08/12/2012 - Lento + Muschio @ Meltin' Pop - Arona (NO)

A cura di Marco Gallarati

Dopo gli eccezionali, ravvicinati e piuttosto mainstream fasti di Kreator, Morbid Angel, Nile, Katatonia, Devin Townsend Project, Fear Factory, Meshuggah ed in previsione degli ormai prossimi My Dying Bride, un fervido bisogno di musica underground ci coglie in un Immacolato weekend liturgico e ci porta a muovere i fondelli, in odore di nevischio e particolarmente gelidi, dall’hinterland milanese fin verso la graziosa Arona, una delle prime perle cittadine situate sul Lago Maggiore. Al Meltin’ Pop, un circolo ARCI con velleità elitarie ed eleganti ma tutto sommato dall’aspetto ancora piuttosto casereccio e spartano, vanno in scena due band strumentali italiane i cui nomi danno alla serata quel pizzico di ironia che non guasta mai: avete presente il divertimento nel dire ai vostri amici che siete andati a vedere i Lento e che prima hanno suonato i Muschio? Be’, fantastico. Il tempo di una pizza in compagnia, un paio di amari, un paio di birre e, sul palco bello spazioso dell’accogliente locale, è ora di lasciarsi trasportare dalla marea di sonorità senza voce ma dannatamente coinvolgenti che la coppia di formazioni ci ha riversato addosso…

 

MUSCHIO
Siamo intenti nell’osservare alcune graziose ragazze giocare a calcio-balilla, quando delle note un po’ più forti di un semplice sound-check ci giungono dalla zona live del circolo. Curiosi di scoprire cosa suonino questi Muschio, ci dirigiamo presso il palco e una ventina di persone è già appostata per il combo in questione, un terzetto di Verbania nato da meno di un anno ma che, a giudicare dall’età approssimativa dei componenti, non si può definire giovanissimo. Sonorità scarne, tra post-core psichedelico e post-rock roccioso, ci arrivano alle orecchie con una fluidità capace e piacevole, mai stancante nonostante si tratti – come già precisato – di una performance strumentale. Manca il basso nei Muschio, ma le impressionanti pedaliere cariche di effetti dei due chitarristi sopperiscono abbastanza bene all’assenza delle frequenze più cupe. I brani non sono particolarmente lunghi e sono dettati molto bene dalle tempistiche di un batterista preparato e ‘dal tiro giusto’, in grado di trainare diligentemente i suoi due compari, che si affrontano uno davanti all’altro sacrificando così un po’ troppo l’impatto con il pubblico, scelta voluta ma che non apprezziamo più di tanto. Sorprendentemente buoni i suoni, in una saletta che, per le dimensioni del Meltin’ Pop, è un piccolo gioiellino, così come la piastrelleria ad effetto psicogeno. Buon intrattenimento da parte dei Muschio, che ci salutano dopo una mezzoretta/quaranta minuti di set cullante ed energico al tempo stesso.

LENTO
Restiamo nella sala da concerti durante il cambio palco tra Muschio e Lento e, mentre gli strumenti vengono settati rapidamente, nel locale si diffondono le prime fumate di nebbia artificiale, utili a ricreare l’atmosfera spettrale in cui il gruppo romano necessita di esibirsi. Paradossalmente, forse perché è tardi, forse perché i Lento giocano in trasferta, c’è un po’ meno gente a vedere loro che il gruppo di spalla, ma questo non fa né caldo né freddo ad un combo che parla esclusivamente con la musica e con il mood ricreato dalle particolari condizioni di performance, ovvero cinque figuri immersi nella foschia, illuminati nel buio soltanto da una serie di led e quasi completamente con i visi all’oscuro. Non si fatica molto, soprattutto se emotivamente e culturalmente preposti, ad entrare in sintonia con il five-piece capitolino, in quanto, pur non avendo la voce, l’attitudine è di certo vigorosa e portata al movimento, seguendo le molteplici strutture che i pezzi presentati sciorinano lungo una setlist mantenuta viva e pulsante da costanti cambi di registro e tempistiche, che però non rappresentano un limite per la band, bensì una risorsa. Riflessivi e psicotici, pazzoidi e groovy, imprevedibili e spiazzanti, questi ragazzi hanno del talento vero da cui attingere, che li porta a non aver paura ad azzardare tutto l’azzardabile, come ben hanno dimostrato i vari estratti da “Icon” e da “Anxiety Despair Languish”, fra cui segnaliamo le ottime “Icon”, “Least” e “Death Must Be The Place”. L’oretta trascorsa nella grigia fumosità promulgata dai Lento è passata veloce e rapita, spesso senza neanche dare tempo al pubblico di applaudire o trasmettere il proprio apprezzamento. L’impressione è che ci si trovi di fronte ad un complesso di caratura europea, se non oltre. Peccato si sia trovato a suonare di fronte ad una percentuale infinitesima della gente che invece dovrebbe venire a vederli. Ma il bello dell’underground è anche e soprattutto questo e, come al solito, non si può né ridere né piangere, ma solo prendere atto della situazione e conservare un ottimo ricordo di questo concerto.

 

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  • http://www.facebook.com/filippocaino.apostata Filippo Caino Apostata

    i lento sono strepitosi dal vivo, guadagnano molto rispetto al disco: chi se li perde si fa del male.