20/01/2010 - Stratovarius + Mystic Prophecy + Tracedawn @ Alcatraz - Milano

Report a cura di Matteo Cereda
Foto a cura di Milena Simonato


Gli Stratovarius ritornano finalmente in Italia dopo la dipartita di Timo Tolkki. Sono passati ormai due anni dalla rivoluzione con l’uscita del chitarrista fondatore, gli occhi sono dunque puntati sul successore Matias Kupiainen e su una band che, all’apice della propria carriera (periodo da "Vision" a "Infinite"), ha saputo regalare degli show di alto livello per tecnica, pulizia d’esecuzione e coinvolgimento. Il motivo del tour, ovvero la pubblicazione del nuovo e deludente album “Polaris”, rende le cose difficili, infatti è impossibile trascurare il fatto che la band scandinava vada in scena sul palco piccolo dell’Alcatraz di Milano, quando fino a pochi anni fa la location italiana degli Strato era il Pala Lido, ciò non toglie che l’affluenza di pubblico sia stata comunque discreta con le prime file monopolizzate dai ragazzi più giovani e seconde linee più eterogenee.

 

TRACEDAWN

Arriviamo nel locale meneghino, dribblando il traffico appena in tempo per sentire la parte finale dell’esibizione dei Tracedawn. La band finlandese propone un death melodico paragonabile ai Children Of Bodom. Al di là di una personalità artistica ancora acerba, il giovanissimo sestetto scandinavo mostra una buona perizia tecnica e anche le canzoni denotano un certo piglio. Le vocals alternano scream, growl e puliti con quest’ultimi non sempre precisi, mentre il mattatore della serata si dimostra il bassista Pekko Heikkila, un vero animale da palco, che si cimenta fra una canzone e l’altra in simpatiche battute nella nostra lingua.

 


MYSTIC PROPHECY

La serata continua con i ben più esperti Mystic Prophecy: la band tedesca propone un roccioso power metal con inserti thrash, sulla scia dei connazionali Brainstorm, ed è reduce dalla pubblicazione del suo sesto album a titolo “Fireangel”. La prestazione del quintetto di origine bavarese è formalmente positiva grazie ad un songwriting incisivo, forse un po’ banale e ripetitivo ma senza dubbio adatto alla dimensione live. La scena viene catturata dall’ottima coppia d’asce composta da Markus Pohl e Constantine, mentre il singer Liapakis, in possesso di una timbrica abrasiva, viene messo in secondo piano dall’equalizzazione al mixer. Il concerto dei Mystic Prophecy è prevedibilmente incentrato sui brani del nuovo “Fireangel”, dal quale vengono estratte “Across The Gates Of Hell”, “We Kill!! You Die!!” e “To The Devil I Pray”. Dopo una quarantina di minuti di power teutonico la band si congeda con una pazza versione di “Paranoid” (presente nel penultimo disco “Satanic Curses”), durante la quale saliranno sul palco anche i Tracedawn seminudi per la gioia delle ragazzine.

 


STRATOVARIUS

Il concerto degli Stratovarius si apre sulle note di “Destiny”, accolta con grande fragore da tutto il pubblico; partire con una canzone così alta e articolata potrebbe essere un’insidia per le corde vocali di Kotipelto, ed infatti il biondo cantante si dimostra ancora freddo, inceppando sui numerosi picchi del pezzo. Anche le successive “S.O.S.” e “Speed Of Light” ci mostrano una band ancora in rodaggio nonostante il gran calore dimostrato dal pubblico. Lo spettacolo comincia a prendere quota con una buona versione del classico “The Kiss Of Judas”, seguita dall’opener dell’ultimo “Polaris” che dal vivo si dimostra se non altro coinvolgente. Il nuovo chitarrista Matias Kupiainen appare ben inserito nella band  e a livello tecnico si dimostra preciso nell’interpretazione delle scale durante l’esecuzione dei vari solos. Piacevole la riproposizione del mid-tempo “A Milion Light Years Away”, come pure fa una bella figura la ballata “Winter Skies”, che si era già segnalata sull’ultimo disco come uno dei brani da salvare. Per aumentare la tensione del pubblico in leggero calo nelle ultime canzoni viene eseguita l’ottima “Phoenix”, in grado di scaldare gli animi prima del momento in cui il nuovo chitarrista Kupiainen – e soprattutto il bassista Lauri Porra – mostrano tutte le loro abilità tecniche in solitario, accennando anche la strumentale “Holy Lights”. Alla ripresa, archiviata una trascurabile “Forever Is Today”, un Kotipelto non impeccabile ma ripresosi dopo gli sbandamenti iniziali, si dà il via ad un trittico mozzafiato che manda in orbita il pubblico; vengono eseguite per la gioia dei presenti “Paradise”, “Twilight Symphony” e “Eagleheart”, con la quale la band si congeda per qualche minuto di pausa. Acclamati a gran voce dalla folla, gli Strato rientrano per i bis, eseguendo la ballata “Forever”, cantata come sempre a gran voce da tutti i presenti. Prima della chiusura definitiva Kotipelto annuncia ancora un paio di canzoni che rispondono al nome di “Father Time” e l’immancabile “Black Diamond”, grandi pezzi che con un po’ di nostalgia ci ricordano una formazione ben più in salute dello stato attuale. La setlist è parsa ottimamente bilanciata, includendo fra l’altro tutti i classici della band; singolarmente i musicisti, a parte un Kotipelto non impeccabile, hanno fornito una prova convincente; con tanto di bandierina del Borussia Dortmund che penzolava dalla batteria, Jorg Michael è stato la solita macchina, Jens Johansson non ha sbagliato un colpo dietro la tastiera ed anche gli ultimi arrivati al basso e alla chitarra sono apparsi in gran forma. La coesione della band, tuttavia, è parsa lontana da quelle prestazioni emozionanti che gli Stratovarius ci regalarono nel tour di “Infinite”, ad esempio, pertanto bisognerà dar loro tempo di ritrovare la giusta alchimia, sperando nel frattempo in un miglioramento sul fronte songwriting, perché questo evento ci ha detto che la band finlandese può fare a meno del leader Tolkki dal vivo, ma in studio ancora no.

 

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