20/03/2010 - Italian Gods Of Metal 2010 @ Alcatraz - Milano

Introduzione a cura di Marco Gallarati
Report a cura di Marco Gallarati, Alessandro Corno, Matteo Cereda, Andrea Raffaldini e Maurizio ‘Morrizz’ Borghi
Fotografie di Francesco Castaldo

E’ il primo giorno di primavera, ma la pioggia autunnale di questa domenica milanese, caratterizzata anche dallo svolgimento della classica maratona meneghina, la Stramilano, sembra voler stare a sottolineare il perdurare di un inverno infinito. Fortunatamente, le ormai familiari pareti dell’Alcatraz sono l’ideale nascondiglio per un branco di (non troppo numerosi, purtroppo) rockers e metallari assetati di heavy metal italiano. E l’Italian Gods Of Metal, primo festival di una certa caratura dell’anno, è pronto a riversarne a pacchi sull’audience accorsa. Stessa location di due anni fa, stessa alternanza del bill su due palchi, qualche conferma, diversi nuovi innesti – alcuni scelti attraverso un referendum – e, per la vostra Redazione preferita, stessa posizione per il proprio stand, in piccionaia, fianco a fianco degli amici di Metal Hammer Italia. Come già accennato, il pubblico presente non è stato tantissimo, forse meno dell’edizione del 2008, e se da una parte si deve riconoscere l’enorme successo ottenuto da Strana Officina, colpevolmente posti a centro bill, e Bulldozer, schiacciasassi nel vero senso della parola, ha fatto un po’ strano vedere solo qualche misera decina di persone rimaste per l’headliner Pino Scotto, fra l’altro esibitosi sullo stage piccolo dell’Alcatraz e non su quello principale. Incentrato come sempre sul metal classico e sull’hard rock, il bill dell’evento ha però proposto anche varianti interessanti, come ad esempio il sarcastico black metal dei divertenti Malnatt, il raffinato prog-death degli In Tormentata Quiete e il confuso schizo metal degli Infernal Poetry. Una manifestazione tutto sommato piacevole, dunque, che se magari non ha rappresentato al meglio lo stato attuale del metal nostrano – in campo estremo le valide realtà ormai si sprecano senza venir considerate – ha però confermato alla grande il valore di alcuni dei suoi protagonisti più leggendari ed inossidabili. Ma ora bando alle ciance e andiamo avanti veloci con i singoli trafiletti dedicati ai gruppi, che come noterete, per comodità, sono gli stessi usati per il nostro report in diretta! Buona lettura!

BAD BONES

L’Italian Gods Of Metal 2010 iniziapuntuale con l’esibizione dei rockers Bad Bones, che per l’occasionesi sono addirittura portati una quarantina di fedelissimi fansdirettamente da Cuneo, la loro città. Show energico e vitaminico –come da previsione – quello del terzetto piemontese, che ha a brevein uscita il nuovo lavoro “A Family Affair”. “Ghost Town Blues”e “Bad Bone Boogie” sono stati i pezzi più coinvolgenti dellamezzora scarsa di setlist, durante la quale il gruppo ha ben messo inmostra le sue doti da entertainer. Bravi e divertenti!

ATREIDES

Mezzora a disposizione pergiustificare il primo posto all’Italian Metal Awards, questo il durocompito degli Atreides. Il pubblico sotto il palco è ancora sparutoma nelle prime file alcuni affezionati sembrano rispondere al meglio.Il quintetto originario di Cuneo sforna una prestazione ancora acerbache lascia intravedere buone qualità in termini di compattezza marisulta troppo povera sotto il profilo tecnico e della personalità.Le canzoni seguono il canovaccio epic metal proposto molti anni fadai vari Omen, Warlord e Manilla Road e non a caso propriol’esecuzione in chiusura di una cover di quest’ultimi (“Necropolis”)risulterà l’episodio più interessante della performance, mentrecanzoni come “Ya Hya Chouhad”, “Imperial March” e “Into TheVoid”, tratte dai loro tre demo finora pubblicati, non riescono a lasciare ilsegno, pur avendo una struttura assai semplice. Rimandati.

MALNÀTT

Quando il black metal incontra il sarcasmo e l’ironia anti-conformista, ecco scendere in campo i bolognesi Malnatt, entità in parte scomoda ma sicuramente divertente e atipica rispetto alla maggioranza delle band in programma quest’oggi. Cinque pezzi per il quartetto romagnolo e una sana dose di chiacchiere in simpatia, promulgateci dal carismatico e ‘teschiato’ leader Porz, che, fra allusioni sessuali, poco velate critiche agli usi e costumi del mondo metallaro italiano e simpatiche provocazioni, si è dimostrato un ottimo frontman, certamente capace di guadagnarsi la stima di qualche nuovo fan. “Fantasimi”, “Malleus Maleficarum” (ovviamente scandita in “Male”, “Fica” e “Rum”) e “Penombre” hanno chiuso un concerto auto-ironico e, anche, ben suonato, grazie al black metal sporcato di groove e modernità che caratterizza i Malnatt. Primo pogo della giornata!

TRICK OR TREAT

Anche loro in scaletta in quanto votati dal pubblico, i Trick Or Treat cercano di risvegliare un ancora dormiente e poco affollato Alcatraz. Il gruppo modenese entra in azione carico della sua solita simpatica attitudine, ma deve fare i conti con dei suoni inizialmente scandalosi. Sull’iniziale e velocissima “Paper Dragon” la voce di Alessandro Conti è infatti sovrastata dalle chitarre e il basso è pressochè inesistente. Il loro sound fortemente debitore degli Helloween, di cui sono anche cover band, è dunque confuso e la resa generale ne risente parecchio. Con la successiva “Take Your Chance” le cose migliorano, ma è con “Evil Needs Candy Too” che finalmente i fan possono apprezzare la bella prestazione dei cinque ragazzi. La performance del gruppo è più che buona, con Alessandro ovviamente in grande risalto grazie a una voce tra le migliori attualmente presenti sulla scena power (per chi non lo conosce, una copia-carbone di Michael Kiske) e la sua fantastica maglia alla Amici, programma televisivo verso il quale non risparmia una battuta. Il tempo è poco e dunque si arriva presto alla chiusura con le discrete “Looser Song”, sulla quale il singer dà spettacolo sparando coriandoli sulla platea, e “Like Donald Duck”. Finale tra gli applausi, più che meritati vista anche la scelta di non proporre nessuna cover degli Helloween ma solo pezzi originali. Bravi.

IN TORMENTATA QUIETE

Piacevolissima sorpresa – e probabilmente conferma per chi già li conosceva – gli In Tormentata Quiete hanno portato una ventata di classe sopraffina e ricercatezza musicale ad un Italian Gods Of Metal finora mediamente positivo ma un po’ ‘rozzo’ musicalmente parlando. Il sestetto bolognese ha proposto il suo progressive death metal cantato in italiano, e fra l’altro baciato da suoni perfetti, con sapienza e professionalità, mostrando ottima preparazione tecnica agli strumenti e buona presenza scenica. Con tanto di intro, outro ed interludio registrati, in mezzora gli In Tormentata Quiete hanno suonato cinque pezzi, fra cui “L’Alchimista”, “La Danza Del Fuoco” e la potente e conclusiva “L’Albero” ci sono parsi i più coinvolgenti. Una formazione, almeno per gli amanti del prog-death e del prog in generale, da sperimentare assolutamente. E il cantato in italiano, solitamente straniante ai più, si assimila con facilità. Spazio ora alla Strana Officina, il primo big della giornata.

STRANA OFFICINA

Se il festival fino ad ora stentava a decollare, ci ha pensato la Strana Officina con la sua proverbiale adrenalina ad infondere carica nei presenti. Dopo ventidue anni, la band toscana ha finalmente pubblicato un nuovo disco, “Rising To The Call”, da cui estrae le prime due canzoni dello show. “Nightflyer” e “Boogeyman” ci mostrano la nuova veste della Strana, più distorta ed aggressiva, moderna, ma senza rinunciare al tocco melodico che l’ha resa famosa. La band è carica come una molla, Bud non si ferma un secondo, Dario K si conferma un macina riff senza eguali, mentre Rolando pare voler distruggere il suo drumkit a forza di percosse. “Profumo Di Puttana” e “Sole Mare Cuore” ci riportano con la mente ai gloriosi anni Ottanta, brani con oltre vent’anni sulla schiena che ancora oggi suonano freschi e dirompenti. Altra parentesi sul nuovo album, poi arriva l’immancabile “Autostrada Dei Sogni”, dedicata come sempre a Fabio e Roberto Cappanera e Marcello Masi. A chiudere le danze ci pensano due grandi classici come “Viaggio In Inghilterra” e “Non Sei Normale”, ottima conclusione di uno show che ha fatto compiere un salto di qualità al festival intero. Aspettiamo di vedere i gruppi successivi, ma superare l’impatto e l’intensità della Strana Officina sarà opera ardua per chiunque.

INFERNAL POETRY

Posizionati tra Strana Officina e Labyrinth, due nomi importanti del metal italiano e proponenti un sottogenere opposto al loro, i marchigiani Infernal Poetry trovano difficile scaldare il pubblico dell’Italian Gods Of Metal, probabilmente voglioso di un break in pieno pomeriggio. Paolo Ojetti, Daniele Galassi & Co. si lanciano nella riproposizione dei pezzi migliori di “Nervous System Failure”, eseguiti con perizia tecnica invidiabile e verve decisamente sopra le righe. Solo le prime file, però, sembrano rispondere a dovere, pogando a sprazzi, mentre nelle retrovie lo schizo metal del gruppo lascia un po’ interdetti gli astanti. “Crawl” e “The Frozen Claws Of Winter” vanno a rappresentare il sempre notevole “Beholding The Unpure”, mentre fra le canzoni nuove segnaliamo “Forbidden Apples”, “Back To Monkey” e la grind-oriented “Drive-Gig-Drive-Gig”. Prestazione positiva per la formazione di Ancona, peccato solo per la freddezza dell’audience.

LABYRINTH

I Labyrinth tornano a calcare i palchi con una grande performance che riporta la band nostrana indietro di qualche qualche anno non solo per una scaletta votata ai primi dischi, ma anche per un ritrovato entusiasmo che emerge limpido attravarso la prestazione e nonostante l’innesto di nuovi elementi al basso e alla batteria. L’apertura è affidata ad un classico del calibro di “Moonlight”, che subito riscuote ampi consensi, mentre nei brani successivi il pubblico si dimostra piuttosto freddo non supportando a dovere l’ottima prestazione di Thorsen e soci. Il concerto prosegue con una scaletta ricca di classici, che comprende “In The Shade”, “Lady Lost In Time”, “State Of Grace” e “Piece Of Time”, per la gioia dei fan di lungo corso. Prima del finale c’è spazio per un pezzo inedito tratto dall’imminente seguito di “Return To Heaven Denied”, rispondente al nome di “A Chance”, in grado sin dal primo ascolto di suscitare buone impressioni con sali e scendi vocali che esaltano il frontman Roberto Tiranti. Finale d’obbligo con la coinvolgente “Thunder”, che torna a rinvigorire la platea al meglio grazie ad un ritornello memorabile.

RAW POWER

Da quasi trent’anni i Raw Power incendiano i palchi italiani e d’oltreoceano con il loro crossover punk/hardcore. La storia continua sul palco dell’I-GOM, con una delle prestazioni maggiormente “fuori dal coro” di questa manifestazione, dettata da energia diretta e senza filtri, nella migliore tradizione di un genere di cui il gruppo è fiero pioniere. Nulla è cambiato: in anni e anni di cambi di formazione il fulcro della band resta Mauro Codeluppi, autore di una prova intensa e senza censura (“Ringraziamo la Live per averci portato qui… Anzi in realtà non ce ne frega un cazzo della Live, ringraziamo voi, pubblico che ci state supportando anche stasera!”), proprio come ci si aspettava. Una novità c’è in realtà: il gruppo presenta la title track del prossimo album “Resuscitate”, che romperà un silenzio discografico lungo cinque anni, senza però variare di una virgola la formula della loro proposta (ovviamente!). Lottando per dipanare le sbuffate di fumo che invadono il palco il gruppo riesce a scatenare un pogo movimentato e genuino, per salutare tutti in maniera sincera e lasciare il posto agli attesissimi Sadist.

SADIST

Ci avviciniamo alla fine e tocca ai genovesi Sadist riportare su lidi metallici il bill dell’Italian Gods Of Metal. La band di Trevor e Tommy Talamanca è in procinto di far uscire il nuovo disco, “Season In Silence”, ed il corpulento frontman ci tiene a farlo sapere più volte. L’esecuzione di brani quali “Night Owl” e “The Attic And The World Of Emotions” ci hanno convinto sulla bontà del prossimo lavoro, un concept, come annunciato da Trevor, sulla freddezza dell’uomo ed il suo mancato rispetto verso Madre Natura. Con copiosi ringraziamenti e corna alzate verso il pubblico, i Sadist hanno anche eseguito i cavalli di battaglia di una carriera, come ad esempio le malsane “Christmas Beat” e “Sometimes They Come Back”, quest’ultima posta in chiusura di uno show positivo e convincente, ancora una volta però ‘colpito’ dalla partecipazione un po’ fredda dell’audience. Siamo di fronte comunque ad una delle band italiane più influenti ed interessanti di sempre, quindi poco altro da dire sulla consueta bravura dimostrata.

SKANNERS

Una delle migliori heavy metal band che l’Italia abbia mai avuto ha finalmente una nuova occasione per suonare ad un festival di quantomeno discrete dimensioni, una sorta di aperitivo prima del grande Wacken Open Air della prossima estate. Non troppo spesso, infatti, capita di vedere gli Skanners ad un evento di un certo rilievo, nonostante Claudio Pisoni, Fabio Tenca e compagni dal vivo siano ancora una macchina da guerra. Gli anni passano ma le bordate “TV Shock”, qui piazzata in apertura, e “Starlight” conservano sempre un grande tiro, soprattutto per via dell’inossidabilità di un singer che non smette un secondo di dimenarsi e incitare la platea, ovviamente senza nulla togliere alla sua prestazione. Il resto della band non è da meno e la performance è sicuramente tra le migliori della giornata. Spettacolare “Rock Rock City” ma non da meno anche “Time Of War” e “Welcome To Hell”, dall’ultimo album in studio “The Serial Healer”, da cui viene proposta anche la title-track. In chiusura un pezzo nuovo, intitolato “Hard And Pure”, che sarà presente sul nuovo album in uscita a giugno. Nulla di diverso dallo stile della band, un mid-tempo heavy che suona già come un classico, efficacissimo in sede live grazie ad un ritornello immediato e cantabile. Peccato per l’assenza in scaletta di brani dal grande “Pictures Of War”, ma nonostante questo gli Skanners non deludono e restano sempre un punto fermo su cui tutti i veri appassionati di heavy classico possono contare.

BULLDOZER

Gli Italian Gods Of Metal del 2010, con pochissimi dubbi in merito, sono stati i Bulldozer, la leggenda thrash metal che un Paese come il nostro può vantarsi di avere. Dopo i Raw Power, veri pionieri dell’hardcore mondiale, ecco la formazione milanese che, in leggero anticipo sull’esplosione thrash di metà anni Ottanta, ha saputo contribuire alla creazione di uno dei sottogeneri metal più apprezzati del globo. Con una line-up forte degli innesti della sezione ritmica dei Death Mechanism e della chitarra solista dei Faust, la vecchia guardia dei Bulldozer, composta da A.C. Wild e da Andy Panigada, ha saputo movimentare ed affascinare la platea, in netta diminuzione rispetto ai gruppi precedenti, attraverso uno show al fulmicotone, suonato alla velocità della luce e condotto per mano da un frontman carismatico come pochi e foriero di aneddoti di un tempo che fu. La setlist ha presentato brani tratti dall’ultima fatica del gruppo, il full “Unexpected Fate”, ma ovviamente il grosso dei brani è stato incentrato sulla vecchia discografia dei Bulldozer, tra una “Bastards”, una “The Derby” e una mitica “Ilona The Very Best”. L’impatto è stato spesso devastante ed inoltre la band ha anche lasciato un giusto spazio (un pezzo) proprio ai Death Mechanism, giusto per ringraziarli dell’aiuto fornito. Grandissima prestazione, dunque, per gli storici thrashers milanesi, una vera bomba atomica!

PINO SCOTTO

“Ovviamente se c’era Marco Carta, quic’erano 10.000 persone…” è la prima freccia avvelenata che ilPino nazionale scaglia in apertura di concerto, dopo “Get Up ShakeUp”, contro il sistema musica/spettacolo italiano, per poi tuonarecon il consueto “che paese dimmmerda!” e ripartire a testa bassacon “Spaces And Sleeping Stones”. Nonostante parte del pubblicoabbia già lasciato il locale, le prime file pullulano di ultrasdell’attempato rocker e accolgono con urla e applausi ogni suoattacco alla politica, ogni suo vaffa a Vasco Rossi e allasocietà in cui viviamo, anche quando i contenuti della sua protestasi fanno piuttosto superficiali e stereotipati. Musicalmente parlando invece,il gruppo è in ottima forma, con il carismatico frontman chenonostante la sessantina suonata questa sera è più convincente chein molte altre occasioni, un grande Steve Volta alla chitarra e unasezione ritmica trascinata da un indiavolato Marco Di Salvia (Node)alla batteria. L’ora e dieci a disposizione di Pino passa traimprecazioni varie, l’acclamatissima “Come Noi”, “Fighter”,“On Fire” e discreti pezzi estratti dal nuovo album “BuenaSuerte”, come “Morta E’ La Città”, “Che Figlio Di Maria” o“Diatribal Rock”. Un’immancabile “Run Too Fast”,indimenticato classico dell’era Vanadium, precede la chiusura delloshow con “Il Grido Disperato Di Mille Band” che riecheggia in unAlcatraz ormai popolato da pochi fan che non fanno comunquemancare il loro applauso ad uno dei personaggi più discussi dellascena metal italiana.

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