26/09/2010 - Dimmu Borgir + Triptykon @ Alcatraz - Milano

Pubblicato il 05/10/2010 da

Report a cura di Matteo Cereda

Foto a cura di Riccardo Plata

Grande attesa per la nuova calata italica dei Dimmu Borgir, la band norvegese è alle prese con una rivoluzione interna che ha portato alla dipartita di due membri fondamentali quali Mustis e Vortex e sta per pubblicare un disco che farà discutere per la piega ulteriormente sinfonica delle sue composizioni. Interessante a questo punto verificare la condizione di una band che pare aver smarrito per lo meno parte dei consensi, a giudicare dall’Alcatraz milanese ridotto a metà sala quando appena tre anni fa in occasione del tour precedente (bisogna considerare anche la presenza degli Amon Amarth di supporto), aveva registrato un pienone nella versione completa del locale.

 

TRIPTYKON

Sono solo le 19,30 ma per i Triptykon è già ora di scaldare l’atmosfera e dare il via all’inferno. Per la verità il traffico milanese deve aver mietuto parecchie vittime perché al momento dell’ingresso in scena di Tom Gabriel Warrior e soci l’arena è ancora mezza vuota, anche se poi si riempirà proprio nel corso dello spettacolo. Nei quaranta minuti a disposizione i Triptykon si cimentano in un black metal primordiale non privo di influenze doom e progressive. La band esegue alcune cover degli indimenticati Celtic Frost (di cui il leader Tom è stato membro fondatore), ma ci regala anche qualche assaggio dal recente disco d’esordio “Eparistera Daimones”. Il sound compatto e infernale riesce a sprigionare un’atmosfera plumbea che coinvolge i presenti, il resto lo fanno i musicisti con l’esperto Tom Warrior che può contare sull’apporto del fido V. Santura alla chitarra e parte delle vocals e della graziosa promessa svizzera Vanja Slajh al basso. Se mai ce ne fosse stato bisogno, ciò che di buono avevamo percepito su disco trova conferma in questa serata di inizio autunno, resta il rammarico di aver dato poco spazio ai recenti pezzi dei Triptykon, infarcendo come accennato poc’anzi la setlist di cover dei Celtic Frost e di aver usufruito di una resa sonora non sempre impeccabile, ma siamo certi che questa scelta, solo in parte giustificabile, avrà trovato numerosi consensi almeno a giudicare dall’entusiasmo in platea.

 

DIMMU BORGIR

Sulle note di “Xibir”, introduzione sinfonica del nuovo “Abrahadabra”, i Dimmu Borgir fanno il loro ingresso in scena accolti con il consueto calore che si riserva ai grandi. Il locale milanese, come detto poc’anzi, è nella versione ridotta con il palco piccolo, scelta azzeccata da parte dell’organizzazione che in questo modo garantisce un clima raccolto e intenso. Il sound raggelante della storica “Spellbound” si materializza appena terminata l’introduzione ed anche il frontman Shagrath irrompe sul palco indossando una curiosa pelliccia con teste di volpi bianche cadenti dai lati. La scena è tutta per i tre membri effettivi della band, mentre i tre session al basso, tastiere e batteria mantengono un atteggiamento schivo e composto, limitandosi per quasi tutto il concerto ad interpretare le varie parti per la verità in maniera assolutamente dignitosa. Lo spettacolo prosegue con “The Chosen Legacy” tratta dal deludente “In Sorte Diaboli”, letteralmente spazzata via dalla ben più consistente “Indoctrination”. A questo punto la band scandinava inizia a concentrarsi sul nuovo disco “Abrahadabra”, proponendo una manciata di brani senza troppi fronzoli nelle brevissime pause. La scelta non si rivela troppo azzeccata perché le nuove composizioni denotano un’imponente struttura sinfonica che in versione campionata risulta troppo fredda e ingombrante, ed unita all’ulteriore campionatura di cori e parti vocali in pulito rende lo show piuttosto “finto”. Se a tutto questo uniamo il fatto che il nuovo disco ha poche ore di vita nel nostro paese, la freddezza generale è scontata e solo il tiro evidenziato in taluni momenti da “Born Treacherous” e le melodie già edite del singolo “Gateways” salvano in parte l’inconveniente. A riportare il concerto su livelli di entusiasmo ben più elevati ci pensano un paio di classici quali “The Blazing Monoliths Of Defiance” e “Vredesbyrd”, che confermano la felice performance del duo Silenoz-Galder, sempre puntuali nel loro operato. Il finale per fortuna è di quelli che coinvolgono tutti, a cominciare dalle ritmiche sincopate della “tamarra” “Puritania” fino a quelle ben più articolate di “Progenies Of The Great Apokalypse”. Nel frattempo Shagrath abbandona l’ingombrante pelliccia per far posto ad una più sportiva canottiera azzurra dell’Italia e annuncia tra l’incredulità di molti l’ultima, ma ovviamente applauditissima, traccia “Mourning Palace”. Poco più di un’ora di spettacolo è sembrata una miseria da parte di una band che avrebbe parecchio materiale da sviscerare in sede live, anche se a parziale giustificazione del trio norvegese resta l’innesto dei nuovi elementi a fare da zavorra. Questo concerto ci dice che i Dimmu Borgir, pur denotando la solita professionalità e una buona compattezza, sono ancora alla ricerca di una solidità che senza Mustis e Vortex è sembrata venir meno in più di una circostanza. Un sound più “sobrio” nelle orchestrazioni e la presenza di un cantante per le parti in pulito avrebbero giovato non poco alla causa.

 

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