12/12/2014 - EINDHOVEN METAL MEETING 2014 @ Effenaar - Eindhoven (Olanda)

Pubblicato il 19/01/2015 da

Report a cura di Giovanni Mascherpa
Foto di Paul Verhagen – Achrome Moments Photography  (AchromeMoments.nlfacebook.com/verhagenpaulfacebook.com/AchromeMoments,
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L’ultimo evento di grande respiro internazionale del 2014 metallico è rappresentato dall’Eindhoven Metal Meeting, happening indoor giunto alla sua sesta edizione. In terra olandese è un po’ che lavorano bene, il festival è cresciuto di anno in anno conquistando una certa rinomanza, grazie all’allestimento di line-up molto variegate, prevalentemente di stampo estremo ma con un occhio di riguardo per il metal tradizionale più morboso. Il luogo del delitto è un capiente locale nel centro di Eindhoven, l’Effenaar, con il programma spalmato su due sale, di dimensioni piuttosto diverse: la prima, il District 19 Stage, abbastanza contenuta nella metratura, dedicata ai gruppi underground. La seconda, denominata semplicemente Large Stage, ben più ampia, anche se niente affatto sterminata, con il grosso pregio di essere quasi più larga che lunga, fatto che regala praterie di palco ai musicisti e consente di alzare fondali giganteschi sul muro alle loro spalle. La logistica è un fattore premiante dell’evento: si può volare direttamente sulla città della Philips e del PSV a prezzi contenuti e alloggiare nelle immediate vicinanze della venue, spostandosi a piedi per una città sicuramente poco appariscente e niente affatto turistica, ma che ha il pregio di essere davvero a misura d’uomo e molto tranquilla. Da non trascurare la presenza di molti ristoranti e locali di vario tipo appena fuori l’Effenaar, una manna dal cielo per chi voleva riposarsi e rifocillarsi con calma lontano dal trambusto del festival, pur essendoci un punto di ristoro e più aree bar dentro il locale. Il numero dei biglietti venduti non è stato eccessivo e pur essendoci il tutto esaurito ci si è riusciti a muovere in pieno agio da una sala all’altra, trovando solo un po’ disagevole la pressoché totale mancanza di punti in cui sedersi. Un dettaglio che non ci sentiamo di imputare agli organizzatori, perché obiettivamente si fa fatica a pensare a dove si sarebbero potute mettere sedie e tavoli per adagiare le stanche membra! Passando al lato strettamente musicale, è andato tutto per il verso giusto, dalla prima band all’ultima di quelle visionate, e in questo ha pesato un’organizzazione collaudata e molto professionale: orari rispettati puntualmente, le pause calibrate per concedere un minimo di respiro all’interno di un programma intensissimo, suoni quasi sempre ottimi, pochi momenti di “imbottigliamento” per muoversi da un punto all’altro. Il mix di realtà affermate e formazioni di nicchia si è rivelato vincente, con almeno una primizia assoluta rappresentata dai Blasphemy canadesi e l’esposizione a una platea non troppo ristretta dei tedeschi Attic, talento cristallino del dark heavy metal in attesa di fare il suo ingresso nel gotha del settore. Ci siamo concentrati in buona misura su band che hanno una discreta esposizione live, è vero, però risentire At The Gates, Morbid Angel, Primordial e altri ancora in condizioni perfette, davanti al pubblico giusto e con minutaggi di poco inferiori a quelli concessi di solito in uno show da headliner, mette sempre il cuore in pace. Felici e soddisfatti del nostro viaggio nei Paesi Bassi, vi andiamo a raccontare le nostre impressioni, sperando di farvi venire voglia, per il 2015, di accodarvi alla non sparuta truppa di metaller italiani che già frequentano questi lidi.  

Eindhoven Metal Meeting - Flyer 2014 - 2015
Eindhoven Metal Meeting 2014 - foto ingresso - 2015
Eindhoven Metal Meeting - foto folla 1 - 2015
Eindhoven Metal Meeting - foto folla 2 - 2015

THE COMMITTEE
Chissà chi si cela dietro la nera sciarpa (o copricollo, passamontagna, quello che volete voi…) attraverso la quale i The Committee celano i loro volti. Un cappotto invernale pesante, solo per alcuni e anch’esso di colore scuro, completa il vestiario dei membri del gruppo, schierati come un piccolo esercito sul palco grande dell’Effenaar. Sul muro alle loro spalle scorrono filmati d’epoca relativi al passato comunista della Russia, con molte scene cruente di battaglie della Seconda Guerra Mondiale e i comizi di Lenin e Stalin. Approfittando dell’ampiezza dello stage e della superficie sterminata del muro alle loro spalle, i The Committee possono dispiegare al meglio i propri espedienti visuali e raggiungere lo scopo di musicare crudelmente la storia bolscevica, senza timori di distrazioni da parte del pubblico. Contrariamente alle molte realtà estreme con un occhio di riguardo agli episodi storici più cruenti, i The Committee adottano un approccio più riflessivo e malinconico, bilanciato con accortezza fra il black metal freddo e spoglio di inizio Anni ’90, le lesson in violence del black/thrash alla Possessed e le tentazioni atmosferiche di certo black metal evoluto. Non c’è spazio per sperimentazioni o grandi complessità, invece che aggredire a testa bassa e avvelenare l’aria i The Committee preferiscono farci ammirare il senso di sconfitta nei cuori umani di fronte alla distruzione, al lutto, alla perdita degli affetti e alla spogliazione della propria identità Si soffre maledettamente con questo ensemble poliglotta (sul loro sito ufficiale ci informano che si può comunicare con loro in inglese, russo e olandese), a cui in corso d’opera si aggiunge un altro vocalist, con in mano la falce della Mietitrice, con il quale si va a vivere la parte più accesa dello show, preda di botta e risposta vocali da brividi. Carriera ancora agli albori per questi blackster (il primo full-length, “Power Through Unity”, è uscito a febbraio 2014), però da quel che sentiamo di dimestichezza con certi stilemi ve n’è da vendere: il festival non sarebbe potuto cominciare in maniera migliore.

MORBUS CHRON
Alzi la mano, tra i death metaller all’ascolto, chi non ha sentito almeno mezzo minuto di “Sweven” dei Morbus Chron. Pochi altri album hanno scatenato tanto interesse nel 2014, per un combo giovane ma affatto timido o incerto su cosa combinare con gli strumenti in mano. Il progressive death metal prodotto dall’ensemble svedese non è esattamente quanto di più facilmente digeribile ci sia in circolazione, però non va nemmeno a toccare lidi talmente astratti da tagliar fuori dal proprio bacino d’utenza gli appassionati più intransigenti. Ecco quindi che nella piccola sala del District 19 Stage c’è il pienone: il tour coi pesi massimi At The Gates e Triptykon è un’occasione d’oro sia per i ragazzi di Stoccolma che per il pubblico, vista la poca esposizione live avuta finora dai Nostri. Pur consapevoli dell’impatto generato nell’underground con la loro musica, i cinque hanno il piglio di chi è appena uscito dalle prove nel garage di casa e non si notano atteggiamenti sopra le righe o pose costruite. Si suona, si fa headbanging, si picchia duro, inscenando uno spettacolo stringato nei tempi – mezz’ora secca – e abbondantissimo nei contenuti. La resa live dei brani, tra cui vi è un sufficiente spazio concesso al materiale precedente, è più vicina alle rassicuranti partiture swedish/US death rispetto a “Sweven”, ma non ci si fa in tempo ad abituare a irresistibili cavalcate vecchia scuola che i Morbus Chron staccano completamente i piedi da terra, e volano, lontano, fuori dalla vista, verso vortici di suono e di immagini impensabili. Sono canzoni matrioska quelle della band, che si aprono improvvisamente a sezioni raffinatissime, in preda a giochi chitarristici complessi ed ariosi, destinati spesso a interrompersi in corrispondenza di progressioni da urlo, ancora più dirompenti nel contesto concertistico. L’innalzamento della brutalità non impedisce di riproporre in ogni fraseggio quell’inesauribile concentrato di sapori contrastanti ed inebrianti che è “Towards The Dark Sky”, chimerica creatura figliata da dei Mekong Delta fulminati sulla via della sala operatoria dagli Autopsy. Quando si ha talento, una trentina di minuti bastano e avanzano per dimostrare quanto si valga.

ATTIC
La popolarità dei tedeschi Attic non è ancora altissima, ma crediamo manchi davvero poco a questi ragazzi per svoltare e “farsi un nome”. Non riusciamo infatti a ritrovare nessun altro che possa vantare un tale pezzo da novanta alla voce come Meister Cagliostro, l’unico cantante ad oggi sulla piazza, almeno tra quelli uditi dal sottoscritto, in grado di emulare senza sconcezze il sommo King Diamond. E il lignaggio degli Attic non è giustificato soltanto da una voce sopra la media: il songwriting, già a buoni livelli all’epoca del primo demo eponimo, si è ispessito e arricchito per l’esordio “The Invocation”, ormai vecchio di due anni e rimasto un po’ in disparte rispetto ad altre realtà classic metal meglio promosse dalle label, ma più povere di contenuti. L’abbinamento Mercyful Fate-NWOBHM è la scoperta dell’acqua calda, d’accordo, però la brillantezza denotata da questi musicisti nel reinterpretrare certi stilemi permette loro di fare un passo oltre e di scordarsi di aver sentito questa musica in infinite salse nel corso degli anni. Gli Attic amano presentarsi come fossero headliner, anche se hanno solo a mezz’ora da occupare, e fanno traboccare il palco di teschi, candele e croci rovesciate, con un ingombrante crocifisso proprio nel mezzo dello stage, davanti alla batteria. A coprirlo, la sagoma inquieta del singer, che messo a posto durante il primo pezzo un delay rimbombante può finalmente scatenarsi, trascinando dietro di sé i compagni. Meister Cagliostro non si limita a qualche isolata scorreria in falsetto, canta praticamente tutto il tempo come il Re Diamante, aggredendo e scorticando con una potenza di fuoco maiuscola e senza assottigliare la voce, così da travolgere come un vero e proprio uragano i presenti. La frenesia del guitarwork di Rob e Katte tiene assieme impatto ed evocatività, mettendo in fila mostri, sortilegi, incubi assortiti in rapidissima successione, dipingendo un quadro sonoro minuzioso ma tutt’altro che ampolloso, dove l’oscurità è impenetrabile e le melodie affilate come spade. Refrain stentorei liberano per la venue una stregoneria tanto terribile quanto irresistibile, a cui non è possibile opporre alcun antidoto. Attendiamo con trepidazione il nuovo album e un tour il più esteso possibile; l’Europa è pronta a cadere sotto le angherie di Meister Cagliostro e dei suoi foschi aiutanti.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Attic - 2015

 

ASPHYX
A questo punto parte un’infilata di quattro headliner, tutti con lo stesso slot – un’ora tonda – e più di un motivo per non classificare i propri show tra quelli di routine. E se Triptykon, At The Gates e Primodial, che chiuderanno uno dietro le ostilità sul Large Stage, hanno da offrire gli estratti dei loro nuovi album, gli Asphyx hanno l’indubbio vantaggio di giocare in casa. Il “fattore campo” va a influenzare enormemente le presenze dinnanzi al palco; la densità umana osservata durante l’esibizione dei deathster olandesi non verrà toccata per nessun altro nel corso della due giorni e ciò la dice lunga sullo status di cui gli uomini di Martin Van Drunen godono. Il leader, dal canto suo, si mette di buzzo buono per rendere memorabile il concerto, insistendo anche più del solito nello scambio di battute e vari lazzi e frizzi coi compagni. Questo senza andare assolutamente a discapito della qualità musicale, alta come ci si aspetterebbe da musicisti di cotanta esperienza e rinomanza. Suoni poderosi e nitidi – una piacevole assonanza tra le performance cui abbiamo assistito – danno man forte nel godimento del death al contempo ignorante e prezioso della formazione, che ha pochi eguali quando c’è da metterla sulla pesantezza, il senso di asfissia, la cupa bellicosità di un carrarmato lanciato sul nemico a passo ora lento, ora spedito, ma sempre inarrestabile. I quattro si dimostrano oculati nel non insistere per più di un paio di pezzi sugli stessi ritmi, variando i colpi in modo metodico e passando dalle cariche all’arma bianca di “Death… The Brutal Way” e “Deathhammer” alle sabbie mobili di “The Rack”, dove secondo il sottoscritto i Nostri toccano i livelli di pathos più elevati. Sull’apprezzamento dell’audience, poco da dire: macelleria davanti – non a livelli sconsiderati, perché da queste parti ci vanno tutto sommato leggeri – occhi quasi commossi dietro, con molti testi cantati a squarciagola da un congruo numero di persone, quasi come se stessero suonando i Metallica. “Last One On Earth”, il brano manifesto dell’Asphyx-pensiero, compie l’ultimo giro di ricognizione sul campo nemico, sotterra i morti e frantuma le speranze dei sopravvissuti recidendone le arterie pulsanti. Nessun uomo è rimasto sulla Terra.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Asphyx - 2015

TRIPTYKON
Su un lato la copertina di “Eparistera Daimones”, sull’altro quella di “Melana Chasmata”, al centro lui, Tom Gabriel Fischer, la nera, distaccata, eminenza suprema del metal estremo. I Triptykon hanno riportato prepotentemente alla ribalta il nome di uno degli artisti più importanti per l’intera storia del metal, una figura così influente da porre in soggezione anche chi non è un fanatico delle sue molteplici incarnazioni artistiche. Si affronta quindi il concerto con il timore, per qualcuno, di non riuscire a comprendere fino in fondo la grandezza di un tale personaggio e dei signori musicisti che gli stanno a fianco in questa avventura. Se nelle interviste e nelle varie dichiarazioni rilasciate pubblicamente Fischer tende a focalizzarsi sull’attuale fase di carriera, tenendo in ombra la band che l’ha reso famoso, dal vivo non si fa tanti problemi di andare a ripescare perle del passato, ridendosela (impercettibilmente) sotto i baffi a vedere gli effetti dei datati diamanti grezzi del periodo Celtic Frost. Un’esecuzione fredda e meccanica della spossante “Procreation (Of The Wicked)” va infatti a fungere da apertura, sottolineando la pochissima distanza concettuale tra quanto aveva composto trent’anni fa e quanto è uso scrivere il Nostro oggigiorno. Addirittura, l’opener si rivelerà l’episodio più difficile da assimilare per i meno avvezzi al catalogo fischeriano, a causa dell’ossessiva reiterazione di un numero irrisorio di riff e di una struttura ritmica a dir poco asciutta. D’altronde i Triptykon non giocano con effetti speciali e trucchi di scena, fanno lavorare di fantasia la mente con filari di note che, ad un’analisi superficiale, potrebbero addirittura sembrare banali, se non ci fosse un velenoso retrogusto inquieto a renderne entusiasmante lo strisciante incedere. Il particolare andazzo thrash/doom rigoroso ed essenziale offertoci dal quartetto svizzero colpisce duro con le fragranze di “Goetia”, “Tree Of Suffocating Souls” e “Altar Of Deceit”, bagni di oscurità che sanno di antico, esposizioni fuori dal tempo del senso di magia e spietatezza che il primo extreme metal sapeva manifestare. L’apice di coinvolgimento non può che arrivare, però, dal mega classico “Circle Of The Tyrants”, per l’occasione cantata da un invasatissimo Tompa Lindberg. Fischer finisce per fare quasi il buontempone (!!!) prima, durante e al termine del brano, ringraziando Lindberg per la partecipazione e spendendo parole di elogio nei confronto degli At The Gates. Crepi l’avarizia, ci si permette anche la cover dei mitizzati conterranei Messiah, con la canzone omonima – non una rarità, comunque, i Triptykon amano ripescarla di quando in quando… – prima di un’altra severa lezione sotto le spoglie di “The Prolonging”. Chi scrive confessa di aver staccato la spina in alcuni momenti, un po’ infiacchito dalla scarna ripetitività di alcuni passaggi, ma sul livello oggettivo della performance c’è poco da discutere: i Triptykon stanno alla grande e non sbagliano un colpo, né su disco né dal vivo.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Triptykon - 2015

AT THE GATES
“At War With Reality” ha suscitato sentimenti contrastanti, provocando un coro abbastanza ampio di approvazioni, un altrettanto cospicuo sentimento di disagio per chi vede poca attinenza della nuova fatica col precedente materiale, e un’altra fetta molto consistente, forse la più rappresentata in assoluto, che non ha né amato né odiato l’ultimo album. Non hanno giocato sul sicuro gli uomini di Lindberg, proponendo canzoni dalla relativa immediatezza, forse troppo ragionate per chi desiderava un ritorno a mille all’ora e senza tanti fronzoli nel solco di “Slaughter Of The Soul”. E’ altrettanto vero che dal vivo non si può mentire, e se le tracce di recente scrittura sono all’altezza del nome che portano, live devono convincere. Punto. Per chi scrive, l’esame è stato ampiamente superato in quel di Eindhoven, dove gli At The Gates si sono presentati per una delle ultime puntate della tournee con Tryptikon e Morbus Chron. La voce sempre più hardcorizzata e meno growl di Tompa non disturba di certo e gli intrecci di chitarra fanno il bello e il cattivo tempo come ci si attenderebbe, mandando subito in delirio il pubblico, che pare fregarsene altamente di stare a sentire una “Raped By The Light Of Christ” o una “The Circular Ruins”. Sono tutti belli carichi sui nuovi pezzi, inframmezzati sapientemente tra i cavalli di battaglia incontrastati – qualche cambiamento potrebbero concederlo, tra questi ultimi–per creare il più possibile continuità tra le diverse fasi di carriera. Il nervosismo e lo spezzettamento di molte partiture presenti su “At War With Reality” hanno il pregio di riportare a un modo di fare death metal nordico poco frequentato dalle nuove leve, e che gli stessi At The Gates avevano lasciato da parte nell’ultima periodo prima dello scioglimento. Feeling ed esecuzione sono di prim’ordine, con quel necessario gradiente di sporcizia negli assoli che è un trademark imprescindibile degli uomini di Göteborg. La band sta attraversando una seconda giovinezza e non smette di far venire la pelle d’oca, sia con le rasoiate di “Suicide Nation” e “World Of Lies” che con gli strappi e gli spigoli di una “Windows”. “Night Eternal” è la fresca firma d’autore messa a fine corsa, giusto per ricordare, se ce ne fosse il bisogno, che il gruppo non ha registrato un disco tanto per rompere il silenzio, ma ha voglia di puntarci forte e di insistere nella sua promozione per i prossimi mesi.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - At The Gates - 2015

PRIMORDIAL
Quella dell’Eindhoven Metal Meeting è una delle prime date degli irlandesi successive alla pubblicazione dell’eccellente “Where Greater Men Have Fallen”. I Primordial hanno oramai un seguito vasto e trasversale all’interno dell’audience metallica, accaparrando consensi un po’ da tutte le parti, dal normale fruitore del metal estremo a chi predilige il metal classico, grazie a caratteristiche sonore ora più vicine al puro epic metal, ma in cui non è assolutamente scomparso il retaggio black metal degli inizi. Un’anima nera e maledetta tornata alla ribalta proprio con l’ultimo disco, i cui pezzi sono destinati ad alterare significativamente la normale setlist del gruppo e che in un contesto molto duro come quello olandese hanno gioco facile nell’accendere gli animi. L’atmosfera respirabile durante un concerto degli uomini di Alan Nemtheanga è sacrale, si accoglie ogni nota, ogni parola, ogni gesto come un segno di qualcosa molto profondo e omnicomprensivo, esplicativo di complessi significati e rivelatore dei misteri della vita, un traguardo difficilmente raggiungibile in un normale concerto. La consapevolezza di questo stato di cose, il sapere di essere considerati da una larga fetta del proprio pubblico dei messaggeri di un modo di intendere l’esistenza, di celebrare il passato e di vivere il presente terribilmente intenso e fuori dal coro, crea un patto di sangue tra musicisti e fan. E allora poco importa che per il primo quarto d’ora il rullante si senta un po’ troppo alto e le chitarre acquistino brillantezza un po’ per volta, perché la presenza fiera e minacciosa di Alan, il distaccato – oggi meno di altre volte – contegno del resto della band, la poetica disperata del materiale tutto magnetizzano e scatenano, trasfigurano ed esaltano, infondono energia anche al più esangue degli esseri viventi. Si entra subito in temperatura con “Where Greater Men Have Fallen”, corale all’ennesima potenza, un’opener ideale, con Alan già proteso verso chissà quale presenza dinnanzi ai suoi occhi, le braccia larghe ad abbracciare caduti dimenticati, uomini che nell’ombra hanno vissuto e hanno costruito un’esistenza degna di essere ricordata. Quale groviglio di nervi, quale sofferenza insostenibile scuote quest’uomo, capace di migliorare ulteriormente una vocalità già unica e simbolo di un metal che sa trovare la propria grandezza e apoteosi nella sofferenza e nel dramma; “Gods To The Godless” scorre magnificamente, feroce ed enfatica come si conviene, subito seguita da uno simboli dell’ultimo album, “Babel’s Tower”, severa ammonizione alle storture dell’azione umana. Una narrazione febbrile quella di Alan, con un contorno strumentale che lascia sfumare l’amarezza in una quasi serena rassegnazione riappacificatoria. Le emozioni salgono, impossibile trattenerle, Alan è scatenato e tutt’uno con la folla; Ciáran MacUiliam, Micheál O’Floinn e Pól MacAmlaigh sembrano timidamente uscire dal cono d’ombra del leader, accennando una partecipazione fisica normalmente tenuta a freno. A metà concerto c’è la canzone più destabilizzante del recente passato, quella “Alchemist’s Head” che osa sperimentare intrallazzi con l’extreme metal più deviato, ricorrendo a un incedere storto e non immediato, trascinando su di un calvario di psicosi difficile da gestire emotivamente, rappresentato con inusitata pazzia e sadismo da un Nemtheanga supremo. I classici immancabili ed imprescindibili non sono usciti di scena, comunque, e dopo “Bloodied Yet Unbowed” arriva “The Coffin Ships” a far stringere il cuore, ad immaginare un orrore troppo grande per pensare che possa essere avvenuto davvero. Nell’annunciare il pezzo, il singer sembra avere le immagini dei connazionali deceduti durante quelle tragiche traversate oceaniche davanti agli occhi; gli stessi odori dei corpi macilenti di questi povere vittime del destino salgono alle narici, nella decantazione drammatica e spoglia di abbellimenti dei Primordial. Esce di scena per questa sera l’hit – per il genere – “As Rome Burns”, sostituita da una validissima “Wield Lightning To Split The Sun”. Non ci viene fortunatamente risparmiato l’inno “Empire Falls”, gigantesca sollevazione delle genti contro il giogo di qualsiasi potere costituito, per pervasivo e duraturo possa essere; lo scorrere del tempo, colui che meglio di qualsiasi altra cosa erode le glorie terrene lasciando solo macerie ai posteri, sembra concentrare i propri effetti nei pochi minuti del brano, scatenando un’ebollizione di cuori palpitanti e di spade idealmente sguainate in un combattimento senza oggi né domani. Il metal dei Primordial è cosa terribilmente seria, e anche stasera ne abbiamo avuto una prova ineluttabile.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Primordial - 2015

ORIGIN
Gli Origin hanno consolidato la loro fama di techno-death metaller cervellotici con il nuovo “Omnipresent”, altro ottimo esempio di come si possano coniugare una tecnica pazzesca e la creazione di canzoni vere e proprie, in questo caso con qualche apertura a strutture meno tachicardiche e più lineari. Una piccola “umanizzazione” che non ha scalfito l’intransigenza aliena dei quattro, approdati ad Eindhoven in compagnia di Exhumed, Aborted e Miasmal, compagni di ventura nel tour europeo. Tocca lo slot di apertura alla compagine originaria di Topeka, una collocazione abbastanza penalizzante ma non illogica se consideriamo la serie di nomi di alto profilo che faranno capolino nel corso della giornata. La sala non è ancora molto piena e i presenti non sembrano esattamente adrenalinici, però il settaggio dei suoni e l’atteggiamento insieme omicida – quando suonano – e rilassato – nella pause – dei musicisti fanno decollare immediatamente lo show. Il cantante Jason Keyser è particolarmente su di giri e sforna una battuta dopo l’altra, provocando grasse risate nel parterre e tra i suoi compagni. Le sue vocals, un po’ gracchianti e piuttosto monocordi, sono l’unico elemento di lieve incertezza in una prova esecutiva straripante, dove chitarra, basso e batteria fanno a gara a chi riesce a raggiungere la sequenza ritmica più veloce e difficoltosa, unendosi in un compatto agglomerato di dolore, oppure dividendosi i compiti nello scolpire melodie liquide ed esplosioni nevrotiche. Il fulcro dell’azione distruttiva rimane il bassista Mike Flores, catalizzatore di sguardi stupiti di fronte alla maestria con cui tocca le corde dello strumento. Tramite movimenti fluidi e rapidissimi il barbuto musicista costruisce traiettorie ritmiche imponderabili, conferendo ai pezzi una buona fetta del senso di inspiegabile follia comunicato dalla band. L’abbondanza di soliste ci fa pensare che una seconda chitarra gioverebbe assai al peso specifico dei singoli brani, ma qua entriamo nel campo della soggettività e nella ricerca cocciuta della perfezione; già così, gli Origin in versione live sono una bestia difficile da domare.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Origin - 2015

 

EXHUMED
Non saranno stanchi gli Exhumed di vivere perennemente su di un palco, riposarsi solo per qualche ora su un giaciglio sempre diverso da una notte all’altra e riprendere a macinare chilometri, per raggiungere il locale successivo a centinaia di chilometri di distanza? A quanto pare, no. Rieccoli allora all’opera, con un altro avvicendamento nel ruolo di bassista e seconda voce – tale Matt Ferri, conosciuto col nome d’arte di Slime – e un’attitudine goliardica rimasta immutata, se possibile accentuata ogni anno che passa. Si potesse fare un sondaggio tra gli avventori dell’Eindhoven Metal Meeting su chi abbia visto all’opera questi divora-frattaglie negli ultimi dodici mesi, probabilmente ci sarebbe un plebiscito di risposte affermative: l’accoglienza è per questo motivo cortese ma non follemente entusiasta, complice forse anche la minore esuberanza rispetto ai compagni di tour Origin, al cui confronto gli Exhumed paiono quasi leggeri. La coesione dei musicisti e l’abitudine – eufemismo – ai live si fa comunque sentire e anche se il tutto ha il sapore di un film visto e stravisto, ci si diverte eccome sulle carcassiane rappresaglie di “Coins Upon The Eyes”, “Necrocracy”, “All Guts, No Glory”. Thrash/death vecchia scuola, solismi cristallini e prolungati, stop’n’go chiassosi e refrain a loro modo terribilmente catchy si susseguono senza sosta alcuna; il nuovo entrato sa il fatto suo sia allo strumento che alla voce, dando man forte allo scatenato Matt Harvey. Al solito adorabili le incursioni del macellaio pazzo con la motosega e la scenetta della “resurrezione” per merito di un misterioso elisir al luppolo, una somministrazione forzata che porterà Bud Burke, colui che si presta ogni sera ad ingollare tutti questi liquidi, a una necessaria vomitata davanti agli amplificatori. Poco altro da segnalare, se non l’attenzione al vecchio materiale, che porta un’immediata chiusura della vena ai fan di lungo corso e la loro entrata a gamba tesa nel mosh, molto vivace durante la riproposizione del materiale di fine Anni ‘90/primi Anni ’00. Nostalgia canaglia…

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Exhumed - 2015

THYRFING
Vicini a raggiungere i vent’anni di carriera, ricorrenza che sarà celebrata nel corso del 2015, i viking metaller Thyrfing non sono una band che ama spendersi in sfiancanti tour in giro per l’Europa. Gli svedesi selezionano accuratamente gli eventi a cui presenziare e non è quindi un caso che siano il primo gruppo della giornata a beneficiare di una certa trepidazione diffusa. Tornati a pieno regime nel 2013 dopo cinque anni di silenzio discografico con “De ödeslösa”, i cinque di Stoccolma non hanno visto scendere le proprie quotazioni nell’ambiente estremo e continuano ad essere una delle realtà di punta nel sottobosco del metallo epico bagnato dalle ruvidezze delle genti nordiche. La più marcata vena black metal degli ultimi lavori non ne ha intaccato il corpus stilistico e difatti la fedeltà alla linea si traduce in un supporto acceso e vibrante per l’intera esibizione. I musicisti si presentano in scena con un corpse painting che richiama quello utilizzato dai loro antenati in battaglia, un pasticcio di colori scuri aggressivo, volto a ingenerare una sensazione di cupezza e minaccia. I Thyrfing spingono effettivamente sulla creazione di un pathos guerresco, l’enfasi epica annega nel clangore delle spade cozzanti le une con le altre, nei fiotti di sangue zampillanti dalle ferite; la fierezza e l’orgoglio devono fare i conti col sudore, la fatica, la paura che uno scontro tra barbari può seminare. Questo insieme di emozioni contrastanti si traduce in cadenzati muscolari mai troppo rallentati, fra cui si ritagliano spazi d’azione coltellate black metal vibrate con l’animosità di un fendente al cuore. La band suona a memoria, per gli ascoltatori meno inclini a questi suoni come il sottoscritto è un filo ripetitiva negli spartiti, però infonde un’energia e una convinzione invidiabili in ogni gesto e fa brillare gli occhi dei fan di lunga data. La relativa semplicità tecnica dei pezzi, che sentiti dal vivo non si direbbero composti a molto tempo di distanza gli uni dagli altri, anche se in realtà il gruppo svaga generosamente all’interno della discografia, aiuta l’empatia con gli astanti ignari dei contenuti di “Valdr Galga”, “Vansinnesvisor” o del penultimo “Hels Vite”. L’assenza negli ultimi tempi di un tastierista di ruolo ha portato i Thyrfing a essere più grezzi nell’impatto; la cosa non ci è dispiaciuta, e pur non annoverandoli tra le stelle della manifestazione, possiamo dire che hanno compiuto il loro dovere fino in fondo.

BOLZER
I Bölzer avanti di questo passo diventeranno un gruppo con un appeal mainstream, e tutti quelli che guardano con ribrezzo alle band che si guadagnano un minimo di popolarità e oltrepassano i confini del mero culto perderanno, a torto, ogni passione per il duo extreme metal svizzero. Qualsiasi organizzatore di festival con un occhio di riguardo per l’estremo “evoluto” ha fatto carte false per avere in cartellone gli autori di “Aura” e “Soma”, venendo ripagato da concerti maiuscoli, che non hanno lasciato disperdere l’alone inquieto, mistico ed insieme pericoloso che questi taciturni ragazzi hanno saputo trasmettere con soli due ep e un demo. Sul nostro portale abbiamo trattato a più riprese delle esibizioni bolzeriane, forse nessun altro gruppo ha avuto tanto spazio come loro per quanto riguarda i live, e confessiamo di essere rimasti a corto di parole per descrivere qualcosa di splendido, ma pressoché sempre uguale da un contesto all’altro. Immaginando, quasi per assurdo, che non abbiate ancora saputo nulla di cosa combinino HzR e KzR dal vivo, o addirittura non vi siate imbattuti nella vostra esistenza nel nome Bölzer (è dura se ci leggete anche solo di striscio…), sappiate che i limiti di suonare in due, e di vedere quindi ridotte ai minimi termini e semplificate le trame ariose e dettagliatissime dei dischi, in questo caso non esistono. Davanti a una platea adorante, in estatica e quasi silente contemplazione di una manifestazione sonora enigmatica per alcuni aspetti, e per altri chiarissima nel veicolare il proprio messaggio, i Nostri sono volati altissimi e spietati all’interno del loro, per ora, limitato campionario di lucide farneticazioni occulte, stupendo ancora una volta per l’implacabile aggressione, giostrata attraverso maestose sventagliate death/black dallo spiazzante tocco avanguardistico. L’unicità della chitarra di KzR, dieci corde di smisurata ampiezza espressiva, la voce duttile dello stesso barbuto musicista elvetico e la secca foga old-school del batterista HzR hanno tramortito e soddisfatto anche in terra olandese il nutrito pubblico. Ora è d’obbligo che i Bölzer si chiudano in studio e partoriscano un primo full-length: non ne osiamo immaginare l’impatto sulla scena…

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Bolzer - 2015

BLASPHEMY
È difficile spiegare l’alone leggendario di cui i canadesi Blasphemy sono circondati. Dal punto di vista strettamente musicale, è arduo riscontrare peculiarità che li elevino dalla massa, anche se non va sottovalutata l’importanza storica di due lavori, “Fallen Angel Of Doom” del ’90 e “Gods Of War” del ‘93, considerabili oggigiorno precursori dell’ondata death/black necrofila che ha incendiato l’underground nell’ultimo lustro. Questo ritorno in auge del metal estremo più barbaro e minimale, declinato dai giovani adepti in forme spesso notevolmente più ricercate, sperimentali e infine scavallanti la tradizione, per delineare atrocità inimmaginabili e incomprensibili per chi ha un’idea molto ortodossa di death e black metal, ha provocato nuove ventate di interesse per i terroristi di casa in British Columbia. L’emersione di molti festival rivolti a suoni di nicchia, poco frequentati persino dai normali ascoltatori di metal estremo, ha facilitato lo sbarco in Europa di questo minaccioso manipolo di musicisti, transitato per una data da headliner al Nuclear War Now! Festival e ora datosi in pasto a un pubblico quasi mainstream, vista la presenza nel cartellone dell’Eindhoven Metal Meeting di realtà con molto appeal commerciale. L’attitudine incompromissoria è invece un dato di fatto inconfutabile e, cavalcando tra realtà, mito, voci incontrollate da un capo all’altro dell’underground più nascosto, i Blasphemy si sono costruiti una fama sinistra, pericolosa, resa più affascinante dalle pochissime informazioni certe che trapelano sul gruppo. I personaggi coinvolti sembrano essere stati plasmati nel fisico dalla loro stessa musica: sfatti, panciuti come idoli deformi di antiche civiltà scomparse da millenni, il volto duro, il sorriso assente su labbra che non ti stupiresti si spalancassero per mordere qualcuno di passaggio. Tutti e cinque con le teste rasate (non è un mistero l’adesione del combo al movimento skinhead), provocherebbero volentieri qualche risolino per via di un face painting approssimativo e frettoloso, probabilmente creato con un semplice pennarello, ma nell’aria vi è un’atmosfera simile a quella che si respirerebbe prima della rivelazione del terzo segreto di Fatima, e non osiamo rompere la sacralità del momento. La presenza di cartucciere e crocifissi giganteschi al collo è un altro gradito elemento di colore, e potremmo già dirci soddisfatti del concerto ancora prima di aver sentito una nota. Musicalmente, i Blasphemy sono descrivibili come l’espressione dell’odio supremo, la bruttezza elevata ad arte, l’antimateria che prende possesso del globo ed elimina ogni traccia di vita, positività. “Darkness Prevails”, “Hording Of Evil Vengeance”, “Atomic Nuclear Desolation” fanno regredire l’essere umano al suo stadio primitivo, in una condizione solo di poco superiore a quella delle scimmie. Sono la colonna sonora di mille ossa orrendamente mandate in frantumi in contemporanea, sottoposte alla presa di tentacoli di forza inconcepibile, propaggini di un animale generatosi da millenni di incesti. Distinguere un qualsiasi riff in un tale marasma, così indistinto da far sembrare gli Impaled Nazarene elaborati come i Dream Theater,  è un’impresa titanica. Il bagaglio tecnico a disposizione è limitato e non si può andare troppo per il sottile, si può solo subire queste bestie immonde, immobili ed ebeti dinnanzi al lerciume generato – il chitarrista Caller Of The Storms addirittura con indosso gli occhiali da sole (!!!) – e  ammirare come traducano in musica le immagini più ripugnanti che la mente possa generare. Sparatissime e distorte al limite del puro rumore, le composizioni dei Nostri possono essere considerate ognuna un piccolo tassello di un quadro apocalittico, dove tutte le tessere sono uguali e guadagnano di senso solo se unite le une alle altre. Quaranticinque minuti sono fin troppi per una proposta così monolitica, accostabile per certi versi a quella di un combo grindcore dei più rozzi, ma valeva la pena sorbirsi un tale tormento, per riscoprire il gusto dell’ottusità e della malattia incurabile applicate al metal.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Blasphemy - 2015

 

UNLEASHED
Chi può frapporsi con successo alle scorrerie di Johnny Hedlund e dei suoi guerrieri? Solo un’entità ultraterrena. E scarseggiandone in quel di Eindhoven, va da sé che si viene travolti dai barbari svedesi senza poter opporre la minima resistenza. Non che la si voglia mettere in campo, la resistenza. Piuttosto ci si unisce alle orde e si pasteggia con le spoglie del nemico, cavalcando e combattendo con orgoglio in questa vita per guadagnarsi il Valhalla. Nel mezzo dei lavori di costruzione della nuova opera in studio, che dovrebbe vedere la luce nel corso del 2015, gli Unleashed trovano il tempo di somministrare l’omeopatica dose di death metal epicheggiante per cui sono diventati famosi negli anni. Avendoli visti quest’estate all’Hellfest, non abbiamo nemmeno il beneficio del dubbio per quanto riguarda la scaletta, che passa in rassegna in un sommario best-of alcune delle tappe fondamentali della carriera dei Nostri, con l’apprezzabile cura di non tralasciare praticamente nessun album. Hedlund, poco interessato sia agli atteggiamenti da sterminatore che al contegno severo del musicista underground menefreghista nei confronti della folla, arringa i presenti come ci si aspetterebbe che facesse un comandante sul campo di battaglia, o un proprio capo in ufficio quando è un po’ su di giri. Il paffuto musicista nordico guida con sapienza le sue truppe, che trovano terreno fertile in un’audience non ancora saziata da ore e ore di watt vomitati dalle casse. I suoni sono tra i migliori dell’intera manifestazione e allora sia gli attacchi al galoppo con mazza ferrata roteante di “Wir Kapitulieren Niemals”, sia le descrizioni d’invasioni gigantesche e terribili come nel caso di “The Longships Are Coming” fracassano tutto il fracassabile, decapitando e mutilando quei poveri soldati che hanno avuto l’ardire di mettersi contro una tale furia. Braccia al cielo e fiato nei polmoni per tenere testa alla vocalità volgare e sbavante del leader, in pochi presso il Large Stage si sono tirati indietro nel tributare i dovuti onori a uno dei gruppi swedish death metal più longevi. I prolungati cori di “Death Metal Victory” e la storica ed epicissima “Before The Creation Of Time” sono un finale ben noto e sempre ben accetto da chi si abbevera alla fonte inesauribile del death metal di scuola nordica. Un’altra landa esplorata, un’altra vittoria.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Unleashed - 2015
MORBID ANGEL
Forse su disco non si riprenderanno mai più, continueranno a propinarci incomprensibili, per una larga fetta dei fan insulsi, esperimenti elettronici, si trascineranno nelle loro convinzioni di metallari attempati fino alla fine dei loro giorni. Però dal vivo, e questo lo dovranno ammettere anche i loro detrattori più convinti, David Vincent e soci non hanno intenzione di abdicare ad uno status di divinità viventi, lussuriosi e sfrenati nella persecuzione del piacere omicida secondo i sacri canoni del death metal. Mai scesi sotto standard di eccellenza pure nell’epoca Tucker, i Morbid Angel della seconda era con lo storico frontman a dettar legge restano, lontani dallo studio di registrazione, un punto di riferimento imprescindibile per chiunque si cimenti col verbo del death floridiano. Crediamo abbia giovato l’immissione di forze fresche, perché Thor Anders Myhren, in line-up dal 2008, e soprattutto Tim Yeung, subentrato al monumento Sandoval nel 2013, non assolvono a un semplice compito di supporto, ma sanno dare la loro impronta al tipico sound della band. Vincent si staglia nel mezzo con la sua tracotanza alla Mickey Rourke, saccente, ghignante, un personaggio teatrale e dall’ego smisurato che, tutto infagottato nei vestiti di pelle e con una tinta che dir vistosa e innaturale è nulla, sembra uscito da un club di darkettoni o dal set di un film hard dai contenuti fetish, per occupare il ruolo di frontman death metal. Una “mansione” alla quale adempie con spettacolare naturalezza e flemma oggi come venticinque anni fa, quelli che ci separano dal primigenio “Altars Of Madness”. Il grande protagonista di stasera però, e questo lo sanno anche i sassi, è il terzo album degli uomini originari di Tampa, “Covenant”, ripercorso nella sua interezza e in rigoroso ordine di tracklist, per celebrarne il ventennale dall’uscita. Il doppio pedale di Yeung, invasato e velocissimo come il suo augusto predecessore dietro i tamburi, è un martello pneumatico che scava nei nostri crani alla ricerca delle origini del Male, scoperchiando la nostra corteccia cerebrale per metterne alla luce il suo sostrato più repellente e proteso al lato morboso delle cose: il rigore scultoreo di “Rapture”, “Vengeance Is Mine”, il raccapriccio di “Angel Of Disease” rifulgono nel growl pochissimo smussato dall’età di Vincent, nel solismo schizofrenico, affrontato in una sorta di autismo dall’inquietante e segaligno Azagthoth, in ritmiche saettanti e rovinose come un terremoto. Quanto è moderno il death metal suonato a questi livelli? E’ possibile ricondurlo a una dimensione temporale anteriore ad oggi, affrontato con questa ferocia e precisione? Non lo crediamo. Vincent, col suo vocione baritonale, ci circuisce e ci sfida tra un pezzo e l’altro, sadico re di un reame dove il sangue scorre a fiumi e l’unica giustizia è quella dettata dal suo, lunatico, umore. Una prova di dispotica irruenza, che ovviamente non si chiude sulle ammorbanti eruzioni pestilenziali di “God Of Emptiness” – da pelle d’oca in questa occasione, non che di solito non lo sia… – ma ha una sua coda deliziosa in un’altra manciata di pezzi, tra cui “Immortal Rites” ha una nota di benemerenza per chi, come il sottoscritto, ha l’esordio dei quattro tra i capisaldi della sua formazione musicale. Pochi fronzoli, nessuna pietà, schiene a pezzi e rigide come la mentalità di Vincent su parecchi argomenti, un calvario di empietà che il tempo non può stemperare negli effetti: come farsi cullare dal pantheon di oscenità lovecraftiane e vivere felici.

Eindhoven Metal Meeting 2014 - Morbid Angel - 2015

IN SOLITUDE
Strana la vita di chi scrive l’epilogo di questo festival. Al termine della svettante prova di forza dei Morbid Angel la venue si svuota quasi completamente, come se non ci fosse null’altro da vedere. Tra bicchieri sparsi in ogni dove e i primi segni di sbaraccamento, però, c’è chi deve ancora esibirsi. Sarebbe infatti il turno degli In Solitude, peccato che non sembri farci caso quasi nessuno! Negli ultimi minuti prima dell’esibizione dei giovani scandinavi fortunatamente la situazione migliora un poco e il colpo d’occhio, seppure abbastanza sconfortante per una realtà affermata della scena classic metal, vede almeno comparire i die-hard fan nelle prime file. Le sparute schiere rimaste presso il Large Stage sono premiate da un’altra prestazione di rilievo dei ragazzi di Uppsala, sempre più una sicurezza sulle assi di un palco, sempre più padroni della situazione, sempre più indemoniati. Per chi scrive si è trattato del terzo concerto degli In Solitude in pochi mesi, e c’è da dire che ora il livello medio dei loro concerti tende all’eccellenza, non manifestando alcuna incertezza giovanile o imbarazzo da grande evento. Lo stage acting adesso è minaccioso, brutale quasi quanto quello di una compagine extreme metal, e con materiale come quello di “Sister” a dominare la setlist non può che andare tutto a gonfie vele. Non essendoci alcuno sbrago da fine impegno per gli uomini dietro al mixer, i suoni sono ben definiti e la magia del trittico “Lavender”-“Buried Sun”-“Sister”, nella parte centrale del concerto, segnano in modo indelebile questo Eindhoven Metal Meeting. Pelle Åhman sta un po’ sulle sue ma non demerita nel confronto con i tarantolati compagni: possiamo affermare che i mesti mazzi di fiori a corredo della batteria non celebrino quindi un funerale, ma una continua festa del metallo sulfureo gran riserva. E’ l’una passata quando ci congediamo, soddisfattissimi, da un festival che ha ampiamente meritato la trasferta e che sarà bene tenere d’occhio anche nei prossimi anni. Se il livello di esibizioni e organizzazione rimarrà questo, avremo più di un pretesto per volare nuovamente ad Eindhoven attorno alla metà di dicembre…

Eindhoven Metal Meeting 2014 - In Solitude- 2015

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