18/08/2006 - SUMMER BREEZE OPEN AIR 2006 @ Dinkelsbuhl - Dinkelsbuhl (Germania)

Pubblicato il 05/09/2006 da
Introduzione a cura di Luca Pessina
Report a cura di Luca Pessina e Marco Gallarati
Foto a cura di Caroline Traitlerwww.photopit.com (thanks a lot, Metal Sister!!!)
Giunto alla sua nona edizione, il Summer Breeze Open Air ha cambiato location, costretto da alcuni problemi logistici sorti in quel di Abtsgmund – il paese che sino all’anno scorso ospitava l’evento – e dalla precisa volontà di ingrandirsi, frutto del grande successo ottenuto negli ultimi anni (tre sold-out consecutivi). Dinkelsbühl è il nome del nuovo quartier generale del festival… affascinante cittadina medievale situata più o meno a metà strada tra la suddetta Abtsgmund e la ben più grande e nota Stoccarda e circondata da vasti prati, ideali per allestire un festival di queste proporzioni. Certo, così facendo il Summer Breeze ha perso un bel po’ della sua identità (ricordiamo infatti che in precedenza l’area del festival era situata in una sorta di radura circondata da alberi e costeggiata da un fiume), ma c’è da dire che tale scelta è stata inevitabile: infatti sempre più gente ogni anno accorre al Summer Breeze e Abtsgmund non era proprio più in grado di gestire un tale afflusso di persone. Quindi pazienza se oggi il festival, almeno dal punto di vista del paesaggio, appare quasi un Wacken Open Air in scala minore… l’importante è che il bill, i prezzi e soprattutto l’organizzazione siano rimasti sulla scia degli anni precedenti: il primo sempre orientato su gruppi dediti a generi estremi e/o ricercati, i secondi assolutamente economici (per la media dei festival europei) e la terza, come al solito, impeccabile. È dunque stato ancora una volta un immenso piacere assistere a questo festival, sempre più competitivo e sempre più valida alternativa ai vari Wacken e Gods Of Metal, happening sì importanti, ma ormai terribilmente costosi e ancorati sempre ai soliti nomi. Quest’anno, tra l’altro, il clima è stato anche tutto sommato clemente, quindi non c’è proprio motivo per cui non si debba affermare che il Summer Breeze 2006 sia stato un grande successo! Appuntamento allora al prossimo anno, per festeggiarne in grande stile il decimo anniversario!

NEAERA

Vista la spiacevole defezione dei Fear My Thoughts, dovuta a problemi di salute del cantante, il primo concerto di un certo spessore della giornata di giovedì è stato offerto dai melodic death metaller Neaera, che si sono ritrovati a suonare sul Main Stage davanti a parecchie centinaia di persone. Chiamati dunque a tenere uno degli show più importanti della loro ancora breve storia, i cinque tedeschi ce l’hanno messa tutta per ben figurare e bisogna dire che, sin dalle prime battute dell’iniziale “Mechanisms Of Standstill”, il responso della platea è stato a dir poco incoraggiante. Sembra proprio che i Neaera si stiano creando una base di fan piuttosto vasta qui in Germania, tanto che a tratti si è rimasti sorpresi dalle reazioni delle prime file, davvero degne di gruppi più famosi e affermati. Supportate da suoni più che accettabili, le varie “Paradigm Lost”, “The World Devourers” e “Where Submission Reigns” hanno ben impressionato, lasciando certamente in molti la voglia di rivedere presto live questo giovane ma agguerrito quintetto.

THE HAUNTED

I The Haunted, in procinto di pubblicare l’attesissimo “The Dead Eye”, successore del fortunato “rEVOLVEr”, sono la prima, grossa band di caratura internazionale a calcare i palchi del Summer Breeze, ed il concerto fila via con discreto piacere. Come sempre molto precisa in sede strumentale, grazie alla consumata bravura dei fratelli Björler, del secondo chitarrista Jensen e del drummer Per Möller Jensen, la band svedese ha in Peter Dolving un ottimo frontman, il quale riesce a miscelare carisma e impatto, restando sempre fedele alla sua estrazione hardcore. I tre quarti d’ora a disposizione del combo trascorrono rapidi, impostati su di una scaletta varia e pescante canzoni da ogni disco, partendo dall’intro di “The Haunted Made Me Do It”, “Dark Intentions”, e da “Bury Your Dead”, per poi arrivare al capolavoro assoluto rispondente al nome di “Hate Song”, pezzo che nel titolo racchiude tutto ciò che i The Haunted dovrebbero sempre vomitare sull’audience, ma che a volte si dimenticano di fare, proprio come nel caso di qualche estratto dal loro ultimo lavoro… Bella prova, comunque, per i thrasher scandinavi, con un piccolo rammarico: forse presentare un brano nuovo era prematuro, ma certo non sarebbe stato rifiutato…
 
 
 

MOONSPELL

Attesi al varco – almeno da chi scrive – in seguito alla prova altalenante offerta all’Evolution Festival solo un mese prima, i Moonspell hanno, per loro fortuna, dato il meglio di loro stessi in quel di Dinkelsbühl, proponendo la stessa identica scaletta del concerto italiano ma con una carica e una precisione senza dubbio maggiori. Percorrendo senza sosta tutta la lunghezza del palco e incitando più volte i presenti a fare headbanging e a mostrare le “corna”, Fernando Ribeiro si è confermato per l’ennesima volta uno dei frontman migliori della scena gothic-black, ma parole d’elogio vanno spese anche per tutti gli altri membri della band e, in particolare, per Pedro Paixao, ormai pienamente convincente sia quando suona le tastiere, sia quando imbraccia la chitarra. Grazie a dei suoni nitidi e potenti e ad una performance tecnico-strumentale ineccepibile, anche i brani dello scialbo “Memorial” sono quindi riusciti a lasciare il segno, rivelandosi senz’altro più godibili in sede live che su disco. Ma è, ovviamente, con “Opium” e “Alma Mater” che i Moonspell hanno riscosso maggior successo, riuscendo a coinvolgere letteralmente migliaia di persone nel ritornello di quest’ultima. In ogni caso, show nel complesso più che soddisfacente… li aspettiamo da headliner.
 
 
 

FINNTROLL

Inaugurata dai Saltatio Mortis (nei giorni a seguire verrà anche il turno di Potentia Animi, Turisas, Lumsk ed in parte Corvus Corax), la sagra delle band che uniscono folklore a metallo pesante, apprezzate a dismisura in terra tedesca, vede uno dei suoi momenti clou nell’esibizione dei Finntroll, maestri indiscussi dell’ondata di humppa metal che sta contagiando mezza Europa. Il pubblico che si raduna ai piedi del Main Stage è davvero notevole e, aiutati da un pantagruelico hamburger, acuente ancor di più l’atmosfera campagnola che si respira al Summer Breeze, ci si piazza nelle retrovie per gustarsi con tranquillità la doppia overdose di piacere (musica & cibo). La performance dei Finntroll non si discosta molto da quella fornita all’Evolution Festival, divertente, abbastanza coinvolgente, ma lontana dall’essere eccelsa. “Jaktens Tid”, “Trollhammaren”, “Ursvamp”, “Nattfödd” e “Slaget Vid Blodsalv” vengono eseguite con la solita foga e l’audience gradisce senza esitazioni, lanciandosi in danze a tema. Dalla band finnica non si può dire ci si aspetti molto di più: non saranno certo dei mostri di bravura dal vivo, ma ciò che conta è il divertimento…e quello, tra i plotoni di fan teutonici, non è mancato proprio!

KREATOR

Da qualche anno a questa parte i Kreator dal vivo non sbagliano un colpo, quindi ci si è apprestati a seguire il loro show con la certezza che difficilmente i nostri avrebbero deluso. Quando poi si è appresa la notizia che proprio al Summer Breeze Mille Petrozza e soci avrebbero suonato per la prima volta con il supporto di un nuovo impianto luci e, soprattutto, di un palco tridimensionale – con piattaforme sopraelevate collegate al palco vero e proprio da delle scale – non ci è affatto voluto molto ad entusiasmarsi completamente, certi che lo spettacolo offerto sarebbe stato di prim’ordine! E, in effetti, il concerto dei Kreator al Summer Breeze 2006 alla fine si è rivelato davvero memorabile: la scenografia era studiata nei minimi dettagli, luci e fumo hanno fatto splendidamente il loro dovere, la band – ad eccezione del solito Sami Yli-Sirniö – si è mossa moltissimo e la scaletta ha come sempre dato grande spazio ai classici. Tra l’altro, accanto alle solite “Extreme Aggression”, “Pleasure To Kill” e “Betrayer”, questa volta hanno trovato spazio anche “Coma Of Souls” e “Awakening Of The Gods” – un regalo niente male per le migliaia di fan accorsi questa sera davanti al Main Stage – e “Voices Of The Dead”, composizione recente ma davvero godibile in sede live! Poi, come prevedibile, il bis ha regalato grandi emozioni con le immancabili “Flag Of Hate” e “Tormentor”… canzoni datate e grezze quanto si vuole, ma semplicemente fondamentali nella storia dei Kreator. Nel complesso, si è davvero trattato di un ottimo concerto, di certo uno dei migliori di cui la band si sia resa protagonista nell’ultimo periodo.
 
 
 

KATATONIA

A chiudere i battenti della prima giornata del festival, sul Pain Stage salgono i Katatonia, giustamente chiamati ad esibirsi in orario a loro più che consono. Con ancora negli occhi e nelle orecchie la magniloquenza dello show dei Kreator, la pacata aggressività e la relativa tranquillità delle composizioni del quintetto svedese sono l’ideale per trasportarci con calma nel mondo dei sogni. Rispetto al concerto tenuto a Milano lo scorso maggio, Jonas Renkse e soci hanno proposto qualche novità e, per ovvi limiti di tempo, tralasciato qualcosina: “Right Into The Bliss” e “(Had To) Leave”, tratte da “Tonight’s Decision”, sono state due sorprese ben accette, ad esempio, mentre ha fatto un po’ specie non ascoltare nessun brano da “Last Fair Deal Gone Down” oppure un capolavoro del calibro di “For My Demons”. “Soil’s Song”, “Ghost Of The Sun”, “July” e la fantastica “Evidence”, eseguita in chiusura, hanno comunque reso onore allo show dei Katatonia, ormai una sicurezza, anche sotto l’aspetto della partecipazione e del movimento sul palco. Giù il sipario, quindi, per il primo terzo di Summer Breeze…e dunque avanti con la seconda giornata!!
 
 
 

LENG TCH’E

Per iniziare alla grande la giornata non c’è niente di meglio che un bel concerto dei Leng Tch’e, chiamati sul Main Stage a dare la definitiva sveglia al pubblico dopo una mattinata che sino all’arrivo del gruppo belga non aveva proposto nulla di particolarmente degno di nota. Con gli autori del recente “The Process Of Elimination” ci si è invece divertiti un mondo… e non poteva andare diversamente, visto che dal vivo il death-grind-stoner del quintetto acquista una carica e una violenza pazzesche. Il frontman Boris ha iniziato a saltare come un matto da una parte all’altra del palco e il resto della band lo ha supportato nel migliore dei modi, suonando senza sbavature e non risparmiandosi per nulla nei movimenti. In circa mezz’ora sono state proposte tutte le hit del succitato “The Process Of Elimination” più alcuni brani estratti sia dal precedente full-length “Manmade Predator” che dall’imminente split EP con gli Warscars. L’impatto è stato micidiale e, di conseguenza, si è assistito al primo pogo della giornata!

THE OCEAN

Vedere all’opera i post-hardcorer The Ocean all’ora di pranzo lascia un po’ di amaro in bocca, se non altro perché molti dei pezzi del collettivo tedesco – così strutturati e a tratti psichedelici – si prestano molto di più ad essere eseguiti con il favore dell’oscurità piuttosto che sotto il sole cocente di questo venerdì di agosto. La band di Berlino non si è fatta tuttavia scoraggiare dall’infelice slot assegnatole e neppure dallo scarso supporto ricevuto dall’audience, la quale ad inizio esibizione era davvero esigua davanti al Pain Stage. I nostri hanno infatti suonato con grandissimo trasporto, non concedendosi praticamente alcuna pausa e finendo così per proporre i brani sotto forma di un’unica, esaltante suite lunga mezz’ora. Realmente ottima la performance del frontman Meta, mentre soffocata dagli altri strumenti è stata quella del cantante e percussionista Gerd Kornmann… davvero ingiudicabile! Poco male, comunque, perché l’operato di Kornmann non è certo fondamentale nell’economia del sound del gruppo: i The Ocean infatti non hanno per nulla risentito di tale inconveniente e hanno portato a termine lo show fra parecchi applausi. Del tutto meritati, a nostro avviso.
 
 

FRAGMENTS OF UNBECOMING

I tedeschi Fragments Of Unbecoming se la giocano in casa, rimpinguando le forze estreme in auge in questo inizio venerdì tremendamente aggressivo: la band non ama cincischiare molto sul palco, punta dritta al sodo e sciorina un’intensa serie di brani devastanti, tratti da entrambi i propri dischi, “Skywards – A Sylphe’s Ascension” e “Sterling Black Icon”. Dal vivo la formazione teutonica mostra un po’ gli stessi limiti che ha in studio, ovvero l’esagerata prolissità delle loro canzoni: il death-black metal di stampo scandinavo proposto, intervallato da spunti melodici à la primi Dark Tranquillity, è piuttosto ostico da digerire, soprattutto se non si conoscono bene i brani. La prestazione, comunque, a parte una prova non mirabolante del piccolo singer Sam Anetzberger, è stata più che sufficiente ed episodi quali “Sterling Black Icon” e “A Faint Illumination” hanno avuto la loro bella dose di applausi.

SCAR SYMMETRY

Il loro secondo album, “Pitch Black Progress”, non ha per nulla convinto chi scrive, ma bisogna ammettere che gli Scar Symmetry al Summer Breeze non hanno affatto offerto un brutto spettacolo. Certo, anche in sede live brani come “The Illusionist” e “Dreaming 24/7” sembrano il parto di un gruppo AOR a cui piace il death metal, ma almeno i numerosi estratti dall’album di debutto “Symmetric In Design” hanno convinto parecchio, in quanto riproposti con una fedeltà impressionante, merito dell’ottima tecnica di cui sono in possesso tutti i musicisti della band e, soprattutto, della spaventosa performance di Christian Älvestam, perfettamente in grado di passare con disinvoltura dal growl al pulito anche in concerto. La presenza scenica va senza dubbio migliorata, in particolare quella dei chitarristi, ma gli Scar Symmetry a Dinkelsbühl hanno dato prova di essere una vera band, non un semplice progetto da studio come inizialmente si pensava. Se riusciranno a dare alle stampe un terzo lavoro sui livelli del debut, sarà nuovamente un piacere rivederli live.
 
 

ONE MAN ARMY AND THE UNDEAD QUARTET

Altra interessante band a calcare il Pain Stage del Summer Breeze è la formazione creata dall’ex-The Crown Johan Lindstrand, gli One Man Army And The Undead Quartet. A parte la micidiale prolissità del nome, che convince ben presto chiunque a limitarsi ad un più redditizio One Man Army e basta, gli svedesi sono stati in grado di fornire uno spettacolo di insperato livello, forti di suoni potenti, una discreta presenza scenica ed un frontman molto preparato. Ovviamente, con all’attivo un solo album, “21st Century Killing Machine”, il gruppo ha avuto poco da scegliere e le riproposizioni di “Killing Machine”, “Devil On The Red Carpet” e soprattutto “So Grim So True So Real” (nel titolo vagamente omaggiante i Metallica) hanno fatto contenti tutti gli astanti ai piedi del palco. Un buono show, quindi, intenso, piuttosto fisico e diretto. Tra due momenti non esaltanti sul Main Stage – leggasi: Rebellion ed i nostrani Exilia – un po’ di sana violenza ci voleva proprio!
 
 

TURISAS

I Turisas rientrano per forza tra le file di fedeli procrastinatori del metal finlandese da battaglia di ultima generazione, avendo pubblicato un paio d’anni fa, ormai, l’ottimo “Battle Metal”. La band di Warlord Nygard si presenta sul palco in costumi di scena guerreschi, tutta pittata di rosso e nero e con tanto di violinista e fisarmonicista al seguito. In pratica, batteria, basso, due chitarre, tastiere, voce, violino e fisarmonica: otto elementi sono decisamente in grado di mettere a ferro e fuoco l’affollato parterre del Pain Stage, inscenando possenti cori epici all’unisono e mostrando capacità individuali anche sorprendenti (quelle del violinista, autore di un solo mirabile). “Battle Metal” è stato ovviamente saccheggiato – quale verbo migliore per questi guerrieri vichinghi? – e, appena terminato l’intro “Victoriae & Triumphi Dominus”, i pezzi più rappresentativi del disco sono stati riprodotti in modo piuttosto fedele all’originale: “As Torches Rise”, “The Land Of Hope And Glory”, la trascinante “Sahti-Waari”, “One More” (dedicata all’ex-membro Georg Laakso, costretto da poco su una sedia a rotelle a causa di un incidente) e la stessa “Battle Metal” hanno mostrato una formazione capace e ben preparata, sia sotto il profilo tecnico, sia sotto quello artistico-teatrale. Bravi Turisas, abili e arruolati!
 
 

AMORPHIS

La prestazione degli Amorphis al nostrano Gods Of Metal era stata accorciata di un paio di pezzi, causa ritardo nell’apertura dei cancelli: per fortuna, si è ripresentata presto l’occasione di rivederli sul palco, e soprattutto di avere piena conferma della bravura del nuovo vocalist Tomi Joutsen, il quale, grazie alla sua dinamicità e alla sua presenza scenica, giova anche al resto della band, più vogliosa di muoversi e sbattersi on stage. Una scaletta più corposa, ovviamente, è stata eseguita al Summer Breeze, mantenendo però la volontà di non tralasciare nessun episodio della discografia Amorphisiana, fatta esclusione per “Far From The Sun”. Per cui, accanto alle nuove “The Smoke”, “Leaves Scar” e “Under A Soil And Black Stone”, trovano spazio sia brani più recenti, ad esempio “Alone” e “Divinity”, sia vecchi cavalli di battaglia del gruppo, quali “Against Widows”, “On Rich And Poor”, “Into Hiding” e “Sign From The North Side”. Conclusione affidata alla spettacolare “Black Winter Day”, gran successo e applausi a non finire per i sei finnici. Ottima performance!
 
 
 

HEAVEN SHALL BURN

Sinceramente parlando, viene piuttosto difficile descrivere con imparzialità e affidabilità lo show degli Heaven Shall Burn, quando lo si è vissuto per intero, senza nessun risparmio di energie, in mezzo al pogo più violento e convulso del festival. Sudore, lividi, botte ed indolenzimenti vari dovrebbero bastare a descrivere l’intensità dell’esibizione del quintetto tedesco, ma tant’è…cerchiamo di raccogliere le (poche) informazioni più lucide: “Deaf To Our Prayers” è uscito da pochissimi giorni, la band è da anni fra i capostipiti del death-core tedesco, è esperta ed incazzata, i suoi anatemi coinvolgono e colpiscono tutti, suona continuamente dal vivo…insomma, il massacro era assicurato! Terminato l’intro “Echoes”, “The Weapon They Fear” e “Voice Of The Voiceless” hanno fatto esplodere il pandemonio, tra circle pit, wall of death, mazzate e crowd-surfing vari. “Behind A Wall Of Silence”, “The Only Truth”, “Unleash Enlightment” e “To Harvest The Storm” hanno proseguito l’azione distruttrice, lasciando al nuovo brano “Counterweight” il compito di calmare le acque, ma solo perché in parecchi ancora non lo conoscevano alla perfezione, essendo la canzone tutt’altro che tranquilla. Insomma, non sappiamo dirvi se sia stato lo spettacolo più bello della tre-giorni…ma certo è stato quello più intenso e sentito. Mostri di violenza!

MORBID ANGEL

Alcuni mesi fa giravano voci che i Morbid Angel fossero sul punto di sciogliersi, invece la death metal band floridiana non solo è tornata a calcare i palchi europei molto prima del previsto, ma ha anche reclutato di nuovo Erik Rutan per il ruolo di secondo chitarrista, presentandosi così con la formazione che incise “Domination”! Le aspettative erano alte per questi concerti, però, almeno al Summer Breeze, queste ultime sono state pienamente soddisfatte. Rutan – forse anche grazie alla grande esperienza accumulata di recente con gli Hate Eternal – è parso perfettamente inserito all’interno dei meccanismi della band e lo stesso si può dire di David Vincent, così affiatato con gli altri e a suo agio sul palco tanto da dare l’idea di non essersene mai andato dai Morbid Angel. La scaletta proposta è stata parecchio simile a quella dell’ultimo tour da headliner, quindi ha compreso esclusivamente pezzi estratti dai primi album. “Immortal Rites”, “Where The Slime Live”, “Chapel Of Ghouls” e “Pain Divine” sono stati gli episodi più acclamati dalla platea adorante, ma anche la conclusiva “God Of Emptiness” ha lasciato esterrefatti, grazie soprattutto ad una performance di Sandoval veramente incisiva. Che altro aggiungere… alla luce del concerto di questa sera, sembra quasi assurdo solo pensare che sino a pochi anni fa gli show dei Morbid Angel fossero brevi e terribilmente noiosi.
 
 
 

DEATHSTARS

Come consuetudine, spetta ad una delle band più tamarre al momento in circolazione chiudere una delle tre giornate del festival: dopo The Kovenant e Pain degli anni passati, questa volta è toccato ai Deathstars infiammare il Pain Stage il venerdì sera. Gli autori del recente “Termination Bliss” hanno calcato il palco con molta sicurezza guidati dal frontman Whiplasher e in circa tre quarti d’ora hanno fatto diventare il prato su cui sorge il festival una gigantesca pista da ballo! Del resto, difficile rimanere impassibili all’ascolto delle varie “Cyanide”, “Tongues” e “Synthetic Generation”, se si è in vena di divertirsi e fare baldoria sino a tarda ora. I Deathstars non saranno il gruppo più originale del loro genere, ma di certo sanno come si sta su un palco e come intrattenere il pubblico. Questo è ciò che si chiedeva loro in quel di Dinkelsbühl e i nostri hanno senza dubbio risposto alla grande, regalando a tutti i presenti una piacevolissima parentesi danzereccia. Promossi!

GOJIRA

A molti potrà sembrare strano, ma uno dei principali motivi per cui chi scrive si è recato quest’anno al Summer Breeze era rappresentato dai Gojira, band transalpina “esplosa” soltanto di recente grazie alla pubblicazione dello splendido “From Mars To Sirius”, incredibile mix di Meshuggah, Neurosis e Morbid Angel. Con ancora impressa nella mente la favolosa performance immortalata nel DVD “The Link Alive”, ci si è perciò apprestati a seguire lo show del gruppo con grande attenzione e, per nostra fortuna, le aspettative non sono state per nulla disattese! Ai Gojira sono infatti bastati giusto un paio di brani per catturare la folla e farla entusiasmare; il resto dello show – purtroppo assai breve – ha quindi visto i nostri raccogliere applausi su applausi e suonare con una padronanza e una presenza scenica degne davvero di una grande band. “Backbone” e la conclusiva “The Heaviest Matter Of The Universe” sono state le perle delle show, ma va sottolineato che tutta la mezz’ora a disposizione dei Gojira ha rappresentato uno dei momenti più coinvolgenti dell’intero festival. Se verranno a suonare in Italia, cercate di non mancare!
 
 

NECROPHAGIST

Si può essere iper tecnici, ma, allo stesso tempo, estremamente coinvolgenti? Chiedetelo ai Necrophagist, che, oltre ad essere diventati una delle formazioni di punta della scena techno-death con l’ultimo “Epitaph”, stanno anche diventando una signora live band, in grado di offrire spettacoli veramente compatti e incisivi. Al Summer Breeze il gruppo di Muhammed Suicmez ha dato ancora una volta prova di tutto questo, proponendo i brani più rappresentativi del suddetto disco e del debut “Onset Of Putrefaction” senza risultare distaccati o troppo concentrati sui virtuosismi. Il batterista Hannes Grossmann si è reso protagonista di una prova letteralmente allucinante, ma tutta la band ha girato alla perfezione, lasciando spesso a bocca aperta per la naturalezza con la quale dava vita a passaggi di una complessità immane. A fine concerto, i Necrophagist sono dunque stati acclamati praticamente da chiunque si trovasse di fronte al Main Stage: sulla carta non sembravano essere una “band da festival”, invece hanno dimostrato a tutti l’esatto contrario. Ottimi!
 
 

CARNAL FORGE

Negli ultimi tempi si erano perse le tracce dei Carnal Forge, soprattutto dopo lo split con il cantante Jonas Kjellgren, avvenuto nel 2005. Tuttavia la band – oggi capitanata dal nuovo frontman Jens Mortensen (Slapdash, Revolver) – è arrivata al Summer Breeze in buona forma, sfoderando una performance breve ma molto divertente. A livello vocale Mortensen non è sembrato molto distante dal suo predecessore, ma di certo è apparso assai più dinamico e carismatico on stage, abile a intrattenere il pubblico e a presentare a dovere i brani. A proposito di brani, tra i vari classici (“H.B.F. Suicide”, “Inhuman”, “I Smell Like Death”), il gruppo svedese ha anche infilato un paio di nuove composizioni destinate ad apparire nel suo sesto full-length. Diciamo che alla luce dell’ascolto di “The Dead” e “Burning Eden”, i fan della band possono essere fiduciosi, perchè i Carnal Forge non paiono aver alcuna intenzione di cambiare troppo il loro stile. In particolare, coloro che hanno amato “The More You Suffer” probabilmente non rimarranno delusi dalla prossima opera del quintetto. In definitiva, i Carnal Forge hanno fatto una buona impressione qui al festival… li aspettiamo quindi con il nuovo album!

THYRFING

I Thyrfing, fortuna per loro, riescono a distinguersi dalla pletora di gruppi pescanti a piene mani nel folk, grazie soprattutto ad un songwriting legato indissolubilmente al più puro e primitivo viking metal e alla longevità stessa del combo. La performance della band svedese ha registrato, per l’occasione, una bella sorpresa, ovvero la presenza sul palco di Toni Kocmut, il vocalist che solitamente si occupa delle parti di cantato pulito in studio. Di gran livello, lo show si è svolto in modo piacevole e senza intoppi, con la band truccata in modo simile ai Turisas del giorno prima, ovvero sporcata di terra e sangue, come se fosse reduce (vittoriosa) da una battaglia. Poco da eccepire, dunque, per i Thyrfing, ottimi esecutori e fieri portabandiera del metal nordico per eccellenza. I numerosi corni porta-birra, ultimo ritrovato del merchandise metallico, avranno fatto certo gli straordinari, durante il tempo a disposizione di Thomas Väänänen e compagni. Up the horns & the beers!
 
 

BLOODFLOWERZ

Uno dei gruppi più interessanti della scarsa scena gothic metal d’oggigiorno sono probabilmente i tedeschi Bloodflowerz, capitanati dalle trecciolone della simpatica Kristen Zahn, vistosamente su di peso per – si suppone – una gravidanza in atto. Ben supportato dal pubblico di casa, il quartetto si è prodigato nel coinvolgere l’audience attraverso il suo metal melodico ma energico, catalizzante l’attenzione tramite la voce limpida e pulita di Kristen. I due ultimi album, “7 Benedictions/7 Maledictions” e “Dark Love Poems”, sono stati i protagonisti della setlist e canzoni quali “Black Snake Sister”, “Sajidas’ Song”, “The Last Dance”, “Last Exit” e soprattutto “Damaged Promises” hanno fatto scapocciare allegramente la buona fetta di metallari radunatasi sotto il Pain Stage, prima di assistere al gran finale del festival. Per i Bloodflowerz, una prestazione da promuovere.
 
 

GAMMA RAY

Non è facile suonare power metal in un festival come il Summer Breeze, però se la band si chiama Gamma Ray non c’è timore che questa venga ignorata o poco sostenuta dai presenti. Stiamo infatti parlando di una delle realtà storiche della scena power europea, che può vantare numerosissimi fan anche fra coloro che solitamente sono abituati ad ascoltare generi più estremi, quindi non ha stupito quasi per niente il calore con cui la folla ha accolto Sua Maestà Kai Hansen e i suoi compagni, reduci da un tour estivo molto fortunato. Nonostante qualche problema tecnico – che ha colpito soprattutto Dan Zimmerman e la sua batteria – il concerto dei Gamma Ray si è rivelato uno dei migliori della giornata, grazie soprattutto ad una performance vocale di Hansen decisamente buona e ad una scaletta molto variegata, che oltre ai classici “Somewhere Out In Space”, “Man On A Mission” e “Rebellion In Dreamland”, ha incluso anche parecchi estratti dall’ultimo “Majestic” e la cover (anche se non sarebbe proprio corretto definirla tale) di “I Want Out” degli Helloween. Ottima anche la resa sonora e, come dicevamo, notevole la reazione del pubblico. Tra tanti show death e gothic, una parentesi del genere si è rivelata molto gradita.
 
 
 

UNLEASHED

“Welcome, warriors!”. Così ha esordito Johnny Hedlund una volta preso posto davanti al microfono del Pain Stage, alla vista delle migliaia di fan accorsi per vedere i suoi Unleashed. E mentre la folla ha cominciato ad urlare il nome del gruppo, i nostri sono partiti a razzo con “Neverending Hate”, una delle loro canzoni più violente e celebri di sempre. La performance della band svedese è stata davvero molto buona: nessun errore da parte dei musicisti, solita grande presenza scenica, suoni particolarmente corposi e, infine, entusiasmo del pubblico su livelli altissimi. “Death Metal Victory” (prolungata come sempre a dismisura all’altezza del ritornello), “To Asgard We Fly”, “The Defender” e “Into Glory Ride” sono state accolte da veri e propri boati, ma anche le più recenti “Winterland” e “Don’t Want To Be Born” hanno lasciato il segno sui presenti. Gli Unleashed hanno inoltre proposto un nuovo brano, destinato a comparire nell’imminente “Midvinterblot”: ovviamente nulla di nuovo sotto il Sole, ma il pezzo è sembrato ben costruito e incentrato su almeno un paio di riff decisamente convincenti. Con la mitica “Before The Creation Of Time” la band ha quindi salutato i fan, dando loro appuntamento al Masters Of Death Tour con Grave, Entombed e Dismember. Noi non mancheremo di certo!
 
 
 

FEAR FACTORY

Anche per i Fear Factory, headliner ufficiali dell’ultima giornata del Summer Breeze, si tratta di una rivisitazione a breve termine, come già successo per Katatonia e Amorphis. E rispetto alla data di marzo a Milano, la multinazionale del cyber-metal propone un’introduzione a dir poco fuorviante e, seppur vagamente ironica, a giudizio di chi scrive anche un po’ fuori contesto: allo spegnersi delle luci, infatti, viene fatta partire e proseguire, dall’inizio alla fine, “The Number Of The Beast” degli Iron Maiden, mentre un riuscito gioco di luci colora la cover-striscione di “Transgression” in modo da far apparire un demone del futuro dagli occhi infuocati. Insomma, una trovata che ha lasciato un po’ tutti inebetiti…così come la pessima esecuzione di “540,000° Fahrenheit”, primo brano dello show: suoni ridicoli ed un Burton C. Bell inascoltabile hanno fatto calare il gelo sul pubblico del festival, facendo temere per il resto del concerto. Invece, passate “Transgression” e la già migliore “Slave Labor”, ecco finalmente i Fear Factory rientrare in carreggiata e proporre la solita bordata di brani storici, partendo da “Demanufacture”, passando per “Self Bias Resistor”, “Pisschrist”, “Edgecrusher”, “Shock” e “Linchpin”, e giungendo ai micidiali “Scapegoat” e “Martyr”, tratti dal grande “Soul Of A New Machine”. Aggiustati in fretta i problemi al mixer, anche la voce di Burton si è scaldata per tempo, mai impeccabile, d’accordo, ma in grado di riproporre con buona fedeltà i difficili passaggi delle sue parti. La solita, devastante “Cyberwaste”, la più danzereccia “Archetype” e “Replica”, il classico dei classici, hanno chiuso una prestazione in definitiva coinvolgente ed in crescendo, non molto spettacolare ma avvalorata da canzoni davvero epocali. Toccante la chiusura di “Timelessness”, con Burton in solitaria penombra ad ipnotizzare per noi il futuro. Alla prossima riapertura della Fabbrica della Paura!

MY DYING BRIDE

Quale migliore definitiva conclusione di una tre-giorni metallica se non quella affidata ad una delle band più tristi e deprimenti di sempre, i My Dying Bride di Aaron Stainthorpe? Ormai stremato dalla fatica e dallo stare in piedi costante delle ultime ore, il pubblico del Summer Breeze si sposta per l’ultima volta dal Main al Pain Stage, mentre la parte centrale rumoristica di “The Whore, The Cook And The Mother” funge da incipit allo show della Sposa Morente. Ovviamente è proprio lo stesso brano, eseguito in modo rivisto, ad aprire le danze, presentando il sestetto inglese sotto cupi baluginii di luce, fra i quali il sofferente Aaron recita con languore e trasporto le sue strofe. Segue subito la potente e cadenzata “Like Gods Of The Sun”, precedente il primo dei due estratti da “Songs Of Darkness, Words Of Light”, ovvero “Blue Lotus”. La lunghezza dei brani dei My Dying Bride mette a dura prova la resistenza degli astanti, molti ormai ridotti ad automi cullati dalle lugubri e lente note della band. “For You” e “Catherine Blake” risvegliano dal torpore i semi-comatosi, ma è con l’indimenticabile riff portante di “The Cry Of Mankind” che il gruppo tocca livelli sublimi, proponendo quello che forse è uno dei brani più dolci e depressivi mai concepiti da mente umana, interpretato dal singer, accasciato sulle assi del palco, con disperazione e dolore palpabili. Da brividi!! Chiudono la performance dei sei britannici l’ottima “The Dreadful Hours”, inquietante quasi come su disco, e la primitiva “The Forever People”, con finalmente Aaron a mettere in mostra il suo sempre sferzante growl style. Degnissimo termine di festival, dunque, nulla da dire. Ora attendiamo con ansia il nuovo parto della Sposa! E naturalmente appuntamento al prossimo anno, all’alzarsi della nuova Brezza d’Estate!
 
 
 

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