12/11/2012 - Steve Vai @ Alcatraz - Milano

A cura di Raffaele ‘Salo’ Salomoni
Fotografie di Francesco Castaldo

Quattro mesi dopo la calata italica per il G3 in compagnia del fedele compagno Joe Satriani e di Steve Morse, Steve Vai ritorna da noi in veste solista per tre date che si concludono con quella dell’Alcatraz di Milano, dove ad attenderlo c’è un buon numero di fan in adorazione. Dopo la prova non particolarmente brillante offerta sul nuovo album “The Story Of Light”, in cui il chitarrista ha tradito qualche segno di stanchezza, in molti hanno voluto verificare di persona lo stato di forma di un artista a tutto tondo, che non ha mancato di stupire ancora una volta dopo più di trent’anni di onorata carriera. E tre ore piene di concerto sono segno di professionalità, di considerazione e amore per i fan…

 

STEVE VAI
Sono le nove in punto, la tensione sale e il pubblico accorso all’Alcatraz accoglie calorosamente Steve Vai e la sua band, in cui notiamo con piacere il ritorno di Philip Bynoe al basso e l’ingresso dell’arpista Deborah Henson-Conant. Una band dal livello musicale prevedibilmente stellare che accompagna uno Steve Vai a suo agio fin dall’inizio. Partiamo con “Racing The World” e scatta subito la sintonia tra lui e noi, coadiuvata dal primo splendido solo screziato da sweep picking stellari, tanto per mettere subito in chiaro le cose. La successiva “Velorum”, qui resa meglio che su disco, dà a Vai l’occasione di ballare sinuosamente come suo solito, anche se, a quanto dice, la colpa è dei pantaloni variopinti, che lo fanno sentire Prince. E’ il momento della spaziale “Building The Church”, eseguita su una Ibanez dotata di tamarrissime lucette blu in corrispondenza dei tasti, dove Steve si sbizzarrisce in un super solo, concludendo il pezzo con i suoi celebri giochi di armonici artificiali e feedback, mostrando la sua abilità nell’ammaestrare le frequenze. Un insolito Vai in versione comica ci accompagna per tutto il concerto, deliziandoci con la nuova bomba “Gravity Storm”, eseguita con perizia notevole, data la difficoltà esecutiva. Interessante il solo acustico del secondo chitarrista Dave Weiner, così come quello di arpa. La forza di Vai sta anche nell’aspetto visivo, e vederlo eseguire “The Moon And I” in modo così fisico ci permette di osservare le note, oltre che sentirle. Ma è nella parte finale del concerto che Vai ci coinvolge con tutti i mezzi a sua disposizione: una batteria portatile ed illuminata, definita ‘strap on’ dal drummer Jeremy Colson, una chitarra spaziale presa direttamente dalla copertina di “The Ultra Zone” ed un costume pieno di laser e led ci accompagnano alla parte finale dello show. Qui Steve, dopo quasi tre ore di musica ininterrotta, si lancia in un’idea divertente ed interessante: una jam dove due persone scelte a caso tra il pubblico (Martina e Gaia) hanno il ruolo di indicare ritmiche, giri di basso e melodie che la band andrà ad eseguire in un pezzo ovviamente inedito e cucinato per l’occasione. Il tempo per Vai di istruire la band sulla struttura e gli arrangiamenti del brano, ed ecco che il pezzo prende vita, tra lo stupore ed il divertimento del pubblico, che può constatare come una semplice melodia possa diventare qualcosa di magico, se messo nelle giuste mani. Mani che hanno appunto viaggiato per tre ore, regalandoci migliaia di note e numerose emozioni. Grazie Steve, ne avevamo bisogno.

 

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  • http://www.facebook.com/devu78 Francesco Castaldo

    E mettetele 2 foto… no? ;)