23/11/2016 - RINGWORM + HIEROPHANT + POISON HEADACHE @ Lo-Fi - Milano

Pubblicato il 03/12/2016 da

Report a cura di Giovanni Mascherpa

Tour come quello che vede coinvolti Ringworm, Hierophant e Poison Headache sono il cardine dello scenario underground internazionale. Band con un seguito tutt’altro che oceanico, supportate da una fascia ristretta di avventori di musica estrema, che al di là delle differenze contenutistiche fanno della grande energia e della foga esecutiva un tratto comune, quello che gli permette di condividere il palco in modo logico e naturale per due settimane abbondanti a zonzo per l’Europa. Le venue interessate sono medio-piccole, quello che serve per creare un clima denso ed elettrizzante per delle performance affrontate di pancia e non col ragionamento. Prevedibilmente, un trio del genere, di mercoledì sera e in zona periferica di Milano, non richiama una folla festante. A occhio ci saranno una cinquantina di spettatori all’interno del Lo-Fi, situazione non nuova da queste parti. Poco male, sappiamo di essere nel posto giusto per goderci una serata di gratificante violenza spensierata e, quando usciremo dal locale poco dopo la mezzanotte, ci accorgeremo di aver speso bene il nostro tempo.

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POISON HEADACHE

Esordiente a marzo su Metal Blade con il primo album omonimo, il terzetto capitanato dall’ex-As I Lay Dying Phil Sgrosso non ha da offrire materiale maturato grazie a un’ispirazione scintillante o posseduto da vistosa originalità. Sa però sacrificare tutto se stesso in nome del rumore e della furia cieca e, su questi presupposti, costruisce un set breve e intenso. L’impianto del locale è già tirato a lucido, gli ampli che circondano i musicisti fanno il loro sporco lavoro e non ci mettiamo molto a essere scossi nelle viscere dalle martellate elargite copiosamente dalle due chitarre. Manca il basso, ma non se ne sente il bisogno. I riff si accumulano e si sbrecciano l’uno a contatto dell’altro, pochi e sconvolti, resi più interessanti dal drumming punkeggiante, che dona quel tocco di imprevedibilità necessario a non tramutare l’esibizione in un’unica, lunga tirata di chitarre-motosega e batteria adoperata come una mitragliatrice. Crust/punk e hardcore metal di ultima generazione si mescolano al thrash più turpe, i doppi vocalizzi non lasciano tempo di rifiatare e, avendo pure le voci un minimo di varietà emotiva, ogni pezzo in scaletta può distinguersi nettamente dall’altro. Piace un certo afflato sludge/doom permeante i momenti più heavy, aspetto partendo dal quale, in futuro, i Poison Headache potranno architettare evoluzioni interessanti. Se le presenze in sala fossero maggiori si accenderebbe anche un pogo di tutto rispetto: così non è e gli astanti restano piuttosto compassati, ma di questo al gruppo non si può dare alcuna colpa.

HIEROPHANT

Un leggero avanzamento delle ‘truppe’ verso lo stage e il fluire di qualche persona in più verso il palco fa intendere che per gli Hierophant ci sia un minimo di attesa. In corrispondenza del passaggio in Season Of Mist il quartetto romagnolo ha affilato ulteriormente le armi, ingrassando le chitarre e appesantendo le ritmiche fino a sfociare nel death metal rugginoso, limaccioso, ma ancora scattante, oggi rappresentante il tratto più accentuato del suo repertorio. La trasversalità fra death, grind, hardcore, d-beat restituisce l’impressione che da un momento all’altro un andamento fangoso e marcescente si trasformi in una saettata implacabile, gli strumenti detonino in una babele incontrollata, dopo essersi trascinati rigonfi e disdicevoli nel malessere. Lo show è confezionato per togliere il sorriso e creare angoscia, si scapoccia di gusto, ma si rimane soprattutto interdetti per il carico di negatività emanato. Il rimpasto in line-up non ha lasciato punti deboli neanche dal vivo, con Lorenzo Gulminelli intento a esplorare registri vocali vischiosi, abbruttiti, nelle profondità dei propri Inferi interiori. Nel ruolo di frontman, Gulminelli è a completo agio, capelli persistentemente a coprirgli il volto aizza gli animi e chiama a raccolta i convenuti, ergendosi a guida nel mondo derelitto, in decomposizione, narrato da “Mass Grave”. Pur attingendo a sonorità ‘classiche’, gli Hierophant hanno modellato uno stile proprio, che passa da una brutalità morbosa di scuola Incantation a bastonamenti accattivanti vicini ai Tragedy, con pari credibilità e collezionando riff veramente splendidi e una corpulenza dell’insieme che non teme confronti con le entità più celebrate del settore. Solo mezz’ora per loro, di quelle che si fanno ricordare e lasciano l’impressione di un gruppo nel pieno della maturità.

RINGWORM

Dicevamo nell’introduzione di quanto un concerto del genere rappresenti il cuore pulsante dell’underground. Andando ancora più nel dettaglio, affermiamo che siano manipoli di adorabili bastardi come i Ringworm a far sopravvivere la scena legata a suoni sporchi e contundenti, quando le luci della ribalta sono lontane anni luce. Non si marcia a tappe più o meno forzate fra locali poco ‘cool’ per venticinque anni senza possedere un fuoco interiore che arde a dispetto di quanta legna lo alimenti, e non si arriva nel 2016 così in forma se non si ha addosso una fame di violenza senza quartiere fuori dal comune. La fama di gran picchiatori li precede e al Lo-Fi i Nostri la confermano in pieno, in una corsa verso l’abbruttimento condotta da gran signori. La capacità di sintesi non sfocia mai nell’approssimazione, il velenoso serpeggiare delle chitarre fa leva su volumi ai limiti della sopportazione e regala scudisciate magnifiche nella loro secca semplicità. Il rantolare fuori dagli schemi del basso di Ed Stephens permette ai pezzi di procedere secondo un senso ambiguo, spostando l’attenzione dalle scariche più isteriche a ondulamenti dinoccolati che viaggiano in piacevole antitesi al caos ordinato dominante. I Ringworm attaccano a scatti rapidi, mordono come cobra e fuggono disordinati, lasciando solo macerie al loro passaggio. James ‘Human Furnace’ Bulloch ondeggia con un piede sulle spie, preda della sua possessione rabbiosa, aggredisce con gli occhi e l’atteggiamento, un fascio di nervi pronto ad avventarcisi addosso. La voce regge bene l’intero concerto, fino all’insperato encore di “Iron Fist”, momento festoso a conclusione di una prestazione sboccata, efficacissima e crepitante del suono di una metropoli al collasso. Mille di queste notti, cari Ringworm!

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