01/06/2006 - Gods Of Metal 2006 – 2 giugno @ Idroscalo - Milano

Introduzione a cura di Marco Gallarati
Report a cura di Andrea Raffaldini, Marco Gallarati e Luca Pessina 
Foto di Andrea Raffaldini

2 giugno, Festa della Repubblica: sembra logico dedicare la seconda giornata del Gods Of Metal al metallo tricolore, passato, presente o futuro che sia, senza alcuna suddivisione di generi. Una buona ma discussa idea che, tutto sommato, ha fatto contenti i presenti, sebbene il tutto possa sembrare un esilio forzato per il nostro movimento metallico, certo non il migliore, ma sicuramente neanche il peggiore d’Europa e del mondo. Dà fastidio – forse più di ogni altro aspetto – il ribassamento clamoroso del prezzo del biglietto odierno, quasi una presa in giro per la professionalità delle band scese in campo. La giornata è ancor più calda della precedente, mentre l’affluenza di pubblico, nonostante la festività, si rivela non entusiasmante, pur crescendo con il trascorrere delle ore; l’atmosfera è più scanzonata e da festa, quasi più intima, come a voler effettuare una mega spaghettata in compagnia di amici, prima dell’ufficialità dei main events di sabato e domenica. Due nomi storici e di culto sono chiamati a fungere da catalizzatori della serata, la Strana Officina e i Fire Trails del mattatore Pino Scotto, appena preceduti da altre due rocciose glorie del metallo nostrano, gli Extrema e i Necrodeath. Bill a dire il vero un po’ contraddittorio, in quanto, se è vero che i nomi appena citati reggono le fondamenta della Storia del metal italiano, è anche vero che altri nomi più attuali sono risultati un po’ limitati nelle loro esibizioni, a partire dai Vision Divine, per finire ai Novembre e agli entusiasmanti Infernal Poetry. Comunque sia, è difficile accontentare tutti e, considerando la perfetta puntualità dell’odierna tabella di marcia, anche il secondo giorno del GOM 2006 è da considerarsi positivo. Segnalando la presenza di tre band apri-pista, i Perfect Picture, i Boom e i Mellow Toy, delle quali abbiamo perso buona parte degli show, procediamo pure al resoconto band-by-band della giornata…

WHITE SKULL

I White Skull sono una certezza del metal classico italiano, in quasi vent’anni di onorata carriera hanno saputo costruirsi un’immagine solida ed apprezzata dai fans della nostra patria. Nonostante il poco gratificante posto in scaletta, la band ha dato il massimo ed è subito apparsa carica e convinta delle proprie possibilità. Il singer Gus si è ripreso completamente dai problemi di salute dello scorso anno, la sua grinta e la sua energia hanno ipnotizzato tutti i defender presenti. Le canzoni proposte da Tony Fontò e compagnia si distribuiscono più o meno equamente, pescando da tutto il repertorio che la band si è costruita in anni di duro lavoro. Nonostante la buona fattura di album come “The Dark Age” o “The XIII Skull”, i vecchi cavalli di battaglia sono sempre i preferiti dal pubblico (cosa che accade quasi regolarmente per qualsiasi formazione), per cui “Asgard” e “The Roman Empire” sono state accolte con applausi, headbanging e cori che ne hanno reso ancora più convincente l’esecuzione. Purtroppo il tempo assegnato ai White Skull è tiranno e ristretto, senza nemmeno accorgercene ci siamo tutti trovati a salutare una formazione che meriterebbe un consenso ben maggiore.
 
 
 

INFERNAL POETRY

Senza spararla troppo grossa, si può tranquillamente affermare che nelle schizzate qualità degli Infernal Poetry risiede il futuro dell’extreme metal italico: la band marchigiana, con l’ultimo “Beholding The Unpure”, ha conquistato, a pieno merito, sperticate lodi un po’ ovunque, frutto di un sound originale, al passo con i tempi e assolutamente di livello internazionale. Dal vivo, i ragazzi sono spigliatissimi, si muovono senza tregua, pur suonando pezzi abbastanza intricati, e si impegnano tantissimo nel trasporre in gesti la schizofrenia della loro musica. “The Frozen Claws Of Winter”, “Crawl” e “Fleshapes” sono i brani meglio eseguiti ed apprezzati dal quintetto, ormai padrone delle proprie forze e già esperto on stage. La chiusura di Paolo Ojetti & Co., la bella cover di “Fear Of The Dark” degli Iron Maiden, è un tripudio di mani alzate e grida inneggianti, nonostante – lasciatecelo dire – dia parecchio fastidio vedere accorrere sotto il palco gente esaltata ed adorante solo perché si stanno udendo le familiari note maideniane, mentre poco prima si era assopiti al Sole. Certe abitudini non moriranno proprio mai…
 
 
 

STORMLORD

Suonare in tarda mattinata – per giunta sotto un Sole cocente – del black-thrash epicheggiante, non è esattamente il massimo della vita. Devono saperne qualcosa i capitolini Stormlord, che durante il loro breve show non hanno certo goduto dell’atmosfera necessaria per proporre i brani più rappresentativi della loro piuttosto corposa discografia. Una nutrita schiera di fan si è comunque recata immediatamente sotto il palco per sostenerli, ma, purtroppo per la band, la gran parte del pubblico accorsa all’Idroscalo è rimasta a qualche decina di metri di distanza, sì attenta, ma certo non partecipe quanto i nostri avrebbero meritato. Questo perchè, pur godendo, fra l’altro, di suoni appena sufficienti, gli Stormlord si sono ben comportati sul palco del Gods Of Metal, suonando con convinzione e mettendo in mostra una presenza scenica più che discreta.
 
 
 

NOVEMBRE

Lo stesso discorso fatto per gli Opeth il giorno prima, si può certamente applicare, forse con maggior motivazione, anche ai romani Novembre: sentirli esibirsi a ora di pranzo, con i suoni dispersivi di un festival all’aperto, fa perdere buona parte del fascino delle composizioni di Carmelo Orlando e compari, poco ma sicuro. Ci mettiamo nei panni soprattutto di chi non conosce il gruppo: la sensazione di nenia tediosa e deprimente sarà stata piuttosto forte. Ma, ribaltando completamente la situazione, si deve dire che i quattro capitolini hanno fornito un’ottima prova, impostata ovviamente sui pezzi di “Materia” (“Aquamarine”, la title-track, “Verne”, la magnifica “Geppetto”), senza però tralasciare i classici della band, quali “My Starving Bambina”, “The Dream Of The Old Boats”, “Venezia Dismal” e la sorprendente “Everasia”. Inneggianti al ritorno del Catania in serie A (i fratelli Orlando sono di Roma, ma hanno origini catanesi), i Novembre si sono congedati dal loro pubblico dopo una cinquantina di minuti, i quali hanno rispecchiato abbastanza fedelmente, escluse le condizioni ambientali, le impressioni riscontrate durante la recente esibizione milanese di supporto ai Katatonia. Band in salute, non c’è che dire…

DOMINE

Quando i Domine mettono piede su un palco, c’è poco da fare: non è certo una band che riserva delle sorprese, ma state certi che ogni loro concerto offre sempre uno spettacolo coi fiocchi. Dopo la consueta intro strumentale, i toscani intonano le note di “Thunderstorm” e subito si scatena il putiferio. Come rivelatoci dalla band stessa, da una anno esatto i nostri non si esibivano dal vivo, ma lo show a cui abbiamo assistito non ha mostrato alcuna incertezza. Morby come da tradizione è il trascinatore, il suo carisma e la sua voce sono quasi l’anima dello show. Le canzoni più famose dei Domine sono state tutte eseguite, dalla epica “Icarus Ascending” all’evocativa suite “The Aquilonia Suite”. Inizialmente dobbiamo segnalare alcuni problemi ai suoni, fortunatamente subito risolti, che però non hanno causato eccessivi problemi alla performance della band. I Domine, che dopo le vacanze estive pubblicheranno il loro nuovo disco, hanno suonato un pezzo inedito chiamato “The Messenger”. Il ritmo della nuova canzone è incalzante e molto epico, le melodie sono catchy quanto basta per essere subito memorizzate. Nonostante questa chicca, sono sempre “Dragonlord” e “Defender” i punti forti dello show, i ritornelli corali di queste due canzoni vengono intonati all’unisono da Morby e da tutto il pubblico con grande soddisfazione del gruppo. Un concerto fra i migliori della giornata, con i Domine non si sbaglia.
 
 
 
 
 

NECRODEATH

Uno degli highlight di questa seconda giornata del Gods Of Metal 2006 è stato senz’altro il concerto dei Necrodeath, chiamati a tenere il primo vero grande show di supporto al nuovissimo full-length “100% Hell”. Purtroppo anche in questa occasione ci tocca sottolineare il fatto che i suoni non siano stati esattamente all’altezza della situazione, però – come sempre – la band ligure è riuscita comunque a fare la sua bella figura, sfoderando tanta grinta e proponendo una scaletta veramente azzeccata, che ha passato in rassegna la sua intera discografia. “The Creature”, “Hate And Scorn”, “Perseverance Pays” e “Forever Slaves” sono state – almeno a parere di chi scrive – le canzoni più riuscite del lotto, ma, come dicevamo, l’intera esibizione ha divertito, soprattutto quando sul palco è arrivato l’ex chitarrista Claudio, che con il nuovo arrivato Pier Gonella (Labyrinth), ha dato vita ad un muro sonoro finalmente massiccio e tagliente!
 
 
 
 

VISION DIVINE

Recentemente la formazione dei Vision Divine ha subito due importanti defezioni, ovvero il tastierista Oleg Smirnoff ed il bassista, nonché membro storico, Andrea “Tower” Torricini. Ormai Olaf Thorsen è rimasto l’unico superstite della line-up originale, ma non per questo c’è da temere per la salute della band. I nuovi sostituti sono il tastierista Alessio Lucatti e Cristiano Bertocchi, che da poco ha abbandonato i Labyrinth. Lo sconvolgimento della formazione non ha causato danni eccessivi ai toscani, manca ancora quell’affiatamento dovuto all’esperienza ed al suonare molto insieme, ma la perizia nell’esecuzione dei brani è sempre di altissimo livello. La sfortuna ha voluto che per l’intero concerto i Vision Divine venissero disturbati da continui problemi ai suoni, più di una volta violenti fischi hanno tentato di lesionare i nostri timpani con grande disappunto di band e pubblico. Le canzoni proposte sono state scelte privilegiando gli ultimi due dischi in studio, quelli con Michele Luppi alla voce. Proprio il cantante ha offerto una prestazione ineccepibile dal punto di vista tecnico, i brani eseguiti sembravano uscire direttamente dai dischi, forse a discapito della componente live. “Colours Of My World”, “God Is Dead” e “1st Day Of A Never-Ending Day” sono alcune fra le canzoni vecchie e nuove proposte, probabilmente le più sentite dal pubblico, che ha comunque sentito la mancanza di vecchi episodi come la classica “The Whisper”. Anche in questo caso una buona esibizione è stata deturpata da suoni non all’altezza.
 
 
 
 

EXTREMA

Terz’ultimi portabandiera a salire on stage sono i padroni di casa Extrema, la band che più di ogni altra ha forse gettato al vento, lungo la sua onorabilissima carriera, diverse opportunità di diventare, anche all’estero, la vera punta di diamante del metallo italiano. Dal vivo certo non si discutono: la professionalità, la grinta, la spinta aggressiva del frontman GL Perotti sono riconosciute in ogni dove e la bravura di Tommy Massara, Mattia Bigi e Paolo Crimi è fuori discussione. Esperti, violenti e consapevoli dei propri mezzi, i quattro milanesi presentano una scaletta eterogenea, che va giustamente a pescare in tutti e quattro i full-length della band, risultando però più efficaci nell’esecuzione dei brani tratti dai loro storici masterpiece, “Tension At The Seams” e “The Positive Pressure (Of Injustice)”. Canzoni quali “This Toy” e “Money Talks” riescono a creare polveroni di tutto rispetto! Ed il concerto si va a concludere con il solito “fottuto massacro collettivo”…

FIRE TRAILS

I Fire Trails dell’inossidabile Pino Scotto, ormai assurto a leggendaria icona dell’hard rock ed heavy metal italiano, salgono sul palco sul fare della sera, precedendo di poco gli headliner Strana Officina, per un finale di giornata all’insegna della Storia della musica dura del Belpaese. Con i suoi ottimi pard a fare da contorno – e segnaliamo le performance di Larsen Premoli alle tastiere e Steve Angarthal alla chitarra – il buon Pino ha dimostrato ancora una volta di essere in forma smagliante, passeggiando in lungo ed in largo sul palco con una scioltezza disarmante. La band, di nascita relativamente giovane (2002), riesce a coniugare perfettamente l’hard rock ottantiano con sonorità più spostate verso lidi metallici, per un sound che riesce ad appassionare tre generazioni di fruitori di musica, aspetto abbastanza evidente nel momento di aggirarsi fra le file di astanti. Non sono mancate, ovviamente, alcune esplicite dichiarazioni di Pino sullo stato (comatoso) della musica rock italiana, sparate che rendono il vocalist un personaggio assolutamente popolare e dal carisma schietto e diretto, a costo di sembrare, a volte, rozzo e maleducato. L’oretta a disposizione dei Fire Trails trascorre quindi in modo piacevole e divertente, nell’attesa di assistere al primo, vero evento storico del Gods 2006: il ritorno della Strana Officina. 

STRANA OFFICINA

Per il sottoscritto e tutti gli amanti dell’hard & heavy figlio dei gloriosi anni Ottanta, la reunion dei leggendari Strana Officina è stato un vero colpo al cuore. La band dei fratelli Cappanera (che purtroppo ci hanno lasciato nel 1993 in un incidente stradale), sin dal primo demo, ha dimostrato una classe sopraffina, un feeling che ai tempi pochi altri potevano vantare, e le successive pubblicazioni ne hanno rafforzato la fama. Le note di “King Troll” accompagnano Bud Ancillotti che, correndo, si lancia sul microfono mentre il pubblico esplode in un’ovazione generale. Enzo Vascolo non perde tempo e, martellando le corde del suo basso, scandisce le ritmiche insieme al devastante Rolando Cappanera, uno sbalorditivo picchiatore che per stile ricorda il Mikky Dee più violento e diretto. Dario Cappanera alla chitarra sfodera un’immagine rock’n’roll ed un buon gusto in fase solista, pur rivelandosi un musicista dallo stile molto diverso rispetto al padre. I cavalli di battaglia vengono eseguiti in toto, per un attimo la Strana Officina ci catapulta indietro nel tempo fino al Rock’n’Roll Prisoners tour del 1989: soltanto i nuovi arrangiamenti, più attuali e nerboruti, ci riportano nel presente e ci fanno gustare le nuove versioni di “Autostrada Dei Sogni”, “Ritual”, “Viaggio In Inghilterra”, “Piccolo Uccello Bianco” e molti altri ancora. Il carisma di Daniele “Bud” Ancillotti non si discute, la sua sola presenza riesce a focalizzare l’attenzione del pubblico ed il suo personalissimo timbro vocale, caldo e coinvolgente, lo rende un vero frontman. Ad ogni suo concerto (conoscete la Bud Tribe, vero?), questo compreso, il buon Bud ricorda con tanto affetto i suoi vecchi compagni di ventura oggi scomparsi, Fabio e Roberto Cappanera ed il chitarrista Marcello Masi, e a loro viene dedicato questo concerto unico. Questa volta i suoni sono perfetti e le composizioni della Strana si mostrano in tutto il loro splendore. Non possono mancare “Profumo Di Puttana” e “Officina”, quest’ultima chiude il sipario di un intenso venerdì all’insegna del metallo tricolore, i musicisti si congedano di fronte a migliaia di presenti che inneggiano e tributano il nome di una band che ha ancora molto da insegnare. Arrivederci, Strana Officina!
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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