13/05/2012 - Metallica + Machine Head + Gojira @ Stadio Friuli - Udine

Pubblicato il 17/05/2012 da

Introduzione a cura di Andrea Raffaldini
Report a cura di Emilio Cortese, Andrea Raffaldini e Daniela Pase

Che piaccia o meno, l’avvento dei Metallica sul suolo italico è sempre un evento di prim’ordine, in grado di attirare decine di migliaia di fan. La location di Udine, pur non potendo definirsi comoda per chi non vive nel nord Italia, ha offerto un servizio funzionale e discretamente organizzato. Lo stadio Friuli vedrà un costante fluire di persone che, sin dall’apertura dei cancelli, non accennerà a diminuire per tutta la giornata. Nel momento di massima pienezza, una folla fitta e compatta ha riempito il prato e popolato le gradinate, con tutti pronti ad accogliere e supportare le tre formazioni presenti in scaletta. Non fosse stato per l’ingorgo colossale che, a concerto terminato, ha tenuto ferme per ore le macchine per le vie conducenti al casello autostradale, si sarebbe potuto gridare al miracolo per la funzionalità del carrozzone organizzativo…

 

 

GOJIRA
Suonare come band di apertura a un concerto del genere è, da un lato, certamente una bella voce da aggiungere al Curriculum Vitae – già di tutto rispetto – per una band come i Gojira. L’impressione però è che la sfortuna non abbia dato loro occasione di mettersi in mostra per tutte le loro indiscusse qualità, causa soprattutto dei suoni ampiamente penalizzanti. I death/thrasher francesi calcano il palco dello stadio Friuli annunciando di aver avuto qualche problema con il tourbus, come a volersi scusare in anticipo di qualche imperfezione. E’ evidente sin da subito, infatti, che il loro soundcheck avviene durante la opening track della performance: “Ouroborus”. Il pubblico sta continuando ad arrivare, riempiendo sempre di più gli spalti e il prato, quando “The Heaviest Matter Of The Universe” irrompe costringendo quantomeno le prime file (forse le uniche a capire qualcosa dai suoni ancora decisamente confusi e ovattati) a scapocciare al ritmo martellante e pieno di groove del sound dei Nostri. E’ il turno della fantastica “Backbone”, una canzone che fortunatamente non manca mai dalle setlist dei Gojira, seguita poi da “Love”, il brano più datato della loro scaletta, pezzi che scaldano l’atmosfera con il loro incedere adrenalinico e trascinante. “Flying Whales” chiude una performance resa – crediamo – incomprensibile ai più per colpa di suoni decifrabili soltanto per le prime file. Un peccato, perché Mario Duplantier dietro alle pelli, chirurgico e marziale come di consueto, è stato il miglior batterista di giornata.
(Emilio Cortese)

Setlist:
Ouroborus
The Heaviest Matter Of The Universe
Backbone
Love
Flying Whales

 

MACHINE HEAD
Dopo l’apripista belligerante dei Gojira, apprezzato particolarmente dal precoce pubblico sottopalco, fanno il loro ingresso senza mediazioni e poderosi i Machine Head. Rispetto ai francesi, il gruppo di Oakland gode di suoni migliorati, seppur perfettibili perché ancora impastati e a larghi tratti confusi. Si parte subito arroganti e maestosi con la cadenzata e ruggente “I Am Hell” e con “Be Still And Know”, che impatta rovinosamente, a tratti violenta e a tratti decelerata. La libertà stilistica del gruppo ci assicura un promettente inizio serata e la carica e la decisione dimostrano la volontà dei Nostri a non voler lesinare nemmeno una goccia di sudore, come esalazione estrema di una musica energetica. Nonostante la voce solista venga quasi del tutto immolata al muro sonoro, si percepisce graffiante e furiosa per tutto lo show. Con “Beautiful Morning” e “Locust” si alza la temperatura, pur risultando quest’ultima canzone non particolarmente sorprendente. Peccato per la resa sonora, che ancora non subisce quegli aggiustamenti in itinere che tutti si augurano, e costringe continuamente ad un ascolto ad orecchie tese. Si prosegue con “Aesthetics Of Hate” e una coinvolgente “Darkness Within”, che ci riserva una performance di chitarra solista incrementalmente passionale tanto da riuscire a far nascere i cori. “Who We Are” ed “Halo” chiudono degnamente un concerto durato soltanto un’oretta, ma caratterizzato da una performance-shock, di vero impatto ed intensità. La resurrezione dei Machine Head può dirsi compiuta, tanto che gli oltre trentamila presenti hanno tributato i loro idoli con cori e applausi. Va detto che la differenza di suoni rispetto agli headliner è balzata nettamente all’attenzione di tutti: l’introduzione dei Machine Head, con un po’ di accuratezza sonora in più, avrebbe fatto conoscere meglio ed apprezzare anche ai cultori del metal più puro il loro stile originale ed inedito nel contaminare elementi epici, thrash e parti classiche.
(Andrea Raffaldini e Daniela Pase)

Setlist:
I Am Hell (Sonata in C#)
Be Still and Know
Imperium
Beautiful Mourning
Locust
Aesthetics of Hate
Darkness Within
Who We Are
Halo

 

METALLICA
Scoppia il boato quando le luci dello stadio Friuli si spengono. L’attesa è quasi al termine, ma per scaldare la folla oceanica di presenti vengono chiamati in causa niente meno che gli Ac/Dc con la loro “It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock’n’Roll)”, sparata a tutto volume nelle potenti casse. I megaschermi laterali finalmente si accendono per proiettare l’immancabile estratto dal film “Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo”, mentre “The Ecstasy Of Gold” firmata Ennio Morricone risuona per tutto lo stadio, amplificata dai cori del pubblico. Durante l’esecuzione, due furgoni neri parcheggiano appena dietro al palco, i Cavalieri del Fulmine arrivano pochi secondi prima di iniziare il loro show. “Hit The Lights”, spesso presente come esordio in ogni concerto dei Metallica, dà inizio ai giochi, senza alcuna presentazione di sorta. Il thrash metal dei Metallica fa sempre scuola ed un mare di mani si alza al cielo per supportare al meglio James Hetfield e compagni. Va subito detto che finalmente i suoni sono all’altezza, più puliti e comprensibili rispetto ai due support act. L’impatto si trasforma in rovinoso con la famosa e amatissima “Master Of Puppets”, che si abbatte sul fiume di gente ormai in piena d’entusiasmo. Il pezzo viene cantato senza la provocazione preferita da Hetfield, “Dedicated to / how I’m fuckin’ you”. Kirk Hammett commette qualche lieve errore, ma nulla di irreparabile, mentre Lars Ulrich si dimostra in discreta forma dietro le pelli, senza fare miracoli ma nemmeno danni irreversibili. I ritmi e la febbre già alti esplodono con “Fuel”: ormai non è permesso più ad alcuno di non ballare. Si ritorna indietro nel lontano 1984 con “For Whom The Bell Tolls” e l’attenzione della platea surriscaldata si polarizza ora sull’inquadratura e sulla performance del bassista, Robert Trujillo, come ad invitare ad un confronto con lo storico Cliff Burton nella suonata distorta a chitarra acustica. James Hetfield è in piena forma, sembra quasi giocare a fare il ragazzino, Hammett rimane di sovente in secondo piano, al contrario di un Robert Trujillo che non manca di divertire con le sue camminate scimmiesche. Il calo di adrenalina va a preparare la scena alla meno nota “Hell And Back”, del recentissimo “Beyond Magnetic”, che passa, nonostante l’incastro fra dei veri classici, piuttosto indifferente. Il momento tanto atteso è arrivato: sui megaschermi viene proiettato un breve documentario che ci riporta al 1991, anno di uscita del Black Album, il più grande successo commerciale composto dalla band di San Francisco qui riproposto nella sua interezza, ma in ordine inverso di scaletta. Con “The Struggle Within”, Hetfield scalda il pubblico, prima di una superba versione di “My Friend Of Misery”. Rob Trujillo svolge bene il compito, ma nulla a che vedere con il pathos che il mai dimenticato Jason Newsted riusciva a imprimere durante il giro di basso di questo grande brano. Migliaia di accendini fanno da suggestivo sottofondo durante l’esecuzione della ballata “Nothing Else Matters”, classicone sentito fino allo sfinimento, ma sempre toccante e coinvolgente in versione live. La coppia formata da “Wherever I May Roam” e “The Unforgiven” arriva al cuore ed è sempre emozionante vedere Hetfield alternarsi tra chitarra acustica ed elettrica con maestria. Il finale non poteva che essere affidato alle due hit del disco, per prima “Sad But True”, violenta e marziale. Ulrich commette qualche sbavatura, ma ci pensano le due chitarre a mantenere potente il muro sonoro costruito nota dopo nota. Per far cantare a squarciagola i presenti serve invece “Enter Sandman”, il primo singolo estratto dal Black Album, che riesce sempre a coinvolgere chiunque l’ascolti. Il bis finale vede fiamme e fuochi artificiali alzarsi dallo stadio verso il cielo. Si parte con “Battery”, tirata ed essenziale, mentre con “One” ritroviamo i Metallica più tecnici ed intensi di “…And Justice For All”. Finale quasi scontato, “Seek And Destroy” ci dona gli ultimi minuti di adrenalina, tra fuochi d’artificio e grossi palloni di plastica lanciati sulla folla. James Hetfield saluta il pubblico, in modo fin troppo ruffiano a suon di ‘You’re the Metallica family’ e ‘Metallica loves you’. Le luci si spengono e il Friuli piano piano si svuota, lasciando una scia di bicchieri di birra, carte, sudore e soprattutto ricordi di un altro grande show da parte di una formazione che, nonostante gli anni, possiede ancora una carica letale di energia.
(Andrea Raffaldini e Daniela Pase)

Setlist:
The Ecstasy Of Gold (Ennio Morricone)
Hit The Lights
Master Of Puppets
Fuel
For Whom The Bell Tolls
Hell And Back
The Struggle Within
My Friend Of Misery
The God That Failed
Of Wolf And Man
Nothing Else Matters
Through The Never
Don’t Tread On Me
Wherever I May Roam
The Unforgiven
Holier Than Thou
Sad But True
Enter Sandman
Battery
One
Seek And Destroy

 


15 commenti
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