07/08/2012 - METALCAMP 2012 @ Tolmin - Tolmin (Slovenia)

Pubblicato il 20/10/2012 da

Live report a cura di Marco Scilhanick

Foto a cura di Enrico Dal Boni, Bianca Saviane, Nina Ramirez

GIORNO 1 – Lunedì 6 Agosto 2012

Quest’anno l’attesa per il Metalcamp è stata un po’ più lunga del solito, in quanto per la prima volta si è svolto in agosto invece che in luglio. L’appuntamento è per noi molto atteso, possiamo ormai considerarci dei veterani del festival sloveno, infatti dal 2006 non abbiamo perso un’edizione. Fu amore al primo incontro, ed ogni volta che torniamo a vedere i verdi panorami alpini, il turchese corso tortuoso dell’Isonzo e a respirarne gli odori, ci si apre il cuore. Ogni addio annuale è pieno di soddisfazione e al contempo di un velo di tristezza all’idea che ci vorrà un altro anno prima di calarsi nuovamente in questa splendida cornice, dove per una settimana intera il metal la fa da padrone. Col passare degli anni abbiamo provato diverse soluzioni, scoperto posti, assaggiato diverse cucine, imparando a gestire il nostro soggiorno in maniera agevole. Quest’anno, dopo anni di tenda tra diluvi e insolazioni, abbiamo optato per una sistemazione comoda e ci siamo insediati in un vicino villaggio (Poljubinj), a non più di tre chilometri dal festival, presso una pensione davvero carina (Pension Kobala) dotata di camere, appartamenti, veranda coperta all’aperto dove eventualmente cenare e piscina con idromassaggio sempre all’aperto (compresa nella già ragionevole tariffa). Già, perché una caratteristica fondamentale del Metalcamp è che non è costituito esclusivamente dal festival in quanto tale: le vicinanze offrono così tante possibilità e attrazioni che in fondo si ha la possibilità di vivere veramente una settimana di vacanza sotto tutti i profili. Nel raggio di pochi chilometri ci sono attrattive turistiche come castelli (spettacolare quello di Predjama, incastonato a mezz’altezza su una parte rocciosa il cui interno si snoda in grotte naturali) le celeberrime grotte di Postojna, il tremendo museo della Grande Guerra di Caporetto (il solo accostamento tra le baionette dei nostri nonni e quelle dei reparti nemici fa venire i brividi), orridi naturali, cascate, laghi (Bled e Bohijni). La zona è turisticamente indirizzata verso gli sport all’aria aperta ed infatti è possibile fare rafting, parapendio e noleggiare mountain bike o semplicemente passeggiare in sentieri immersi nel verde. Altro aspetto decisamente interessante è la ricchezza di trattorie e locande che offrono una valida cucina a prezzi decisamente competitivi. Naturalmente, più si rimane vicini alla sfera d’influenza del festival, come a dire in centro a Tolmin, più i ristoratori cercano di offrire delle soluzioni standardizzate per cui il livello qualitativo si abbassa leggermente, cio nonostante il tutto rimane sempre soddisfacente.
Giungiamo domenica all’alba, saranno le 5 del mattino e per le strade di Tolmin ancora assopite nel crescente chiarore di una fresca alba montana, ancora qualche figura barcollante e di scuro vestita si aggira di ritorno da una lunga bevuta. Ci accomodiamo con tutta la calma del mondo e passiamo la giornata in completo relax. Il giorno dopo inizia ufficialmente la baraonda di metallilandia.
La prima cosa che ci colpisce entrando nell’area concerti è che ci sono dei lavori di ristrutturazione intorno all’edificio, il Casino Paradiso (da cui anche il gioco di parole “Hell Over Paradise”), sito al centro dell’area e che divide lo spazio del palco principale da quello dove sono poste le bancarelle di merch, cibo e il Second Stage. Questi transennamenti costringono l’utenza a fare un giro un po’ più lungo per passare da un palco all’altro, e anche più scomodo per la natura più aspra del terreno, visto che passa attraverso il bosco e non sul sentiero come le precedenti edizioni. Il backstage è molto sacrificato sempre per lo stesso motivo: noi dei media ne siamo esclusi, eccezion fatta per una piccola tenda dove eventualmente porre al riparo attrezzatura fotografica e quant’altro, ma che purtroppo verrà tolta il giorno successivo. Fortunatamente la pioggia non tenderà pericolosi agguati durante tutta la settimana. Il backstage ristretto significa anche che le band non hanno modo di bazzicare in giro con la stessa facilità di sempre, in quanto vengono regolarmente portate via dalle navette dell’organizzazione, in un’area attrezzata a breve distanza, presso degli edifici scolastici. Alcuni stand ancora devono essere montati e le attività fremono per far partire la festa. La gente ancora non è numerosa e la spiaggia è semi deserta. Quest’anno la spiaggia è un po’ più piccola, il fiume ha deciso di prendersi più spazio, ma è splendida come sempre e darà modo a tutti di godere un po’ di frescura nei momenti più caldi.

 

VICIOUS RUMORS

Finalmente approdiamo davanti al palco principale per i Vicious Rumors. La formazione americana si scrolla di dosso subito titubanza e da vita ad uno show caldo e convinto. I presenti sono in effetti ancora pochini ma si percepisce benissimo in essi la voglia che il festival finalmente esploda nel suo aspetto più significativo: la musica. Questa sensazione è evidentemente percepita da Geoff Thorpe (unico superstite della formazione orginale del 1979) e compagni, e aiuta a creare un buon groove. I brani a dirla tutta non brillano particolarmente e la scaletta ha un alto tasso di omogeneità in cui le composizioni più vecchie si amalgamano con quelle del recente “Razor Killer” senza evidenziare eccessive varianti di personalità. Ma in realtà poco importa perché, oggi, il ruolo dei Vicious Rumors è quello di spalancare i cancelli, di dare il segnale di partenza, di scatenare le energie e il loro heavy metal di stampo più classico con venature di rock che ammorbidiscono la miscela, e il tutto riesce perfettamente nel suo intento. Buona la performance del singer Brian Allen, abile nel gestire il palco e a trasmettere al pubblico la giusta carica. Niente di eccessivamente sbalorditivo, nel complesso, ma il mood instaurato è quello positivo.

GORGUTS

Il Canada è da sempre un territorio fertile per i musicisti più estremi e sperimentali in ambito death metal. Formazioni come Cryptopsy, Neuraxis e più recentemente gli oscurissimi Mitochondrion ne sono la prova. La formazione di Luc Lemay non è da meno e, partita da un death metal molto legato ai dogmi stilistici del genere, ha sviluppato uno stile del tutto personale con i più maturi Obscura e From Wisdom To Hate. Tra le band inauguranti quest’edizione del Metalcamp, i Gorguts non hanno risparmiano nulla sia in termini di aggressività che di repertorio, della loro sottovalutata carriera. Sono proprio la title track dell’ultimo album ufficiale e “The Carnal State” dal capolavoro “Obscura” ad aprire le danze: suoni potenti e definiti riescono a rendere piacevolmente intellegibili le strutture decisamente complesse dei lavori più recenti. I fan, in un numero considerevole per essere il primo giorno e le sei di sera, tributano la formazione canadese con la giusta carica. Si prosegue con “Orphans Of Sickness”, tratta da “The Erosion Of Sanity”, tuffo nel passato graditissimo agli ascoltatori di vecchia data che non esitano a scatenarsi per l’occasione. Cosa che avviene anche con altre vecchie perle della band come “Stiff And Cold”, l’unica dallo storico “Considered Dead”, e “The Erosion Of Sanity”, dall’omonimo album. Un altro paio di tracce dalle produzioni più recenti completano il quadro, intervallato da un unico pezzo inedito, decisamente coerente con lo stile più maturo sviluppato dai Gorguts. Uno show davvero superlativo per una band magari poco produttiva rispetto ad altre, ma che ha saputo essere un esempio coerente di evoluzione artistica, non tagliando il corpo del proprio sound dalle radici che li hanno resi celebri. Bravissimi!

Setlist:
1. From Wisdom To Hate
2. The Carnal State
3. Orphans Of Sickness
4. Nostalgia
5. Canzone inedita
6. Stiff And Cold
7. Inverted
8. Obscura
9. The Erosion Of Sanity

 

NAPALM DEATH

E’ ora dell’incontenibile furia tarantolata di Mark Greenway e soci. La band è inossidabile, sempre fedele a se stessa e, con immutato approccio da fusi di testa, dà gran prova di sé. Il livello che ci si aspetta è comunque alto e rodato, per cui la cosa non impressiona particolarmente. Non capita spesso che il gruppo abbia svarioni sia in positivo che in negativo su un qualunque palco. Gli ingredienti sono sempre quelli e la professionalità è molto consolidata: sono una sicurezza. Quello che invece impressiona per estrema qualità è il suono. Il lavoro al mixer è eccellente e permette alle ritmiche violente e al fulmicotone dei grinder di essere nitide e distinguibili senza rinunciare a mezzo decibel di volume. Anzi, l’effetto di potenza è inaudito. Le brevi composizioni dei Napalm Death arrivano come delle vere cannonate e lo show scivola via intenso e rapido. La scaletta vede i brani dell’ultimo “Utilitarian” nella prima parte, e premia le canzoni più datate nella seconda parte. Queste ultime raccolgono maggiormente il favore del pubblico, più per una questione di affezione, probabilmente, in quanto ad innesco per poghi furibondi qualsiasi brano della band è azzeccato indistintamente. Ottima prova.

 

TESTAMENT

Gli storici thrasher americani registrano il pienone ma fin da subito i suoni non convincono molto. A quanto pare i presenti si dividono in chi li ama in modo talmente incondizionato da ritenere lo show di stasera comunque superbo e chi invece li trova sottotono. E’ chiaro che non siamo davanti a dei novellini e il fatto loro lo sanno, ma la nostra impressione è di averli trovati meglio in altre occasioni, forse complice anche una scaletta da cui ci si potrebbe aspettare più capolavori del passato, nel complesso non appagano appieno. La batteria di Gene Hoglan purtroppo ha un suono sporco e la voce dell’inconfondibile Chuck Billy a tratti si distingue poco, ma sul palco si trovano comunque a loro agio e si muovono con disinvoltura. Il thrash è ad ogni modo un genere molto amato al Metalcamp: c’è parecchio coinvolgimento, con headbanging nelle prime file e focolai di pogo che esplodono sovente poco più indietro. Come accennato, molti sono i brani più o meno recenti come “Rise Up”, “True American Hate”, “More Than Meets The Eye”, “Dark Roots Of Earth” o “The Formation Of Damnation” che alternati ai grandi classici degli anni ’80 spezzano un po’ la tensione, contribuendo a rendere lo show meno esplosivo rispetto alle aspettative.

Setlist:
1. Rise Up
2. The New Order
3. The Preacher
4. Native Blood
5. True American Hate
6. More Than Meets The Eye
7. Dark Roots Of Earth
8. Into The Pit
9. Practice What You Preach
10. Over The Wall
11. D.N.R.
12. Three Days In Darkness
13. The Formation Of Damnation

 

MACHINE HEAD

Attesissimi, il primo piatto forte del Metalcamp sono i Machine Head. L’assiepamento davanti al palco vede la quasi totalità dei presenti di questa giornata, che tuttavia non satura lo spazio, in quanto il festival si trova ancora alle prime battute e il grosso della gente deve ancora arrivare. Questo dettaglio deve essere però sfuggito al carismatico Robb Flynn, piuttosto loquace durante le pause, che infatti si complimenta per l’energia mostrata dal pubblico durante lo show, a detta sua, incredibile dopo cinque giorni di musica. A nulla servono i segnali poco subliminali che gli fanno i tecnici di palco: qualcuno deve aver convinto gli americani che erano headliner dell’ultimo giorno. Gaffe a parte, il concerto è sicuramente goduto dai presenti e ben suonato dai musicisti. Molti i momenti di devastante partecipazione del pubblico, il tutto perfettamente sostenuto da un uso di luci basato su momenti di buio e ombre in alternanza con esplosioni di colori freddi e da una configurazione di suoni quasi ottimale. Non c’è che dire, la pienezza del suono valorizza l’emergere delle linee più melodiche senza che si perda niente dell’aggressività dei pezzi. Solo a tratti qualche rumore di fondo infastidisce un po’, ma l’enfasi espressiva del quadro generale rendono la pecca secondaria. Anche la voce di Robb a tratti pare sforzata ma nel complesso ci sta e, bene o male, regge fino alla fine. Una dedica dal palco su “Aesthetics Of Hate” va a Randy Blythe dei Lamb Of God che è appena stato rilasciato dalla polizia ceca a seguito dello spiacevole incidente in cui ha perso la vita un fan.

Setlist:
1. I Am Hell
2. Old
3. Imperium
4. Beautiful Morning
5. Locust
6. This Is The End
7. Aesthetics Of Hate
8. Darkness Within
9. Bulldozer
10. Ten Ton Hammer
Encore:
11. Halo
12. Davidian

 

GIORNO II – Martedì 7 Agosto 2012

Oggi si dovrebbe iniziare ad ingranare sul serio: tutti gli stand sono presenti ed operativi, l’afflusso aumenta, anche se ancora non si registra il pienone, e chi è arrivato ieri si sta riprendendo dal viaggio. Prima di avviarci verso il festival abbiamo occasione di incontrare alcuni amici che sono sistemati presso una casa di montagna ad una manciata di chilometri da Tolmin, in un luogo incantevole quanto rustico. In cima ad un passo, immerso nei boschi, è situato un piccolo villaggio (Sela Na Podmelcem) composto da non più di una decina di case in sassi e legno. La strada per raggiungere questo angolo incontaminato di umanità si snoda stretta e sterrata serpeggiando tra gli alberi per sfociare in un alpeggio solare ed accogliente. Un’altra delle numerose meraviglie a misura d’uomo di cui sono costellati i dintorni del festival. Tornando a Tolmin notiamo, rispetto agli anni precedenti, più sguardi stupiti di persone, per così dire, normali. E’ il fenomeno atipico di quest’anno. La tradizione ha sempre visto il Metalcamp cadere in luglio e nel tempo, ristoratori, albergatori, affittacamere, bar e abitanti hanno imparato ad organizzarsi e di fatto, per quella settimana, il turismo composto di famiglie, sportivi e tranquilli campeggianti era più o meno arginato per concentrare le forze sull’accoglienza dei frequentatori del festival e i loro usi e anche per mantenere protetta e serena l’esperienza turistica del tipico villeggiante estivo della zona. Questo sistema, che generava un’egemonia metallara in ogni angolo di Tolmin, quest’anno viene in parte meno ed è facile incrociare, oltre che le consuete congreghe di personaggi di nero vestiti, anche escursionisti a piedi o in bicicletta, con zaini e caschetti colorati e prole al seguito, anziane coppie con bastoni da passeggio e cappellini alla pescatora. Non sono mancati nemmeno eventi locali di vita quotidiana, come qualche cerimonia formale con tanto di autorità cittadine in gran sfoggio cui ci è capitato di assistere (pur sempre senza capire di cosa si trattasse) mentre con altre decine di capelloni mezzi ubriachi, ci scolavamo qualche birra in un bar del centro. Il reciproco stupore sarà stato sicuramente maggiore negli occhi degli ignari turisti in cerca di tranquillità e contatto con la natura. Un bene o un male? Mah, diciamo che probabilmente la presenza in paese di una percentuale bassa, ma pur sempre importante sul piano economico, di estranei al festival ha imposto una maggiore diplomazia negli esercizi pubblici, e se solitamente nel nostro bar preferito (Bar Baron) già al mattino presto Slayer & co monopolizzavano l’impianto di diffusione della musica, a questo giro ci siamo dovuti sorbire anche radio locali e terrificanti trasposizioni in lingua slava di cantautorato italiano di serie B. Da notare piacevolmente che la inaspettata convivenza (stretta) tra metallari e turisti è stata, per quello che abbiamo potuto vedere, assolutamente civile e tollerante.

MADBALL

In ogni festival metal moderno che si rispetti non può mancare un po’ di sano NYHC. Magari coinvolgendo qualche vecchia gloria del genere. Tocca ai Madball ricoprire il ruolo di rappresentanza dello zoccolo duro della giungla urbana d’oltreoceano. Per certi gruppi la vecchiaia non arriva mai, e se arriva non si fa di certo sentire: uno show ben rodato e un suono coltivato in anni e anni di tradizione che, per carità, non aggiunge nulla di nuovo e di certo tante band più giovani non hanno molto da invidiare a certi colossi, ma chissà come mai, sotto il palco di formazioni come la loro c’è sempre un gran bordello. Chitarre spesse e granitiche, un groove devastante abbastanza da agitare il pubblico, una presenza sul palco scontata per il genere, ma sempre dannatamente accattivante e coerente con il suono proposto. E un sacco di ragazzi che si divertono. Perché i Madball sono una di quelle formazioni che hanno a che vedere col concetto di attitudine, così apprezzato nella musica che, sempre e comunque, avranno qualcosa da insegnare e tanti balordi da coinvolgere. Tanti i pezzi e i lavori tirati in causa: dalla più recente “The Beast” per passare alle ben più note “All Or Nothing”, “Can’t Stop, Won’t Stop”, “Set It Off”, assieme ad altri brani tratti dal materiale pubblicato negli anni più recenti. Un monumento alla coerenza e alla costanza, come i fratelli (in tutti i sensi) Agnostic Front e Sick Of It All.

 

FINNTROLL

I Finntroll ci regalano una performance tra le migliori che possiamo ricordare. Sempre incalzanti e sugli scudi, energici ed arrembanti. Altra meraviglia dei fonici: si sente perfettamente e in modo nitido e distinto anche da grande distanza. I brani della scaletta sono selezionati per essere sempre alla carica. Il piccolo singer è tutt’altro che piccolo col suo microfono, Mathias Lillmåns, in arte “Vreth”, è veramente un troll delle caverne e si fa sentire potente per tutto il set. Il pubblico è coinvolto e in diverse occasioni esplode letteralmente come su “Nattfodd” o l’immancabile e conclusiva “Trollhammaren”. Anche gli estratti da “Ur Jordens Djup” o dall’ultimo “Nifelvind” vengono particolarmente premiati dai supporter, sottolineando come il fan della band finlandese sia molto affezionato ai lavori della seconda epoca, nota questa che fa ben sperare per il futuro della band. L’orario vede ancora il sole nel cielo ma la cosa in fondo gioca quasi a favore di una migliore riuscita, non nascondendo agli occhi dei presenti l’incantevole panorama dei verdi monti che circondano Tolmin. In questa cornice naturale i Finntroll incastonano un gran concerto che condotto senza respiro sembra durare la metà dell’effettiva durata. Travolgenti.

 

KATAKLYSM

Una vecchia conoscenza del Metalcamp. Maurizio Iacono e I suoi Kataklysm sono molto amati da queste parti e l’amore è decisamente reciproco. L’italo americano è molto carico e c’è da essere sicuri che si sarà preparato questo show con particolare attenzione. Nessun indugio: è subito sisma. Il lavoro dei musicisti produce un macigno di violenza eruttato dall’impianto e scagliato direttamente sulle facce dei presenti. Violenza che si consuma anche fisicamente al centro della calca a ridosso delle prime file, con furibondi poghi che alzano gran polveroni. Osservando da lontano, pare che vada a fuoco il pubblico. Il gruppo è una macchina perfetta, rodata e spietata. Condotta in tutto e per tutto dalla mano e dalla voce di Maurizio: lui è la rappresentazione della band, il volto. Gli altri sono i muscoli. L’intesa e l’interazione col sostenitori sono perfette e piacevolmente disinvolte come in una rimpatriata tra amici. Tra le file laterali spunta un cartello che tra i tanti attira l’attenzione del leader, che commenta: “Questo è quello che tutti coloro che non sono venuti qui al Metalcamp dovrebbero vedere! Lo dedichiamo a loro!” Il cartello riportava scritto “You should be here!” (“Dovresti essere qui!” NdA) Ma la trovata migliore che sfodera il carismatico singer è una folle provocazione a fare crowd surfing. La sfida è semplice: mancano 2 canzoni alla fine, qualche giorno prima a Wacken durante il loro show, nelle ultime 2 canzoni si sono registrati 600 passaggi di crowd surfer. Riusciranno i metalcamper a fare di meglio? Non sappiamo se in Germania li abbiano contati veramente, nè sappiamo la cifra esatta del risultato sloveno, l’unica evidenza è che il fronte del palco si trasforma in una fiumana. Una corrente di corpi che in continuazione si riversa sulle linee difensive della sicurezza. I ragazzi sul palco non possono che sorridere compiaciuti del devastante risultato e immaginiamo Maurizio Iacono che meritatamente si piazza un bel sigaro all’angolo della bocca e sentenzia: “Adoro i piani ben riusciti.”

 

PARADISE LOST

L’atmosfera è molto suggestiva e quindi perfetta per la gothic band inglese: l’oscurità avvolge completamente il palco principale e le luci di scena inondano di raggi il pubblico e l’intorno. Una buona partenza ritmata e ricca di groove ci introduce ad un’ottima scaletta, ben bilanciata tra brani incalzanti come “Erased” o “Soul Corageous” e lenti enfatici come l’immortale “Forever Failure”, sempre privilegiando il repertorio più melodico. Suoni pieni e definiti completano un quadro veramente intenso, avvolgente e convincente. Purtroppo però c’è una nota dolente e che duole parecchio: Nick Holmes. La sua voce dura veramente poco, non scompare mai ma stenta a prendere l’intonazione e tenerla già pochi brani dopo l’inizio. Inoltre scenicamente tiene un atteggiamento che non è di facile decifratura: sembra svogliato, disinteressato e quello che non è chiaro è se lo è davvero o no. Potrebbe essere parte dell’attitudine che la band vuole portare sul palco ma dal momento che la performance del frontman è lungi dall’essere all’altezza di chi si può atteggiare. Ci pare fuori luogo, mentre calzerebbe a pennello se fosse realmente svogliato. D’altra parte resta difficile crederlo. Frequenze vocali a parte il concerto risulta comunque godibile.

Setlist:
1. Widow
2. Honesty in Death
3. Erased
4. Forever Failure
5. Soul Courageous
6. Tragic Idol
7. Pity The Sadness
8. One Second
9. As I Die
10. Fear Of Impending Hell
11. The Enemy
12. Enchantment
13. In This We Dwell
14. Faith Divides Us – Death Unites Us
15. Say Just Words

 

AT THE GATES

Un momento di attenzione, una scintilla in più, un allineamento planetario. Ci troviamo di fronte ad una sorta di mistero rivelato. Gli At The Gates ci regalano uno spettacolo che trova il suo valore nella straordinaria resa dell’essenza del gruppo scandinavo. Non si tratta forse del concerto migliore del festival, nè del più spettacolare, del più seguito, del più violento. No. E’ più intimistico. La musica degli At The Gates è li, scoperta, alla portata, piena e rivelata, sta alle orecchie di chi presenzia coglierla. Se c’è qualche velo che ne cela la brillante genialità e la seminale ricchezza non può che eventualmente risiedere nella testa di chi assiste distratto. Ma pare che nel pubblico ci sia consapevolezza dello spessore musicale che prende forma dal palco. Le linee melodiche di delle sei corde di Anders Björler e Martin Larsson si percepiscono nitidamente e si intersecano con precisione sulle ritmiche. Sempre sugli scudi Tomas Lindberg, inesorabilmente spietato e aggressivo. Ma è la “creatura musicale” degli At The Gates ad emergere, il trasporto così netto astrae dai protagonisti in carne ed ossa. Luci azzeccate e suoni, salvo l’incipit di “Slaughter Of The Soul” in apertura, assolutamente perfetti aiutano sicuramente una resa tanto sublime. Una performance da ricordare che rende onore a dei padri fondatori di un genere che miscela growl e aggressività con melodia e tecnica secondo la, poi divenuta ben nota, ricetta svedese. Sul palco c’è professionalità e personalità: uno spettacolo di veri musicisti.

Setlist:
1. Slaughter Of The Soul
2. Cold
3. Terminal Spirit Disease
4. Raped By The Light Of Christ
5. Under A Serpent Sun
6. Windows
7. World Of Lies
8. The Burning Darkness
9. The Swarm
10. Forever Blind
11. Into The Dead Sky
12. Suicide Nation
13. Nausea
14. The Beautiful Wound
15. Unto Others
16. All Life Ends
17. Need
Encore:
18. Blinded By Fear
19. Kingdom Gone

 

CATTLE DECAPITATION

Ne ha fatta di strada la più vegana delle formazioni estreme in circolazione. Di certo non una strada particolarmente lastricata di successi, ma sicuramente dei buoni passi avanti, pur rimanendo nell’underground, per una formazione dal sound non immediato come il loro. Le chitarre particolarmente taglienti, unite ad un drumming davvero impressionante, hanno fatto di questo show, pianificato sul secondo palco (ingiustamente per chi scrive), uno dei più violenti e interessanti di tutta la kermesse. La poca simpatia per il genere umano da parte dei quattro di San Diego è ben nota a chi li segue dagli esordi, e i nostri sono bravissimi nel tradurla in violenza e melodia (già, non fanno mancare nemmeno quella) con titoli, che non tradiscono di certo le intenzioni, come “A Living, Breathing Piece Of Defecating Meat”, “Lifestalker” e “Kingdom Of Tyrants”, tratte dall’ultimo “Monolith Of Inhumanity” che domina il grosso della scaletta del combo californiano. Un massacro praticamente costante a cui assiste un pubblico numeroso, per quanto poco coinvolto, colpa forse di brani non facili e della giornata di delirio che iniziava a pesare. Una formazione eccellente che non teme di essere incisiva nella musica, quanto nei celebri artwork e nei contenuti, cosa che è costata loro la censura in un paio di occasioni.

Setlist:
1. The Carbon Stampede
2. A Living, Breathing Piece Of Defecating Meat
3. Your Disposal
4. Forced Gender Reassignment
5. Projectile Ovulation
6. Lifestalker
7. Regret & The Grave
8. Dead Set On Suicide
9. Kingdom Of Tyrants

 

GIORNO III – Mercoledì 8 Agosto 2012

 

Oggi è il giorno della sorpresa svelata. Riceviamo infatti comunicazione di una conferenza stampa alla quale siamo invitati a partecipare. Voci di corridoio già circolano da i primi giorni e un video in particolare, che viene proiettato in continuazione sui megaschermi laterali al palco principale suggeriscono quello che è il tema di questi rumors. Recita “Dalle ceneri del Metalcamp… nel 2013 arriva il Metal Days” e lascia quindi poco all’immaginazione. A dir la verità qualcosa in più già sappiamo grazie ai contatti con alcuni degli organizzatori storici del Metalcamp. Sappiamo che è in corso da lungo tempo, ormai si parla di un paio d’anni, una disputa sulla proprietà del marchio del festival, dopo che la società originaria si era sciolta per fronteggiare alcune difficoltà organizzative. La società non si era poi ricostituita come previsto e si sono formate due distinte fazioni che hanno comunque collaborato professionalmente fino a questa edizione. Ora finalmente scopriremo cosa bolle in pentola. O meglio questo è quello che ci aspettavamo. In realtà le cose dette annunciano sì grosse novità, ma allo stesso tempo non paiono molto trasparenti e non colmano tutte le curiosità. Il caso vuole chem poco prima di recarci alla conferenza stampa, parlando con i contatti di cui sopra, venga alla luce il fatto che questi ultimi (che stanno raggiungendo Tolmin in queste ore) non sono nemmeno al corrente della press conference e questo già getta qualche ombra sulle intenzioni. Ad ogni modom il contenuto che viene espresso si può riassumere così: quella del 2012 è l’ultima edizione del Metalcamp. Dal 2013 il festival uscirà dalla sfera di influenza della Rock The Nations e si chiamerà Metal Days. Durerà sempre una settimana e per quanto riguarda la location è in corso la verifica di quattro possibilità, tra cui la stessa Tolmin. Il motivo di questo cambiamento? Mah… rimane effettivamente un po’ nebbioso; poco convince il supposto bisogno di svecchiare il nome dopo 10 anni, o l’osservare come fa l’oratore (Roman Files dei Noctiferia) che il festival è ben di più di un campeggio. Anche il presunto aumento dell’affitto dell’area da parte delle istituzioni locali, portato a supporto del fatto che si stiano valutando altre sedi per il festival, non convince. Ma tutto l’indotto? Non viene considerato? Sono persino presenti dei rappresentanti dei commercianti locali che vogliono sostenere la causa di Tolmin come location preferibile, proprio per questioni di indotto. A detta loro perderebbero ormai tra il 25 e il 30% del fatturato stagionale. Lasciamo un po’ dubbiosi la seduta confrontando le idee con i colleghi di altre testate e Paesi. Più tardi abbiamo una conversazione informale con l’altra parte dell’organizzazione, quella assente alla conferenza, che è si interessata a sapere cosa è stato rivelato a loro insaputa, ma si mostra tranquilla e poco preoccupata dalla vicenda: il decimo anniversario del Metalcamp nel 2013 si farà, con lo stesso nome, nella stessa location. Il pieno della battaglia di informazione (o disinformazione) vedrà la luce in autunno, quando le conferme e le prime promozioni verranno pubblicate. Quindi, sebbene ad oggi gli unici annunci ufficiali siano quelli del MetalDays (che per la cronaca si è già beccato un sacco di critiche sui social network per la mossa) pare che l’anno prossimo i festival sloveni di portata internazionale saranno ben due. Tecnicamente ci starebbe anche, perché in fondo la capienza di questa location in Tolmin è di circa 12.000 persone e, considerati i numeri di altri festival europei, l’idea di assorbirne diciamo il doppio in 2 tornate non è così fuori dal mondo. Se andate a curiosare su internet, scoprirete che al sito tradizionale del Metalcamp, (www.metalcamp.com) è presente una schermata che annuncia la fine del festival (tra le righe inteso però come il Metalcamp-sponsorizzato-da-Rock-The-Nations) e che rimanda al sito del MetalDays (www.metaldays.net), ma se andate su www.metalcamp.org troverete l’annuncio dell’edizione 2013; anche su Facebook ci sono entrambi i profili. Speriamo non vi sia solo spazio alle inutili polemiche, in fondo il fiorire di eventi non è di per se negativo. Di questo passo tra qualche anno dovremo aspettarci un MetalMonth?

 

THE BLACK DAHLIA MURDER

Arriviamo ad una delle band più attese tra i più giovani presenti: i The Black Dahlia Murder. Dal Michigan con furore, negli ultimi anni sono riusciti a conquistare orde di fan anche in Europa e in questa ottica ricordiamo con piacere uno show mozzafiato al fianco di Job For A Cowboy nel 2007. L’attesa è grande, anche se l’ampia venue è ancora lontana dall’essere piena. Si parte subito in quarta con “A Shrine To Madness” e “Moonlight Equilibrium” ma diversi problemi mettono in cattiva luce i Murder, vuoi dei suoni non all’altezza e una prestazione del drummer Shannon Lucas neanche lontana parente del “disumano” livello che nell’ultimo album “Ritual” veniva raggiunto. Il disco in questione viene ricordato con diverse canzoni, ma lo show non riesce a ingranare. La band riesce a risollevarsi solo negli ultimi istanti, dove vengono messe a ferro e fuoco le prime file grazie ai veri cavalli di battaglia, la devastante “Miasma” e la conclusiva “Funeral Thirst”, prima canzone del gruppo, che ci mostra quanto i ragazzi sappiano ancora mordere e fare centro. Rimandati al prossimo show, con suoni migliori e maggior spazio.

Setlist:
1. A Shrine to Madness
2. Moonlight Equilibrium
3. What a Horrible Night to Have a Curse
4. Malenchantments of the Necrosphere
5. Necropolis
6. Everything Went Black
7. Miasma
8. On Stirring Seas of Salted Blood
9. I Will Return
10. Funeral Thirst

 

NILE

I Nile sanno come farsi perdonare. Perché i Nile devono farsi perdonare. Cosa? La pubblicazione dell’album più insignificante della loro carriera. Perché, dopo un capolavoro quale “Those whom the Gods Detest”, un disco come “At the Gate of Sethu” suona come un compendio di riff scartati di cui liberarsi in un modo o nell’altro. E hanno scelto il peggiore. La formazione capitanata da Karl Sanders, però, sa benissimo come rimettere la propria reputazione sui binari che le competono: lo show proposto in questa sede non  si scosta affatto dal consueto massacro, fatto di suoni spessi e brani ricchi di pathos. I Nile hanno sempre pensato a creare strutture distruttive, un death metal che non fosse solo violento, ma anche evocativo, dai toni volutamente apocalittici che vengono riprodotti anche qui al Metalcamp, tra grandi classici della formazione della Carolina del Sud e successi più recenti. Il colpo di grazia, come sempre, spetta a “Black Seeds of Vengeance” darlo, il brano-manifesto di una delle formazioni di più alto livello dell’ultimo decennio e non solo, la quale ha visto tra le sue fila sempre musicisti di prestigio che dal vivo mai hanno tradito le aspettative. Anche questa volta. Mi raccomando il prossimo album…

 

EPICA

Mentre siamo ancora intenti a mettere insieme gli elementi del puzzle, a formulare ipotesi e a cercare contatti informati per gettar maggior luce sulle notizie acquisite in conferenza stampa circa il futuro del festival, gli Epica con leggerezza e quasi ingenuità intrattengono il grosso del pubblico. I tentativi di rendere più aggressivi i brani cercando di far risaltare i suoni delle chitarre e portando la sessione ritmica a bordo palco ad ogni occasione risulta poco efficace. Non ci sono versi, gli Epica sono un tutt’uno con la figura di Simone Simons (e che figura!). Bella e anche brava ma il gruppo non va tanto più in là.

 

ELUVEITIE

Gli Eluvetie ci propongono una scaletta quasi di mestiere, con gli ormai rodati ed irrinunciabili cavalli di battaglia come “Inis Mona” o “A Rose For Epona”. La girandola musicale degli svizzeri trascina molti dei presenti ma non convince del tutto in quanto a compattezza esecutiva. Li abbiamo visti meglio, forse un serpeggiante velo di stanchezza che nonostante gli sforzi per risultare arrembanti a volte fa inceppare gli ingranaggi. Certo, la presa che fanno certe melodie distrae facilmente e si è più propensi e seguire l’enfasi concettuale che non l’accuratezza dell’interpretazione. Inoltre è spesso evidente uno stacco piuttosto netto tra le ritmiche di stampo death metal di matrice scandinava con le melodie folk che più che amalgamate sembrano solo sovrapposte. D’altra parte la formazione gode di un buon seguito e la maggior parte dei presenti si gode compiaciuta il concerto. Aggressiva l’azione del frontman Chrigel Glanzmann che tiene catalizzati su di se gli occhi dei supporter. Splendida e perfetta come sempre la voce di Anna Murphy, vero asso nella manica della band, che quando chiamata in causa esce come una lama.

 

KORN

Uno dei gruppi più attesi di quest’anno e uno dei nomi più grossi e mainstream nel bill. L’adunanza nell’area principale è davvero grande e sulle note dell’intro la trepidazione sale moltissimo. Tutto nella macchina organizzativa del palco funziona alla perfezione e la lunga setlist è incorniciata a dovere con luci e suoni ben studiati e volumi decisamente appaganti. Forse qualcuno degli irriducibili dell’anima più retrò del metal come power metaller e folkster trovano altre attrattive e in effetti una parte marginale di pubblico si perde nel corso dello show, soprattutto quando dopo una buona partenza con le prime canzoni introduttive: “Divine”, “Predictable”, “No Place to Hide” e “Good God”, si passa ad estratti dell’ultimo e più elettronico “The Path Of Totality”, dalla matrice musicale insolita e poco esaltanti in generale. Unico momento questo, in cui si assiste ad un calo della tensione tra i presenti. Ma ci vuole poco prima che la verve di una squadra in splendida forma (anche se orfana del bassista Reginald Arvizu, degnamente sostituito da Ryan Martinie dei Mudvayne) riaccenda con decisione gli animi grazie ad un’attesa selezione di pezzi come “Here To Stay”, “Freak On A Leash”, “Falling Away From Me”. A questo punto, con tutti gli ingranaggi caldi, il mood giusto, all’apice dello show viene proposta per intero “Another Brick InThe Wall” dei Pink Floyd con un indiscutibile buon risultato, sebbene qualche purista della band inglese storca un po’ il naso. Il carismatico Jonathan Davis è autore di un’ottima prova vocale e raccoglie l’immancabile ovazione quando suona le cornamuse su “Shoots And Ladders”. Con “Got The Life” e “Blind” si conclude il loro set. Gusti a parte, i Korn stasera hanno fatto un gran concerto, senza sbavare ne esagerare e mantenendo un atteggiamento impegnato e professionale; giusto per essere, diciamo così “adottati” dal Metalcamp a tutti gli effetti, anche dai Defender della Nicchia.

 

MUNICIPAL WASTE

Rimangono solo i Municipal Waste a distruggere tutto dal palco più piccolo. Devastanti, i suoni delle chitarre sono taglienti ed aggressivi e non lasciano scampo a nessuno. L’approccio è esasperato e costantemente incalzante. C’è un attitudine festaiola di stampo punk nel loro modo di porsi: delirante, tutto ora senza riserve, senza considerazione per il domani. Una commistione di thrash e punk in cui poco importa, in fondo, della pulizia esecutiva o della ricercatezza compositiva. Gli assoli sono pochi e spesso evitabili, non aggiungono di fatto nulla ai brani. Il suono del basso è sporchissimo come a sottolineare che la cosa importante è che suoni e spacchi e che loro non perdano tempo a raffinare certi dettagli. I pezzi sono brevi, diretti e quando uno è finito diventa subito dimenticato e l’appetito famelico si sposta verso quello successivo. “The Art Of Partying” e “Beer Pressure” vedono un buon coinvolgimento di pubblico anche se a tratti la stanchezza della giornata si fa sentire tra le fila dei presenti e ad esempio su “Toxic Revolution” la tensione si sente solo nelle prime file. Di dubbio umorismo le battute che lo scatenato frontman Tony Foresta continuamente sforna per introdurre le canzoni, ma anche in questo caso l’importante è esclusivamente spaccare, per cui detta la battuta (capita spesso solo da loro) ce ne si dimentica subito e si parte con un altro riff devastante. Davvero una gran prova di violenza ed ignoranza che si suggella degnamente col coro: “Municipal Waste is gonna fuck you up!” sul finale prolungato della conclusiva “Born To Party”.

 

GIORNO IV – Giovedì 9 Agosto 2012

Un altro giorno ancora, e ancora non è l’ultimo. Fantastico questo pensiero. Così, semplice: sveglia, birra, birra, pranzo godereccio, birra, birra, spiaggia, birra, birra, concerti, vino con le pesche, concerti, vino con le pesche, concerti, slivovica, slivovica… ciao. Ormai il ritmo è quasi rilassato e ripensiamo a che razza di sbattimento si sono fatti quelli che hanno deciso di attaccare il Wacken Open Air al Metalcamp. Già perché sono tanti, a quanto pare. Ne abbiamo incontrati parecchi. La scelta di fissare il Metalcamp appena 24 ore dopo la fine del W:O:A ci era sembrata un attimo azzardata, visto soprattutto la distanza che separa le due location, a detta di google maps ben 1.263 chilometri. Peraltro, apprendiamo solo dai sopravvissuti del festival teutonico che è stato un disastro sul profilo meteorologico e che la pioggia l’ha fatta da padrona. Quindi, ettari di fango. Qui, questi metal-profughi trovano sicuramente sollievo, ma il viaggio deve essere stata un’impresa. Ci fa piacere notare che però in tanti hanno fatto questa scelta coraggiosa, anche se non tutti sono arrivati puntuali con l’apertura dei battenti in terra slovena. E ci fa piacere che il Metalcamp non abbia subito minimamente l’effetto concorrenza del fratellone germanico. Qui infatti siamo al sold out. Per noi che vi offriamo questo report si tratta della prima assenza dal W:O:A in 8 anni, noi non abbiamo fatto la scelta coraggiosa, e in un certo senso ci è andata bene. La cosa che forse ci dispiaceva di più era non incontrare persone e colleghi che abbiamo conosciuto anno dopo anno. Ci ha fatto quindi piacere quando una coppia di amici scandinavi ci ha raggiunto in Slovenia. Loro la scelta coraggiosa l’hanno fatta. Incontrarsi ogni anno in un determinato contesto è una cosa che aggiunge valore all’esperienza di un festival. Naturalmente la cosa è possibile se il festival vale e vale la pena tornarci, altrimenti poi ognuno va per la sua strada e non ci si vede più, ma constatare come le amicizie si creano e si consolidano col passare degli anni e delle edizioni del Metalcamp (in questo caso) dona una sensazione positiva e gratificante. E così con questi due vichinghi siamo passati dal rivolgerci per caso la parola sotto la press tent nel 2008 ad incontrarli a Milano e oggi a condividere un lauto pasto presso l’ottima cucina della Penzion Šterk a Most Na Soči, in una splendida cornice naturalistica). Ok tempo di tirare un sonoro rutto e rotolare verso la spiaggia prima di riempirci di musica anche oggi.

GRAND MAGUS

Il sole è ancora alto quando i Grand Magus prendono possesso del palco e ciò fa sì che molti se li perdano, più presi forse a rinfrescarsi al fiume (fa un bel caldo) o a riprendersi dalla sera prima. E per loro è una gran perdita perché gli svedesi fanno faville. Forte di brani rocciosi, di facile presa ma non scontati, il power trio snocciola una cannonata dopo l’altra. Niente ricami e fronzoli, niente discorsoni: la musica prima di tutto. Il sound è grezzo ed efficace, un po’ retrò forse ma dannatamente accattivante e trascinante. Meriterebbero sicuramente più risalto nel panorama attuale. Una band che rende molto bene in sede live forse più che su disco, proprio per un attitudine dei pezzi a valorizzarsi della sporca potenza di un impianto outdoor, oltre che dei musicisti dall’aspetto quasi da biker che di produzioni raffinate possono farne volentieri a meno. Peccato per i pochi presenti che per altro nemmeno si entusiasmano particolarmente.

 

KORPIKLAANI

Il numeroso pubblico accorso a vedere i Korpiklaani non rispecchia purtroppo il valore della performance. Certo c’è tanta voglia di saltare e ballare e con una bella dose di alcol in corpo, l’attenzione per lo spettacolo può anche andare a quel paese, però la prestazione dei finnici è piuttosto scadente. E’ ovvio che di alcol ne hanno in corpo parecchio pure loro e se la cosa negli anni ha attirato diverse simpatie nei loro confronti, quando in occasioni come quella attuale finisce per inficiare la prova del palco, allora diventa discutibile se non un vero e proprio problema. Non è che commettano errori clamorosi, giusto qualche sporca imprecisione, ma alcune scenette specie sul finale dove Jonne Järvelä si lascia cadere o addirittura esce di scena, sono decisamente evitabili. Il confine tra essere divertenti e simpatici (oltre che alcolizzati) e sbracare nel cattivo gusto è qui superato. Comunque incassano la loro dose di applausi e acclamazioni. La formuletta funziona ancora, per quanto non si sa, ma in molti oggi ancora si sono divertiti. Anche la scaletta, suonata spesso a velocità inutilmente elevate, non fa altro che privilegiare quei pezzi facili e impostati alla “party band attitude”. E allora buttiamo giù un’altra Vodka e che casino sia.

 

EDGUY

A posteriori c’è da domandarsi perché gli Edguy abbiano deciso di venire a Tolmin a suonare. Sono una band che sa fare spettacolo, il loro istrionico ed indiscusso leader si crogiola spesso in magnificenti produzioni di palco. Eppure oggi paiono proprio essere qui per sbaglio. Come se li avesse costretti qualcuno, come se avessero da pagare una scommessa persa. Gli elementi che generano questa sensazione sono diversi e alcuni possono in effetti dare parte delle spiegazioni, altri no. Come lo stesso Tobias Sammet afferma (e ribadisce diverse volte) durante lo show a Wacken di pochi giorni prima si è preso una storta e i postumi di tale grave incidente non gli permettono di saltellare come un capriolo in giro per il palco. Ecco, possiamo certo capire che sia un ostacolo e che magari gli faccia pure male davvero ma non si può condizionare un concerto su questo. Oltre al cattivo gusto di ricordarci ogni 5 minuti che se potesse muoversi liberamente nulla sul pianeta saprebbe resistere al suo fascino circense, alcuni brani del set sono modificati e omettono alcuni assoli o riprese di strofe e ritornelli, come per accorciarne la durata. Inoltre gli intermezzi parlati si fanno lunghi nonché inutili. Ciliegina sulla torta già al terzo brano siamo al momento “coro di destra contro coro di sinistra” che ritorna poi altre volte per un effetto che passa dallo scontato al monotono. Sembra che tutto sia mirato a suonare il meno possibile, al minor sforzo. Strano, eravamo abituati a degli Edguy diversi, sfarzosi, intensi. Speriamo si tratti solo di una defiance estemporanea.

 

AMON AMARTH

I vichinghi fanno le cose in grande, il loro show da headliner è attesissimo e il pubblico numerosissimo. Per l’occasione hanno non uno, ma due teloni enormi con delle splendide raffigurazioni epiche, dalle tonalità marcate, rosso il primo, che riprende la copertina dell’ultimo album “Surtur Rising”, blu il secondo. Con un buon uso delle luci, queste scenografie aiutano a contestualizzare perfettamente la musica degli Amon Amarth. Anche l’utilizzo di fuochi e botti è efficace e ben studiato. In realtà è quasi tutto perfetto, saldamente affrancato all’olimpo del genere, la band concentra bene le energie con la sicurezza di chi non deve più annaspare nel duro campo di battaglia del mercato musicale underground. Lo show è forse uno dei loro migliori quest’anno. Marciano sicuri: tutte le mosse, le trovate ed ogni gesto sono studiate, provate e rodate a dovere. La lunga scaletta pure pare soddisfare i più. Le immancabili “Death In Fire”, “Runes To My Memory”, “Pursuit Of Vikings”, “Asator”, “Guardians Of Asgaard”, “The Fate Of Norns” arrivano puntuali così come viene dato spazio alle canzoni dell’ultimo album come l’opener “War Of The Gods” o “For Victory Or Death”. Ed è forse qui l’unico punto in cui si incrina un po’ un quadro così perfetto. Le composizioni più recenti sono carenti di anima, e questo si sa da quando sono state pubblicate, ma la sensazione è che in fondo il rischio sia che si perda anche parte dell’anima della band. Speriamo di sbagliarci, sarebbe un peccato se tutta questa ultra professionale macchina da spettacolo finisse per diventare un eccezionale guscio vuoto. Ad ogni modo sono solo speculazioni, la realtà è che il successo che riscuotono è plenario e meritato. Unica considerazione che ci facciamo da tempo ma che pare non tangere nè i fan nè gli stessi Amon Amarth: ma perché l’assolo di “Twilight Of The Thunder God” è sempre eseguito un tono sfasato? Mah… ordini diretti di Odino probabilmente.

 

MILKING THE GOATMACHINE

L’area principale pare svuotarsi ma noi rimaniamo un po’ per vedere dei fuori di testa… di capra. I Milking The Goatmachine sono una creatura musicale tutta sui generis. I componenti infatti, vestiti casual come se stessero andando a comprare le sigarette, indossano tutti una maschera da capra. Suonano una sorta di death-grind anche piuttosto aggressivo ma difficilmente riescono a farsi prendere sul serio. Canta il batterista, che spazia con buona disinvoltura tra growl più o meno profondi fino al pig squeal, e questo lascia ancora più in evidenza gli altri soggetti che invece di fare headbanging scuotono semplicemente il capo provocando la vibrazione ridicola delle orecchie delle maschere. Difficile dare un giudizio musicale, non perché non siano bravi a svolgere il loro compito, quanto per il fatto che l’aspetto estetico dello show ha sicuramente una rilevanza particolare. Sono schizoidi, incalzanti ed irriverenti, la loro stramberia catalizza l’attenzione e mette in secondo piano la resa reale delle composizioni, quando non sono cover. L’aspetto che musicalmente emerge di più è una notevole potenza di suono che conferisce a quelle maschere una grottesca ambiguità che contrappone goliardia e sarcasmo con cattiveria e durezza. Simpatico siparietto la comparsa di Doctor Wolf per la song “Here Comes Uncle Wolf”, altro personaggio mascherato, da lupo ovviamente, che salta e balla sul palco, inutile di fatto ma coerente con la delirante proposta del gruppo. Da vedere. Spiazzanti.

 

SEPTICFLESH

Autori di una delle performance più intense di tutto il festival, i greci Septicflesh annichiliscono letteralmente il pubblico del Metalcamp con una manciata di tracce intense ed infernali come solo una band d’avanguardia come la loro può fare. I suoni decisamente buoni, per non dire ottimi, indubbiamente danno una grossa mano alla formazione ellenica già di suo molto precisa nel riproporre dal vivo il proprio repertorio. Capolavori come “The Great Mass Of Death”, “Anubi”, “Oceans Of Grey” e “Pyramid God” mescolano sapientemente velocità considerevoli con melodie ricche di pathos, il cui gusto vagamente “esotico” rimanda a qualche soluzione dei Nile. I Septicflesh riescono ad essere altrettanto intensi, se non di più, dato che l’uso massiccio di synth e la più controllata brutalità, in parte scremata in partenza nel DNA del genere, fanno sì che l’impatto emotivo dello show sia dei più alti. Non una band da pogo, assolutamente, ma che sa sicuramente coinvolgere i presenti, creando un’atmosfera che definire elettrica è poco. Uno di quei concerti in cui sentire uscire dalle casse la famigerata frase “Questo è l’ultimo pezzo!” procura un grande dispiacere. Dovrebbero essere tutti così. Bravissimi!

 

HELL

Mentre lo show degli Amon Amarth ha inizio, una losca scenografia s’impossessa del Second Stage! Intravediamo Andy Sneap, uno dei più famosi produttori degli ultimi 15 anni, aggirarsi per il palco un po’ agitato e tutto pittato per l’occasione. Dopo alcuni problemi tecnici gli Hell iniziano il loro show ed è subito tutto impeccabile, dai suoni davvero granitici delle chitarre, ai cori ricchi di pathos fino al vero e proprio numero uno della band, il vocalist David Bower che è riuscito a dare un nuovo smalto alle vecchie composizioni e regalare al pubblico presente una prestazione indimenticabile. Più adatto alle trame di un musical che al ruolo di frontman di un gruppo heavy metal, Bower fin dalle prime note tratte dalla storia degli Hell (nati negli anni 80, in piena NWOBHM ma che per via del decesso del singer, solo ora, grazie all’interessamento di Sneap, sono tornati e hanno finalmente pubblicato il primo album “Human Remains”) dimostra una voce fuori dal comune, accostabile solo al King Diamond più epico e teatrale . Le canzoni vivono di luce propria in ogni piccola sfumatura, ma gli Hell si dimostrano una band a tutti gli effetti con movimenti perfetti e un’esperienza, anche grazie all’ultimo europeo con gli Accept, in netta evidenza. I cavalli di battaglia “Deathsquad” e “On Earth As It Is In Hell” risuonano a gran voce, assistiti dal pubblico sloveno occorso in massa per vedere questa leggenda all’opera. Promossi a pieni voti, una delle sorprese più gradite del Metalcamp 2012.

 

GIORNO V – Venerdì 10 Agosto 2012

Siamo giunti all’ultimo giorno di questa lunga vacanza all’insegna della musica e, più in generale, di tutto ciò che gira intorno all’heavy metal. Indimenticabile come ogni volta. Chissà l’anno prossimo cosa ci aspetterà: forse la stessa cosa, forse ci saranno delle differenze, forse addirittura due festival. Il che non sarebbe male, considerato come si sta bene da queste parti. Nel caso, saremo ben lieti di verificare le differenze e fare i debiti paragoni. Nel frattempo ci godiamo questa ultima e intensa giornata con la strana, quanto nota, sensazione di chi non è completamente consapevole che siamo veramente alla fine. Una delle caratteristiche del Metalcamp infatti è che, grazie a mille fattori quali alcol, relax e divertimento, si rischia di perdere un po’ la cognizione del tempo e può capitare di perdersi dei giorni per strada. Questo stato dell’essere porta anche a galleggiare sospesi nel tempo ,e se all’inizio è un continuo entusiasmo nel veder proseguire il festival giorno dopo giorno, alla fine si rischia di non realizzare che invece, come tutte le cose, ha anch’esso una fine. Per questo non ci pensiamo e viviamo anche questo venerdì come se non ci fosse un domani… o meglio, come se domani ci fosse ancora il Metalcamp, la spiaggia, la musica, la birra, le montagne, gli amici e tutte quelle mattate e follie che accompagnano eventi di questo calibro. Che vivamente speriamo di ritrovare tra dodici mesi.

 

SWALLOW THE SUN

Gli Swallow The Sun gettano un cupo vello doom sui monti sloveni. Nonostante l’esecuzione a tratti traballante l’effetto riesce e si respira un’atmosfera un po’ irreale che non annoia e che pian piano si stempera quando, procedendo nella setlist, i brani prendono più ritmo. I suoni sono convincenti e eccezionalmente nitidi, si distinguono perfettamente tutti gli strumenti per una piacevolezza d’ascolto come capita di rado. E’ ancora presto e forse una cornice più oscura sarebbe più adatta ma brano dopo brano l’ascoltatore va incontro al pathos del gruppo in modo quasi naturale. Facile lasciarsi affascinare, anche perché con lo scorrere delle tracce i brani diventano di più facile assimilazione. Il palco è tenuto in maniera coerente, senza eccessi di entusiasmo ma con mano sicura e determinazione, peccato solo per quei leggeri svarioni esecutivi a cui accennavamo prima, ma d’altra parte è più facile tenere alta l’adrenalina con sessioni ritmiche veloci che non accompagnare un ritmo lento che deve ipnotizzare, dove ogni indecisione anche minima è più esposta ad essere notata. Qualcuno si allontana dall’area concerti verso la metà dello show ma è un peccato perché invece la proposta degli Swallow The Sun, più meditativa e introspettiva rispetto alla media delle band di quest’anno, meritava di essere ascoltata per intero. Uno di quei casi in cui ripensandoci a posteriori scopri che ti è piaciuto più che sul momento, che ti è rimasto qualcosa.

 

PAIN

I Pain sono una creatura strana. Un po’ borderline per i canoni classici del metal, con la loro dose di industrial e il piglio che arriva talvolta a strizzare l’occhio ad un pop elettronico di ampio consumo. Il loro eclettico creatore nonché frontman Peter Tägtgren è un musicista creativo e un ottimo produttore ha da tempo concentrato in questo progetto molte delle energie di cui dispone, e forse per questa formula peculiare, i Pain o li si ama o difficilmente si sopportano a lungo. In un festival heavy metal ci stanno, ma gli sguardi critici ci sono sempre e anche oggi il nutrito pubblico osserva attento. L’atteggiamento di studio permane a lungo nei presenti e non si può parlare di pieno coinvolgimento. La band non parte benissimo e anche gli sforzi per interagire col pubblico sembrano minimi. Non è ben chiaro a cosa sia dovuto e il piglio di Peter potrebbe tradire qualche arrabbiatura o seccatura. La sua voce tra l’altro a volte scricchiola. Ce li ricordiamo ancora nel 2007 e allora le cose andarono decisamente meglio, sia per folla che per coinvolgimento. Allora fu un vero spettacolo, ma stasera manca anima. Verso il finale qualche segno di miglioramento arriva grazie anche all’azione degli scudieri di Sie Peter che ci mettono del loro. Su “On And On”, Michael Bohlin scende nel pit con la sua chitarra e suona praticamente a contatto col pubblico. Pare tra l’altro che si sia pure rotto un dito per fare questo numero ma ha retto come se niente fosse fino alla fine del concerto. Uno show quindi decisamente in salita per i Pain che, arrancando, riescono solo in parte a recuperare.

Setlist:
1. Crashed
2. Walking On Glass
3. I’m Going In
4. Monkey Business
5. Dirty Woman
6. Zombie Slam
7. Suicide Machine
8. It’s Only Them
9. Dancing With The Dead
10. The Great Pretender
11. On And On
12. Same Old Song
13. Shut Your Mouth

 

SABATON

Prima di lasciare le scene al main act della serata si tiene il consueto discorso degli organizzatori che oltre ai ringraziamenti di rito, ricordano le previste novità dell’anno prossimo: il MetalDays. In modo un po’ inaspettato e però molto compatto si leva un muro di fischi. Siamo un po’ tutti sorpresi, in fondo nessuno dice che non si farà niente, e a nulla valgono i tentativi di rassicurare il pubblico. Alla fine il microfono dell’impianto ha la meglio sui rumoreggiamenti di disapprovazione e salvata così, per il rotto della cuffia, la situazione si passa velocemente oltre. Fuoco alle polveri!
Qualcuno obietta che il ruolo di headliner principali del festival in quest’ultimo giorno è un po’ troppo per i Sabaton, ma invece calzano a pennello. Gli svedesi sono sulla cresta dell’onda e al culmine del successo ed è giusto che si prendano lo spazio che meritano. La formazione è stata cambiata sensibilmente con l’introduzione di Robban Bäck alle pelli, Thobbe Englund e Chris Rörland alle chitarre ma nel corso del lungo tour che li vede impegnati per tutto il globo hanno avuto modo di fondersi egregiamente nella band eoffrono una gran prova. Decisamente migliorato quindi l’aspetto esecutivo. Siamo subito sugli scudi e all’assalto adrenalinico, in un tripudio di suoni potenti e avvolgenti e luci sontuose. Se c’è una cosa che i Sabaton riescono a fare bene è coinvolgere. Joakim Brodén, con la sua timbrica inconfondibile e dall’intonatura traballante è un frontman perfetto. Le sue battute spesso autoironiche creano un mood di familiarità immediata tra band e pubblico e così si scherza sull’incidente che ha avuto coi pantaloni l’ultima volta che la band ha suonato nella capitale slovena e che l’ha visto rimanere letteralmente in mutande. Per passare poi a canzoni d’impatto e dalle melodie power travolgenti cantate in coro da molti dei presenti “40:1”, “Ghost Division”, “Cliffs Of Gallipoli” e anche la splendida ballad “The Price Of A Mile” sono a tutti gli effetti delle hit irresistibili e così tra lattine scolate in un fiato e relativa ovazione e storie belliche con migliaia di morti ammazzati, rutti a pieno impianto e intensi brani sull’onore e il valore dell’uomo sul campo di battaglia, i cori si trasformano da Sa-ba-ton a Noch-ein-bier (“ancora una birra” NdA). Se la ride il pubblico e se la ridono sul palco: è una vera festa. I fuochi di scena arricchiscono degnamente la coreografia. C’è un non so ché di vincente in questa band. Hanno benzina e non la risparmiano. Avanti così! Finché ce n’è: viva il Re… Carolus Rex ovviamente!

 

TROLLFEST

Siamo alla chiusura finale sul palco principale e il compito è affidato ai simpatici e strampalati Trollfest. La folk metal band si è costruita ormai la fama di allegro carrozzone ad alto tenore alcolico ed in effetti pare calzare alla perfezione in una cornice così rustica come quella del Metalcamp. Già si sono conquistati sul campo, anzi sulla spiaggia, la simpatia di molti grazie alla loro gig acustica, e in molti quindi si trattengono per il loro show. L’apparizione sul palco è molto pittoresca con i Nostri camuffati da grosse api, chiaro richiamo alla copertina dell’ultimo “Brumblebassen”. Tutto quadra alla perfezione, la risata è pronta e la voglia di fare ancora quattro salti in allegria è innescata. Poi inizia la musica. Rimaniamo un po’ interdetti. Sono troppo ubriachi? Sono troppo ubriachi i fonici? Siamo troppo ubriachi noi? Non si capisce quasi niente. Proviamo a spostarci ma i suoni rimangono confusi, vanno a velocità folle e il frullato di note e rumori percussivi è difficilmente intellegibile. Una vera baraonda. Qualcuno pare divertito ma altri lasciano l’aera. La voce di Jostein Austvik è gracchiante al limite del fastidioso e le melodie portanti si perdono in un ronzare isterico. Proprio come in un alveare.

 

FROM THE DEPTH

Sul second stage si esibiscono i nostrani From the Depth, band di Parma che sul palco del Metalcamp ci propone una performance power di tutto rispetto. Aprono lo show con la coinvolgente “Our Music, Our Souls” e con grinta e professionalità, Raffaele “Raffo” Albanese e soci tengono il palco con carisma e mestiere. Una buona proposta sicuramente con un buon margine di miglioramento. La band ha buon gusto e un buon groove e propone con estrema disinvoltura brani del loro repertorio dal nuovo lavoro “Back To Life” e delle cover come “Metal Gods” dei Judas Priest e la celeberrima “Black Diamond” degli Stratovarius quasi in chiusura di show. Certamente il loro show è stato fortemente penalizzato dai suoni non all’altezza, dai ritardi del second stage e dall’infausta posizione in scaletta in concomitanza con lo show degli attesissimi headliner della giornata: i Sabaton, ma come si suol dire “the show must go on” e i nostri non si sono fatti scoraggiare accattivandosi timidamente il pubblico, in gran parte italiano, presente per loro. Sicuramente una band interessante da rivedere in condizioni migliori.

Set list:
1. Our Music, Our Souls
2. Live For Today
3. Metal Gods (Judas Priest)
4. You Just Have To Fly
5. Don’t Forget Who You Are
6. The Will To Be The Flame
7. Black Diamond (Stratovarius)
8. Nothing To You

 

NOCTIFERIA

La conclusione definitiva del festival è in mano ai Noctiferia, formazione metalcore autoctona, stupefacente per aggressività e suoni. Nonostante gli ultimi headliner siano già sul tourbus, lo staff ancora lavora con risultati strabilianti: non un fruscio fuori posto, non una sovrapposizione di frequenza, nessuna sbavatura. Volume altissimo e definizione accurata. Una cura maniacale per ogni aspetto dello spettacolo che ancora per un po’ fa dimenticare di essere all’epilogo del Metalcamp. L’assalto all’arma bianca portato avanti dalla band slovena è senza quartiere, senza riserve. Il frontman Gianni Poposki tiene egregiamente il palco sfoderando una ferocia vocale veramente profonda e potente. Anche il lavoro di luci è elaborato e ricco. Da segnalare nelle file della band alla chitarra Roman Files, membro della defunta organizzazione originale del Metalcamp e che dall’anno prossimo si occuperà del MetalDays. Non è nostra intenzione insinuare maliziosi sottintesi, è solo una nota che contribuisce a spiegare la convinzione e il coinvolgimento di un’esecuzione di primissimo livello posta non a caso come ultima band di un’era del festival sloveno per eccellenza.

 

Il pensiero che la maggior parte dei metalheads condivide circa questo festival, a cui ci associamo appieno, crediamo sia espresso attraverso la risposta “definitiva” di un ragazzo del pubblico ad una domanda di un intervistatore: “Se avessi la possibilità di andare ad un solo festival heavy metal al mondo, quello sarebbe il Metalcamp.”

 

 

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