimensions”. Anche ai Dimmu Borgir non piace molto fare proclami, bensì puntare tutto sull’impatto sonoro, a volte davvero devastante, grazie alla precisione millesimale di Barker, per cui ecco scendere i nostri ancora più negli abissi del tempo, proponendo “Spellbound (By The Devil)” e, sorpresa graditissima, “Raabjorn Speiler Draugheimens Skodde”, bonus-track di “Enthrone Darkness Triumphant”, una canzone che non ci saremmo aspettati tanto facilmente. “Stormblast” e l’apoteosi finale di “Mourning Palace” (e anche in questo caso, denigratori a tutti i costi del black sinfonico permettendo, ci si è trovati davanti ad un brano storico!) hanno posto la parola “fine” ad uno spettacolo molto curato visivamente e ben eseguito a livello musicale. Unica nota stonata, i già descritti problemi acustici che, se pur scemati con l’andar del tempo, sono stati una spina nel fianco per gli ascoltatori. Per il resto, niente da dire: prestazione da ricordare.

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