26/06/2010 - Gods Of Metal 2010 – 27 giugno @ Parco Della Certosa Reale - Collegno (TO)

Introduzione di Marco Gallarati
Report a cura di Marco Gallarati, Alessandro Corno, Gennaro ‘Dj Jen’ Dileo, Matteo Cereda e Maurizio ‘MorrizZ’ Borghi
Fotografie di Francesco Castaldo e Giacomo Astorri

Nonostante fosse chiaro che la giornata di domenica, quella che vedeva headliner i Motorhead con come prima spalla gli idoli giovanili Bullet For My Valentine, sarebbe stata quella con più pubblico, sinceramente non ci saremmo aspettati una tale affluenza di gente al Parco della Certosa Reale di Collegno, soprattutto dopo aver visto l’andazzo dei primi due giorni. Fin dal mattino l’accrescersi continuo e costante delle presenze ha fatto ben sperare in una terza sessione di gran successo, ma è stato da metà pomeriggio in poi che davvero la venue ha cominciato ad essere piena zeppa di persone, in parte accampate all’ombra del retrobottega, in parte a cuocere al Sole del pit e tutti gli altri presi tra lunghe code per bere e soprattutto mangiare, meet’n’greet al megatruck della Monster Energy Drink e capatine agli stand, fra i quali quello di Metalitalia.com che – lasciatecelo dire – mai come quest’anno è stato brulicante di attività e congestionato dalla tanta roba a cui stare dietro.
Come il secondo giorno, anche quest’ultimo appuntamento del Gods 2010 é stato incentrato sulla varietà di generi, sebbene di certo gli estimatori del metal classico – con Anvil, Saxon, U.D.O. e Motorhead a far la parte dei vecchi leoni – hanno avuto del cospicuo pane adatto alle loro orecchie. Certo, alcune scelte di posizione in scaletta o di palco sono state criticabili, come ad esempio i Soulfly costretti ad esibirsi sul misero Stage 2, però bisogna dire che, escludendo il brutto episodio della patetica contestazione ai BFMV da parte di ultrà del Lemmy Fan Club, tutto quanto è filato liscio, tra prestazioni convincenti delle band, tra le quali censuriamo però i Van Canto, una complessivamente discreta organizzazione e la partecipazione di un pubblico a tratti anche entusiasta. Certo che, tirando un po’ le somme e per essere un Gods Of Metal, il festival di quest’anno ha rispettato in pieno i pronostici che lo davano come un evento di caratura inferiore. Non sono assolutamente mancati, però, i motivi e le ragioni per considerarlo col senno di poi una piacevolissima manifestazione. Anzi, noi di Metalitalia.com ci siamo divertiti proprio!

SABATON

Pantaloni mimetici, crestone e occhiali a specchio… è lui, il cantante Joakim Broden, a vincere il premio di Tamarro del Gods Of Metal 2010 (anche se non abbiamo ancora visto le altre band). Tocca a lui guidare i Sabaton nella difficile missione di aprire questa ultima giornata di festival. Il Sole è alto e il caldo si fa sentire parecchio, ma sebbene i cancelli siano appena stati aperti, le prime file sono già gremite di fan affezionatissimi alla band e che conoscono nota per nota ogni brano del combo svedese. Il sound minimale degli scandinavi viene ben rappresentato da brani tutti piuttosto recenti quali "Ghost Division", "The Art Of War" e la titletrack dell’ultimo album "Coat Of Arms", disco che sta facendo registrare ottimi dati di vendita in tutta Europa. La prestazione della band è sufficiente, considerando dei suoni mal bilanciati e dapprima privi di backing vocals, che vengono sistemati solo verso metà show. Non saranno un esempio di tecnica, ma i pezzi divertono e trascinano i fan. Il singer, autore di una prova decente nei limiti delle possibilità della sua voce cavernicola, si rende conto di poter contare su un seguito anche sopra le attese, e con un sorriso stampato fisso sul suo viso non perde occasione per ringraziare la platea. Il tempo è poco e il gruppo inanella uno dietro l’altro i pezzi, riducendo le pause allo stretto necessario. "Saboteurs", "Cliffs Of Gallipoli" e "Primo Victoria", l’episodio più acclamato dal pubblico, precedono la chiusura affidata a "Metal Machine". Performance dunque non priva di mancanze a livello esecutivo ma apprezzabile, soprattutto per un’attitudine simpatica e scherzosa che dovrebbe essere esempio per molte altre piccole band.

SETLIST
Ghost Division
The Art Of War
Coat Of Arms
Saboteurs
Cliffs Of Gallipoli
Primo Victoria
Metal Machine

Alessandro Corno

LABYRINTH

L’inizio per i Labyrinth non è dei più facili sul palco del Gods Of Metal: la band di origine toscana, complice una pessima resa sonora, parte in sordina con una versione insipida di "Save Me". Fortunatamente le cose per Olaf Thorsen e soci proseguono in maniera positiva nelle canzoni successive, grazie anche ad un Roberto Tiranti che, dopo aver riscaldato la voce nel primo pezzo, mostra tutta la sua bravura. Nel complesso lo spettacolo è parso leggermente inferiore rispetto all’ottima esibizione regalata dai nostri in occasione dell’Italian Gods Of Metal, anche se l’orario mattutino e una resa sonora mai veramente brillante sono delle giustificazioni corrette. Solo cinque pezzi a disposizione per un minutaggio intorno alla mezzora in cui i Labyrinth eseguono classici come "In The Shade" e "Moonlight" ma anche una nuova track dal recentissimo "Return To Heaven Denied Part 2", a titolo "A Chance", pezzo che desta buone impressioni, confermando complessivamente il buono stato di salute della band.

Matteo Cereda

DEVIN TOWNSEND

Qualcuno forse non lo penserà, ma vedere suonare Devin Townsend ed il suo DTP (Devin Townsend Project) vale sicuramente una bella porzione di biglietto odierno. Nel pieno rispetto di una concezione musicale a 360 gradi, basta che rispecchi la sua visione personale di musica, il geniaccio canadese ha offerto poco meno di una quarantina di minuti di spettacolo, svariando abbastanza tra la sua produzione da solista e lasciando perdere, com’è giusto che sia, gli Strapping Young Lad. Presentatosi completamente rasato – e a quanto pare anche ripulito dall’abuso di sostanze ‘non regolamentari’ del passato – l’istrionico Devin non ha però perso il suo innato sense of humour senza né capo né coda. Inneggiando spesso all’amore e alla bellezza della vita, il cantante-chitarrista si è naturalmente esibito in una serie di smorfie, pose, espressioni ed ondeggiamenti che davvero ci hanno strappato molto più di una risata. Sicuramente un personaggio genuino che, a parte la sezione scenografica dello spettacolo, ha anche dato sfoggio delle sue innegabili qualità vocali e compositive, attraverso lunghe suite cariche di groove e melodie spaziali, tratte sia dall’ultimo "Addicted" che da "Infinity", per concludere con la strampalata "By Your Command", presente su "Ziltoid The Omniscient", fra l’altro quest’ultimo avvistato in maschera proprio sul palco del Gods Of Metal 2010.

Marco Gallarati

ANVIL

Sotto il torrido caldo del primo pomeriggio gli Anvil non si risparmiano, sfornando una performance granitica e di assoluto valore. Seppur inspiegabilmente relegati nello Stage 2, i canadesi sono stati assolutamente professionali, supportati inoltre da una buona acustica che ha donato maggior vigore a canzoni che meritano un posto di riguardo nell’Olimpo dell’Heavy Metal. I vecchi classici "666" e "Winged Assassins" hanno lo stesso effetto di un pugno in faccia, e lo stesso batterista Rob Reiner ha dimostrato di essere un’autentica macchina da guerra precisa e instancabile. "Lips" è un ottimo intrattenitore, buon chitarrista ed anche la sua ugola roca si mantiene in un discreto stato di forma. L’immortale "Mothra" scatena un bel pit e l’esecuzione viene prolungata per dar spazio all’immancabile vecchio dildo, utilizzato nel suo delirante guitar solo. La strumentale "White Rhino" è scritta apposta per il solo di batteria – davvero tonitruante – di Rhino e spetta alla storica "Metal On Metal" chiudere uno show micidiale che ci regala un beota sorriso stampato in faccia. Potentissimi!

Gennaro "Dj Jen" Dileo

VAN CANTO

Siamo ancora nei pressi dello stage 2 per la prima esibizione italica dei tedeschi Van Canto, la formazione metal a cappella che sta diventando un piccolo fenomeno del metal-biz. Ecco, nonostante tutta la professionalità e la serietà possibile, non possiamo davvero non definire la performance dei germanici come imbarazzante, ridicola e inutile. E dà parecchio davvero fastidio osservare come magari una band intelligente e superiore quali gli Orphaned Land abbia avuto meno approvazione di questi mestieranti da circo. Gran fiato e gran polmoni per i tre emulatori di chitarre e basso, una batteria (vera) al limite dell’essenziale e due voci – maschile e femminile – che sono tutt’altro che convincenti. Eppure son bastate le cover di "Wishmaster" dei Nightwish e "Kings Of Metal" dei Manowar per ottenere un discreto riscontro di pubblico. Il sottoscritto spera di non rivederli mai più, ma questa è solo un’opinione personale. Deprimenti.

Marco Gallarati

SAXON

Quando si parla di concerti dei Saxon si rischia sempre di essere banali, ma la verità è che la band anglosassone in sede live fornisce sempre prestazioni di livello piuttosto alto; ed anche questa volta non è da meno. La resa sonora è discreta, a parte qualche fischio sulle chitarre di troppo, e il quintetto britannico dal canto suo suona con la consueta perizia e grinta in grado di trascinare un pubblico finalmente numeroso. Visti i soli tre quarti d’ora a disposizione, Biff Byford e soci si concentrano come prevedibile sui classici della band, anche se non mancano alcune escursioni rilevabili nelle comunque positive "To Hell And Back Again" e "Live To Rock", tratta dall’ultimo disco in studio della band. L’apertura affidata all’immancabile "Heavy Metal Thunder" indirizza subito lo spettacolo su binari classic metal di alto livello, ma grande successo riscuotono anche le monumentali "Princess Of The Night" e "Crusader". Prima del congedo c’è spazio per un’ottima versione di "Denim And Leather", dedicata dallo stesso Biff a Ronnie James Dio tra i sentiti applausi del pubblico, e "20.000 Feet", che mette definitivamente fine allo show puntando su ritmiche accelerate. Con i Saxon in concerto non si sbaglia…mai!

Setlist
Heavy Metal Thunder
Dogs Of War
Motorcycle Man
To Hell And Back Again
Live To Rock
Princess Of The Night
Crusader
Wheels Of Steel
Denim And Leather
20.000 Feet

Matteo Cereda

U.D.O.

Dopo i Saxon, la scorpacciata di metal classicissimo prosegue con gli U.D.O.. La band capitanata dall’ex cantante degli Accept, Udo Dirkschneider, sale sul palco del Gods Of Metal quando ancora il sole rende il cemento del parterre simile ad una piastra da barbecue e subito attacca con i suoi mid-temponi di chiara matrice tedesca. "The Bogeyman" e "Dominator" dall’ultimo album sono una bella accoppiata per aprire lo show e fa piacere constatare che molti ragazzi, anche giovani, conoscono i brani. Il piccolo grande Udo, nonostante la carta d’identità riporti 1952 come data di nascita e la voce non sia più quella dei migliori Accept (trenta anni fa…), conserva un carisma tutto suo e un’attitudine da frontman navigato che gli permette di guidare alla grande uno show praticamente perfetto. Suoni da subito nitidi, ritmiche precise e un notevole tiro sono quanto basta per catturare l’attenzione anche dei più distratti death metaller in attesa dei Cannibal Corpse, e difatti sotto al palco la folla va via via aumentando. La prima parte del concerto prosegue con il materiale di marca U.D.O. e nell’ordine la granitica "Vendetta", l’incalzante "Thunderball", "Man And Machine" e la classica "Animal House". In molti però si aspettano e chiedono a gran voce materiale degli Accept che, per chi non lo sapesse, ora sono tornati in attività con un nuovo cantante. La risposta dell’indistruttibile Udo e del suo compagno, nonchè anch’egli ex Accept, Stefan Kaufmann, arriva con la mitica "Metal Heart" e l’immortale "Balls To The Wall" a chiudere un concerto ottimo sotto ogni punto di vista. Acciaio inox 18/10.

SETLIST
The Boogeyman
Dominator
Vendetta
Thunderball
Man And Machine
Animal House
Metal Heart
Balls To The Wall

Alessandro Corno

CANNIBAL CORPSE

Dopo l’Inferno apocalittico e mistico scatenato ieri dai Behemoth, è finalmente l’ora di scendere in delle bolge decisamente più crude, reali e malsane con i death metal Gods Cannibal Corpse. E dopo aver visto Saxon e U.D.O., seguire il Cadavere Cannibale è come piombare nel peggiore degli incubi. Rispetto alla performance dell’ottobre scorso all’Alcatraz di Milano, la resa live di Corpsegrinder e compari non è mutata di molto, sempre incentrata sull’impatto devastante del proprio repertorio. "Sentenced To Burn", "The Wretched Spawn", "Priests Of Sodom", "Skull Full Of Maggots", "Devoured By Vermin" ed "Hammer Smashed Face" hanno travolto un’audience ormai davvero numerosa ed occupante ogni postazione del Parco della Certosa Reale; certo, magari non tutta interessata ai Cannibal Corpse, ma che non ha mancato di tributare un doveroso elogio alla formazione più estrema vista in questa 3-giorni. Ora ci si appresta al gran finale, con Soulfly, gli attesi (soprattutto dai ragazzini) Bullet For My Valentine e gli immortali Motorhead…

Marco Gallarati

SOULFLY

Fa strano vedere i Soulfly in un palco di dimensioni tanto ridotte, a così stretto contatto col pubblico, soprattutto considerando che proprio ieri la formazione era headliner al Graspop Metal Meeting (festival di proporzioni ragguardevoli)… tanto strano che per un attimo abbiamo creduto che la moglie-manager dal pugno di ferro Gloria Cavalera potesse proibire alla band di esibirsi. Ovviamente la band è puntualissima a salire sul palco e attacca, con la complicità del pubblico e un calcio à la Chuck Norris di Rizzo, l’incendiaria "Blood Fire War Hate". Non possiamo non riportare quanto Max sia ingrassato negli ultimi mesi: lo ritroviamo infatti imbolsito, con gli occhi chiusi e col fiatone dopo i tre salti della successiva "Prophecy": un inizio che può far pensare al peggio per l’icona di una generazione. La performance del brasiliano però migliora di pezzo in pezzo, accompagnata da un pubblico assolutamente entusiasta. "Seek N’ Strike" dà l’occasione al sottovalutato Marc Rizzo di risplendere in un assolo prolungato, che fa salire l’entusiasmo di un’altra tacca. Il climax è toccato durante le cover (se così si può dire) di "Refuse/Resist" e "Attitude", che scatenano i vecchi e i nuovi sostenitori, così come l’inedito accenno a "Walk" dei Pantera. La breve jam di percussioni può essere definita superflua, ma non lo è il wall of death su "Unleashed", né lo sono i cori da stadio sulla conclusiva "Eye For An Eye" (introdotta da una citazione di "Jumpdafuckup"). Un set breve e intenso insomma, per un gruppo che indubbiamente mostra i segni dell’età, riuscendo comunque ad accontentare tutti gli affezionati.

Maurizio "MorrizZ" Borghi

BULLET FOR MY VALENTINE

Un minimo di tensione era prevedibile durante l’esibizione dei Bullet For My Valentine: gli inglesi, di sicuro il gruppo meno inserito all’interno del contesto odierno, sono il bersaglio più facile, soprattutto per il posto nel cartellone, per i puristi del metallo ed il pubblico più intransigente. Per fortuna la maggior parte dei non interessati reagisce nella maniera migliore, ovvero approfittandone per rifocillarsi; è comunque presente un numero poco nutrito di riottosi che comincia a bersagliare (con pessima mira) la formazione. Solo qualche bottiglia viene tirata verso i musicisti, basta infatti un singolo esempio da parte della security (che prende per il collo e sbatte fuori dall’arena un franco tiratore) che magicamente gli stupidi contestatori smettono di palesare la loro ignoranza, limitandosi a qualche coro prontamente coperto dalle schitarrate del gruppo. Forse la posizione non è del tutto giustificata, i BFMV dimostrano tuttavia di avere il loro pubblico, che riempie le prime file e sostiene la band in maniera positiva ed entusiasta, sostenitori presenti dalle prime ore della giornata e, badate bene, composti anche da numerosi over 20. Nessuna sbavatura nello show, che unisce estetica e spunti ottantiani ad accenni metalcore (molti pezzi vengono leggermente appesantiti dal vivo), e denota una sicurezza inaspettata che permette al bel Matt Tuck e compagni di ignorare del tutto i guastatori, accontentando coloro che tanto hanno aspettato questo momento.

Maurizio "MorrizZ" Borghi

MOTORHEAD

"Bonciorno… We’re Motorhead and we play rock’n'roll!". Lemmy, con qualche minuto di ritardo e la sua consueta sigaretta accesa, si presenta così davanti ai numerosi metalheads della giornata conclusiva del Gods che aspettavano con ansia la mitica frase che introduce gli show del trio. Partenza subito all’attacco con "Iron Fist" ed è puro delirio: il pubblico, nel quale si mischiano almeno due generazioni di fan, non smette mai di supportare la band, che si dimostra la solita macchina pronta ad incendiare la serata con i classici del repertorio, nonostante non manchino delle pause per permettere al baffuto bassista/cantante, armato del suo Rickenbacker, di riprendere fiato. "Stay Clean", "Metropolis" e "Killed By Death" sono semplicemente degli evergreen che mandano in visibilio tutto il pubblico, e nonostante qualche problema di suoni in "Be My Baby", sulla quale la chitarra "fischia" durante i riff, il trio dà la solita lezione su cosa vuol dire meritarsi il posto da headliner. C’è spazio anche per qualche brano meno noto alla gran parte dei presenti, ad esempio "I Got Mine" o "Cradle To The Grave", e anche per qualche ottimo pezzo più recente, come la tellurica "Rock Out" e il macigno "In The Name Of Tragedy". Le conclusive "Ace Of Spades" e "Overkill" sono l’ennesima dimostrazione che i vecchi dinosauri sono ben lontani dall’estinguersi. Chapeau!

Nota: peccato per il taglio di "Bomber", brano presente nella scaletta ufficiale ma non eseguito.

Setlist:

Iron Fist
Stay Clean
Be My Baby
Rock Out
Metropolis
Over The Top
One Night Stand (plus guitar solo)
The Thousand Names Of God
I Got Mine
Cradle To The Grave
In The Name Of Tragedy (plus drum solo)
Just Cos’ You Got The Power
Going To Brazil
Killed By Death
Ace Of Spades
Overkill

Gennaro ‘Dj Jen’ Dileo



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