30/07/2008 - Wacken Open Air 2008 @ Wacken - Wacken (Germania)

Pubblicato il 10/09/2008 da

Report a cura di: Alessandro Corno e Matteo Cereda
Ringraziamenti a: ICS e Metaltix

Sempre meglio. Ecco in due parole una descrizione per Wacken Open Air 2008, festival che mai come quest’anno ha raggiunto simili livelli di eccellenza organizzativa. Settantamila anime presenti, dato determinato non solo dalla presenza degli Iron Maiden ma anche dalla fama che la kermesse tedesca si è guadagnata negli anni. Non a caso denominato il miglior festival europeo, il Wacken si è distinto un’altra volta per l’imponenza delle attrezzature, dei servizi offerti e per la sicurezza garantita da ampi spazi e personale competente. L’arena concerti è stata infatti ulteriormente ampliata, così come le immense aree campeggio e si sono moltiplicati anche i punti ristoro. A differenza degli scorsi anni le code sono state ridotte al minimo, sia per quanto riguarda la viabilità che la calca alle entrate dell’arena. Come sempre ultrafornito il mercato di dischi, abbigliamento e oggetti vari, un vero paradiso per i fan. Presente anche un mercatino di oggettistica medievale con bracciali, armature, spade, vestiti e quant’altro, ad indicare come in Nord Europa il metal sia molto legato a questo periodo storico. A parte il bellissimo contesto, il merito del successo del Wacken va anche ai fan e ai gruppi. I primi hanno dato ancora una volta esempio del fatto che si può fare tutto il casino che si vuole divertendosi pacificamente, bevendo cisterne di birra e improvvisando brindisi e grigliate tra fan di diverse nazionalità. Da notare poi che il pubblico non è mai stato “agitato” come quest’anno e spesso ha dato il via a pogo, circle pit e wall of death, cose che il pubblico tedesco generalmente non è solito fare. Le band hanno fatto la loro parte usufruendo di suoni complessivamente ottimi, grandi palchi, impianti luci e audio perfetti e megaschermi. Generalmente le esibizioni sono state infatti esemplari, con grandi show da parte di Carcass, Iron Maiden, At The Gates, Kreator, Avantasia, Children Of Bodom, Opeth e Lordi. Le uniche note negative sono arrivate da un leggero rincaro della birra e il triste episodio, non si sa se accidentale o (più probabilmente) doloso, della scomparsa di diversi portafogli e, peggio ancora, di alcuni furti nelle tende, nonostante il consistente pattugliamento delle forze dell’ordine anche nei campeggi. Episodi questi purtroppo legati anche ad un notevole aumento del numero di spettatori. Come detto in apertura, il bilancio finale del festival è molto positivo e Metaitalia.com, partner italiano ufficiale dell’evento, vi offre un resoconto dei suoi momenti migliori.

GIRLSCHOOL

Ci siamo, dopo quel pazzo di Mambo Kurt e del solito spettacolino dei WOA Firefighters (dei quali questa volta non stiamo a raccontarvi visto che ogni anno lo show è identico), il Wacken Open Air inizia ufficialmente e l’onore di aprire le danze è lasciato alle storiche Girlschool. Recentemente è scomparsa la storica chitarrista Kelly Johnson, da tempo ammalata di cancro e fuori dal gruppo, fatto che indirettamente ha riportato in circolazione il nome della band. E’ pomeriggio e questo è il primo show di una lunga serie ma il pubblico tedesco (anche se sarebbe meglio dire internazionale, ormai) dimostra il suo attaccamento alle formazioni che hanno segnato il corso della musica heavy, ammassandosi già sotto il Black Stage. Da subito non mancano acclamazioni e applausi. Le Girlschool rispondono con una buona prestazione, scaricando sulla folla con un gran tiro il loro hard rock semplice e diretto. Tra i momenti migliori la tripletta esplosiva “Hit And Run”, “Everything Is The Same” cantata da Kim McAuliffe e l’attesissima “Race With The Devil”, con un’indiavolata Enid Williams dietro il microfono. I suoni sono perfetti, nitidi, l’impianto audio è potentissimo e questo ci lascia parecchio soddisfatti anche in previsione delle esibizioni che veranno. La band è molto compatta e brava nel gestire cori e backing vocals. Si va verso la fine con “Take It All Way” e gli applausi non tardano, così come i ringraziamenti della band verso i suoi sempre fedeli fan. Che dire, il Wacken parte proprio con il piede giusto.

AIRBOURNE

Questi quattro ragazzi sono sicuramente più conosciuti per la loro esagerata somiglianza agli AC/DC che per la loro musica e su questo non c’è dubbio. Proprio per questo non sono mancate le critiche nei loro confronti e le accuse di essere semplicemente un clone. Non avendoli visti all’opera in quel del Gods Of Metal, attendiamo quindi con una certa curiosità di verificare le capacità della band in sede live. Con nostro piacere i ragazzi saltano sul palco attaccando con “Stand Up For Rock ‘n’ Roll”, brano ultra trascinante che trova subito il favore degli astanti. Poche storie, saranno stra derivativi ma il buon vecchio e sano hard rock non tradisce mai e finisce sempre per divertire, soprattutto se suonato con la grinta del quartetto  australiano. Joel O’Keeffe, chitarra e voce, non sta fermo un secondo, non risparmia una goccia di sudore (Angus docet) e il resto della squadra non è da meno. “Hellfire” e “Diamond In The Rough” suonano praticamente identiche alla prova su disco, ma è “Girls In Black” con il suo riff deciso uno dei momenti migliori dello show. Joel si arrampica sino all’apice dell’impalcatura dello stage e si esibisce in un solo applaudito dal pubblico. Gli applausi si trasformano in risate quando il cantante, scendendo, rischia di rompersi qualche osso cadendo maldestramente. “Black Jack”, “Too Much, Too Young, Too Fast” e “Runnin’ Wild” chiudono un concerto che, per quanto abbia confermato la scarsa originalità della band, ha divertito e intrattenuto parecchio.  

AVENGED SEVENFOLD

La prima volta degli Avenged Sevenfold a Wacken si conclude col rammarico per una prestazione che lascia intravedere il potenziale di un gruppo tecnicamente dotato, con il giusto carisma per calcare palcoscenici importanti e supportato da ottimi pezzi, ma purtroppo frenato da una scelta di suoni a discapito della chitarra ritmica con conseguente resa finale troppo morbida per gli standard del festival. L’esibizione si apre con l’ottima “Critical Acclaim” e il resto della setlist rimane incentrata sull’ultimo omonimo album della band statunitense concedendo solo qualche scorribanda dal precedente “City Of Evil”, come nel caso di “Beast And The Harlot” e “Bat Country”. Il palestrato singer Matthew Shadow tiene bene il palco supportato in alcuni frangenti dal batterista The Rev convincente nelle parti vocali più acute, mentre la coppia d’asce formata da Synyster Gates e Zacky Vengeance si lancia senza sbavature negli articolati assoli che da sempre caratterizzano il sound del gruppo californiano. Tra i pezzi meglio riusciti citiamo il singolo “Almost Easy”, “Scream” e la melodica “Gunslinger”, prima dell’articolata “A Little Piece Of Heaven”, mentre non viene eseguita l’attesa cover dei Pantera “Walk”, che avrebbe forse portato maggior stima e attenzione dal pubblico presente.

 

 

IRON MAIDEN

Sono la band heavy metal numero uno al mondo e, ragazzi, si vede. Ci avviciniamo al palco con largo anticipo e dopo pochissimo veniamo circondati da una muraglia umana che riempie fino al collo la sterminata area concerto. Si parla di settantamila presenze per lo show dei Maiden, il record storico del festival. L’attesa è percepibile e viene spezzata dall’intro con “Doctor Doctor” degli UFO e “Churchill Speech”, con le immagini della Seconda Guerra Mondiale proiettate sui tre megaschermi ai lati del palco. Bisogna ammettere che fa uno strano effetto sentire qui a Wacken le parole del primo ministro inglese rivolte al tentativo di invasione tedesco. L’audience, infatti, è quasi in silenzio totale, indice forse che questo popolo, oggi tra i più pacifici, prova ancora un senso di vergogna verso quel triste passato… è a questo punto che scoppia “Aces High”, e la festa si fa grande come non mai di fronte al True Metal Stage. La band irrompe con la solita carica ma è sempre Bruce la primadonna dello show, con il suo gilet militare e i suoi improponibili pantaloni sfrangiati. Si prosegue con “2 Minutes To Midnigh”t e qui il cantante si supera non solo dal punto di vista vocale ma anche perché inscena una protesta nei confronti dei cameraman e li obbliga a spegnere la dolly a lato del palco tuonando “questo è un concerto, non uno show televisivo!”. Mitico. Avanti alla grande con “Revelations” e “The Trooper” al termine della quale il singer innesca una hola tra la distesa di pubblico che gli si para di fronte. “Wasted Years”, “The Number Of The Beast”, “Can I Play With Madness”… Steve Harris e soci sparano una hit dietro l’altra come se niente fosse. Come di consueto più composti e attenti alla prestazione Dave Murray e Adrian Smith, mentre Janick Gers è il solito animale da palcoscenico. I cameraman, ormai decisamente intimoriti, ogni tanto danno una sbirciatina anche dietro al muro di piatti e tom di Nicko e il pubblico saluta con un’ovazione il simpatico batterista. La grandiosa “Rime Of The Ancient Mariner” viene interpretata magistralmente da un Bruce teatrale nelle movenze e nel cantato. Tocca quindi a “Powerslave”, “Heaven Can Wait” e “Run To The Hills”, prima di un’immancabile “Fear Of The Dark” cantata a squarciagola praticamente da chiunque. La scenografia fa la sua parte su “Iron Maiden”, con un sarcofago gigante sul fondo del palco dal quale fuoriesce un Eddie in versione mummia. Dickinson ringrazia più volte i fan, dicendo che questo é il più grande show che abbiano mai fatto in Germania. “Moonchild” e una “The Clairvoyant” con tanto di effetti pirotecnici e il solito mega Eddie sul palco, ci portano al gran finale con “Hallowed Be Thy Name”. Bruce, un tantino in debito d’ossigeno, saluta e così fa anche il resto della band. Uno scroscio d’applausi, il minimo per una prestazione del genere, accompagna la band fuori di scena. Si chiude alla grande la prima serata e non ci resta che accaparrarci una panchina nel Beergarden.

MORTAL SIN

Mezzi intontiti dai concerti e dalle birre della sera precedente, ci tocca una mezza levataccia per fare in tempo a vedere i Mortal Sin, thrash metal band australiana da poco tornata con il discreto “An Absence Of Faith”. È quasi mezzogiorno e non c’è molta gente davanti al True Metal Stage. La band, al grido “siete pronti per un po’ di thrash metal vecchio stampo?” attacca con la grezza ma efficace “Blood, Death, Hatred”. Purtroppo i suoni non sono un granché e anche la coppia di chitarre Nathan Shae-Mick Sultana nelle prime battute suona un po’imprecisa… sarà mattino anche per loro. Le cose migliorano con il procedere dello show tra diversi estratti dell’ultimo lavoro come “Dead Man Walking”, “Out Of The Darkness”, “Tears Of Redemption” e la vecchia “Lebanon”. Il gruppo tiene bene il palco e il vocalist Mat Maurer non risparmia un filo di fiato per ringraziare la vecchia guardia che popola le prime file con braccia al cielo.  “I Am Immortal”, traccia d’apertura di “Face Of Despair”,  precede “Mayhemic Destruction”, 100% thrash metal a tutta velocità annata 1987. Sebbene non si tratti di una delle punte di diamante del thrash e lo show sia stato condizionato da un inizio un po’ “barcollante” la band australiana non ha certo deluso le centinaia di thrasher “old-school” presenti.

CYNIC

Nonostante l’orario tutt’altro che favorevole i Cynic trovano una discreta cornice di affezionati ad attenderli sotto il palco del Party Stage e neppure la fastidiosa pioggerella che annaffia presenti e terreno guasta un’esibizione tra le più riuscite ed interessanti dell’intero festival. L’apertura della band statunitense è affidata alla sempreverde “Veil Of Maya” e ovviamente la scaletta rimane zeppa di riferimenti all’unico disco sin qui pubblicato dal gruppo: il leggendario “Focus”. Il leader Paul Masvidal è in grande spolvero con la consueta precisione nelle parti di chitarra e la caratteristica voce effettata che si inserisce tra i growl del nuovo arrivato Tymon Kruidenier, mentre la sezione ritmica lascia letteralmente a bocca aperta per lucidità in raporto alla difficoltà di esecuzione. Il death metal progressivo, ricco di riferimenti jazz e fusion del quintetto statunitense non è certo immediato, tuttavia la grande classe dei musicisti rende i 45 minuti di spettacolo assai interessanti, grazie anche all’inclusione nella setlist di alcune canzoni tratte dall’imminente “Traced In Air” che enunciano una vena maggiormente progressiva e melodica tutta da seguire.

HEADHUNTER

Ensiferum o Headunter? Bella domanda… come al solito al Wacken le coincidenze giocano brutti scherzi ma, considerando che gli Headunter non sono certo soliti a programmare date in Italia, optiamo per questi ultimi. Recentemente tornata sulle scene con “Parasite Of Society”, la seconda band di Marcel “Schmier” Schirmer (Destruction) condensa nell’ora a disposizione una serie di estratti sia dai primi album, vecchi ormai di quasi vent’anni, che dall’ultima release. Ovviamente viene dato parecchio risalto proprio a quest’ultimo lavoro, dal quale vengono pescati diversi brani tra cui la poco brillante “Doomsday For The Prayer” e la più convincente “Silver Skull”. Il gruppo, con Uwe “Schmuddel” Hoffmann alla chitarra e Jorg Michael degli Stratovarius alla batteria, suona preciso e soprattutto Schmier appare particolarmente a suo agio. La scenografia è praticamente inesistente e anche il pubblico è poco numeroso e generalmente non molto coinvolto, fatto forse condizionato da una setlist poco esaltante e da suoni poco nitidi, con una eccessiva preponderanza dei bassi. La partecipazione dei soliti aficionados delle prime file induce comunque la band a tirare fuori tutta la propria carica con “Parody Of Life”, titletrack del primo lavoro datato 1990. Con il passare dei minuti i suoni migliorano ma la platea fatica a scaldarsi. “Read My Lips” e “Payback Time”, sempre da “Parasite Of Society”, non colpiscono tanto quanto “Force Of Habit” o la conclusiva e tiratissima “Signs Of Insanity” da “A Bizarre Gardening Accident”. Il concerto si chiude tra gli applausi ma la sensazione che rimane è quella di uno show poco più che modesto da parte di musicisti abituati a riscuotere ben altri successi.

KAMELOT

I Kamelot approfittano di un temporaneo calo di pioggia per balzare sul palco acclamati da numerosi fan. Le note di “Rule The World” rompono l’intro creando subito scompiglio fra la folla, la band appare compatta ed affiatata mentre il singer Roy Khan mostra i soliti pregi e difetti con interpretazioni superbe in brani teatrali come “The Human Stain” o “Forever”, ma anche difficoltà nell’ esecuzione delle powereggianti “Center Of The Universe” e “When The Lights Are Down”. Ottimo riscontro arriva dalla splendida “Karma”, prima del gran finale con l’apparizione sul palco di Simone Simmons (Epica) nel bellissimo duetto vocale di “The Haunting ( Somewhere In Time )” e l’intervento di Alexander Krull (Atrocity), a completare le parti in growl di “March Of Mephisto”. Spettacolo gradevole quello offerto dai Kamelot anche se non manca qualche sbavatura vocale da registrare meglio in futuro.

SOILWORK

Quella dei Soilwork è una delle esibizioni più coinvolgenti alla quale abbiamo assistito, merito di brani che racchiudono potenza e melodia allo stesso tempo, ma anche di uno scatenato Speed Stird dietro al microfono che incita costantemente i presenti a scatenarsi in micidiali wall of death e circle pit. Dopo l’apertura affidata alla immediata title track dell’ultimo “Sworn To A Great Divide”, la band svedese si inceppa con un’esecuzione tutt’altro che positiva di “As We Speak”, con uno Stird in chiara difficoltà sulle parti pulite. Per fortuna questo risulta l’unico passo falso all’interno di uno show come già anticipato di grande impatto, ben interpretato dai musicisti in questione. Il repertorio promosso predilige ovviamente le ultime uscite discografiche e raggiunge i momenti di maggior entusiasmo con le riproposizioni di “Rejection Role”, “Stabbing The Drama” e “Exile”, mentre canzoni più moderate come “Overload” sono l’ideale per recuperare un po’ di fiato senza abbassare troppo i giri del motore. Resta il rammarico solo per la scarsa attenzione che il sestetto svedese ripone nei confronti del repertorio più datato dalla quale viene eseguita soltanto una per altro devastante “Bastard Chain”.

SONATA ARCTICA

I Sonata Arctica confermano lo stato di grazia mostrato nella recente esibizione dell’Evolution con uno spettacolo che somiglia in tutto e per tutto a quello della data milanese. La band finlandese si presenta sul palco con una scaletta pressoché identica che le consente una prestazione sicura e priva di sbavature. Ottima l’apertura affidata al binomio “Black And White” e “Paid Is Full”, così come i rimandi power tratti dal primo disco “Ecliptica” che rispondono ai nomi di “Kingdom For A Heart” e “Fool Moon”. Tony Kakko si dimostra in netto miglioramento sia sulle note più alte di “The Cage” che su brani più rilassati come “Replica” o “Gravenimage”. Tra i momenti di maggior suggestione spiccano le esecuzioni di “It Won’t Fade” e “Don’t Say A Word”, perfette nell’evidenziare il salto di qualità anche dal punto di vista compositivo che la band finlandese mette in mostra da qualche tempo a questa parte.

OPETH

Sul calar del sole arriva il momento degli Opeth, protagonisti di uno spettacolo che mette in mostra le consuete capacità tecnico-emotive del gruppo svedese. Il death metal progressivo ricco di influenze rock interpretato dagli scandinavi non è di assimilazione immediata, tuttavia i musicisti sembrano essere accolti con discreto calore ed interesse dal numeroso pubblico presente nell’arena. La prestazione si conferma di alto lignaggio con l’immancabile pulizia che contraddisdingue i bellissimi stacchi tra le parti pulite e i frangenti più aggressivi. Akerfeldt non sbaglia una virgola alla sei corde ed è estremamente preciso anche dal punto di vista vocale, mentre tra un pezzo e l’altro intrattiene il pubblico con il suo ormai famoso umorismo nordico. Senza macchia anche la prestazione degli altri componenti con note di merito per una sezione ritmica di classe superiore. Anche nella scelta delle canzoni gli Opeth si dimostrano intelligenti prediligendo composizioni piuttosto aggressive come nel caso dell’opener “Demon Of The Fall” o di “Masters Apprentice”. L’ultimo disco viene rappresentato da “Heir Apparent”, mentre spetta al classico “The Drapery Falls” chiudere un concerto forse non per tutti, ma assolutamente inappuntabile.

CHILDREN OF BODOM

Il poco esaltante ultimo studio album “Blooddrunk” ci aveva lasciato un po’ di amaro in bocca ma i Children Of Bodom, si sa, in Germania sono di casa e tra l’altro a Wacken non hanno mai sbagliato un colpo. Alexi e compagni salgono sul un palco e attaccano alla grande con “Sixpounder”, contornati da una scenografia composta da carcasse di auto e bidoni di carburante. Dopo “Hellhounds On My Trail” e chissà quanti “fuck”, Alexi introduce “Silent Night, Bodom Night”. Di fronte al palco si scatena il delirio e parte un crowd surfing tale che, piuttosto che godersi lo spettacolo, viene più da guardarsi le spalle per paura che qualche peso massimo tedesco ci piova in testa. “Follow The Reaper”, “Living Dead Beat”, una devastante “Needled 24/7” fanno agitare ancor più un pubblico a dir poco stra-coinvolto. La band è in forma e sbaglia pochissimo ma la primadonna è ovviamente Alexi, impegnato sia nei suoi innumerevoli assoli fulminei che nelle sue altrettanto numerose imprecazioni e agli altri musicisti non resta che fare da gregari. “Mask Of Sanity” innesca un grande circle pit e su “Hate Me!” la partecipazione della folla raggiunge l’apice, con Alexi che sorride nel vedere il pogo che si crea ogni qual volta le ritmiche si fanno serrate. L’ora e mezza a loro disposizione è quasi terminata ma prima di attaccare con la conclusiva “Downfall”, il frontman accenna “Umbrella” di Rihanna con risata generale di quarantamila anime e “Jump” dei Van Halen che fa, ovviamente, saltare tutti i presenti. Lo show, tra i migliori del festival, si chiude tra effetti pirotecnici e urla di quella che i Children Of Bodom chiamano la loro “Hate Crew”. Una constatazione: sembra che tutta l’audience giovane presente al Wacken stesse aspettando questo show, a giudicare dalla quantità di ragazzi adolescenti o poco più che si allontanano dallo stage a fine esibizione.

THE HAUNTED

Dopo la scoppiettante esibizione dei Children Of Bodom non era facile mantenere alta la tensione eppure i The Haunted vincono la loro piccola sfida grazie ad una prestazione eccellente che ha sottoposto i malcapitati spettatori ad una serie continua di pezzi devastanti, ripercorrendo l’intera discografia della band. Ottima la resa sonora e la prestazione di un indemoniato Peter Dolving dietro al microfono, puntuale nell’aizzare la folla tra pogo, wall of death e circle pit continui. Alta tensione per le riproposizioni di “Hate Song”, “Shattered” e “Bury Your Dead”, senza dimenticare brani più recenti come “Godpuppet”, “D.O.A.” o “The Medication”. Prima della chiusura la band offre al pubblico un antipasto dell’ imminente “Versus” (nuovo album in uscita a settembre), con due canzoni, rispettivamente “Moronic Colossus” e “Trenches” che mostrano un ottimo impatto con un’attitudine che sembra proseguire il discorso intrapreso dall’ultimo “The Dead Eye”.

CORVUS CORAX

Non conosciamo approfonditamente la band ma, memori della sua grande prestazione al Wacken 2005, decidiamo di dare un occhio anche a questo show. D’altronde il bello di Wacken è anche il poter assistere a concerti che altrove si tengono raramente. Fortunatamente la nostra scelta si rivela azzeccata. Il palco – allestito con gong, percussioni di vario genere e numerosi posti a sedere – dà un’idea di quanto sta per iniziare. La band sale sul Black Stage di fronte ad un’affollatissima platea, quando coro e orchestra sono già posizionati alle sue spalle e l’atmosfera si fa subito intensa. Sia l’impatto visivo che quello musicale sono notevoli, con le cinque cornamuse che si fondono con la sontuosa cornice sinfonica eretta dall’orchestra e con le percussioni. Ogni movimento, ogni sguardo, ogni singolo istante dello show appare studiato minuziosamente e si assiste in effetti ad uno spettacolo teatrale oltre che musicale. Colpisce il contrasto tra i costumi le musiche dal sapore arcano dei sette tedeschi, i vari strumenti antichi che si alternano sul palco e il look moderno dei componenti, con creste e ciuffi colorati. Notevole la sincronia con cui la band esegue brani quali “Numus”, dove le parti corali si fanno più consistenti, o “Fortuna”, sulla quale la voce lirica di un soprano è a dir poco impressionante. Oltre a brani da “Cantus Buranus I”, quali “O Langueo” e “Rustica Puella”, il gruppo anticipa anche qualcosa dalla seconda imminente parte, con soddisfazione dei fan più accaniti. Un grande concerto, particolare e insolito per noi italiani, purtroppo non abituati a vedere (e accettare) ai nostri festival anche band dal sound differente e non necessariamente metal.

AVANTASIA

Gli amanti del melodic metal e non solo vista la moltitudine di gente presente, nutre grande aspettative dallo show degli Avantasia, noi un po’ meno perché abbiamo poche settimane fa assistito allo spettacolo, per altro molto bello, della band in occasione del Rockin’ Field di Milano. In effetti non ci sono grossi stravolgimenti a parte un leggero taglio di scaletta per motivi di tempo e un guest d’eccezione come Uli John Roth, magnetico alla sei corde durante l’esecuzione di “The Toy Master”. L’inizio è affidato come previsto a “Twisted Mind”, palco dalla disposizione immutata con le due chitarre di Sascha Peath e Oliver Hartmann (prezioso anche ai cori) ai lati, doppiati alle spalle dal bassista Robert Rizzo e dalle tastiere di Miro. Alla batteria si diletta l’Edguy Felix Bohnke, mentre sul palchetto a fondo palco, spostate sulla sinistra troviamo le due coriste tra cui spicca la bionda Amanda Somerville. Scenografia piuttosto semplice con la copertina dell’ultimo episodio in primo piano. Lo spettacolo proprio nella fase iniziale subisce un intoppo a causa del microfono di Jorn Lande che rimane muto durante l’intera riproposizione di “The Scarecrow”, dal palco nessuno sembra accorgersene, nonostante dalla platea il disguido limiti l’entusiasmo; appena la band riparte con “Another Angel Down”, la situazione sembra non cambiare tra la rabbia generale, ma per fortuna dopo la prima strofa la voce di Jorn torna a ruggire più che mai. Grande accoglienza per “Reach Out Of The Light” tratta dal primo lavoro di Sammet che non si fa mancare niente proponendo anche un episodio dal singolo “Lost In Space”, per la precisione “The Story Ain’t Over”, mentre “Shelter From The Rain” vede l’apparizione sul palco di un sempreverde Bob Catley. A questo punto Tobias si mette a parlare in “crucco”, sostenendo il fatto che si tratta della data tedesca del tour di Avantasia e annuncia proprio “Lost In Space”, sempre affascinante nella sua semplicità rock. Ampi consensi riscuotono anche “Avantasia” e “Serpents In Paradise” in cui Andrè Matos affianca in maniera positiva un Sammet attento alla prestazione tecnica senza dimenticare lo spettacolo scenico fatto di balletti improvvisati e continui spostamenti da una parte all’altra del palco. Finale emozionante con “Farewell”, che apre la parentesi solista della Somerville e regala il suggestivo finale fatto di intrecci corali e una “Sign Of The Cross” mixata dal ritornello di “The Seven Angels”, con tutti gli ospiti radunati sul palco a raccogliere i meritati consensi di una platea in estasi.

GORGOROTH

A chiudere i battenti della seconda giornata wackeniana ci pensano i Gorgoroth, la band norvegese che come ben saprete è dedita ad un black metal vecchio stampo che abbraccia tematiche sataniste. Lo spettacolo si preannuncia di quelli da ricordare, con un palco che sin dall’ingresso in scena dei musicisti presenta una scenografia sui generis ispirata alla stessa che la band presentò, suscitando scandalo, nel 2004 a Cracovia. Teste di pecore sgozzate che circondano il palco e quattro croci sulla quale vengono legati due uomini e due donne incappucciati e completamente biotti a dispetto del freddo pungente che comincia a farsi sentire vista l’ora. Quello che si preannunciava come uno spettacolo ricco di colpi di scena tuttavia si trascina stancamente alla fine come un concerto piatto e un po’ noioso. La band esegue i pezzi in maniera discreta quanto fredda, mentre il singer Gaahl è in possesso di uno dei rantoli più brutti e ridicoli che ci sia capitato di sentire in ambito di musica estrema. Poco propensa al coinvolgimento della platea, la band scandinava si limita a suonare i pezzi senza rivolgere attenzione alla nutrita schiera di fan all’attenzione dello spettacolo, limitandosi ad annunciare talvolta il titolo della canzone di turno. Setlist comunque ben distribuita sulla discografia della band con pezzi dall’ultima produzione “Ad Majorem Sathanas Gloriam” come “Carving A Giant” e “Sign Of An Open Eye”, ma anche riferimenti al passato con classici del calibro di “Profetens Apenbaring” e “Bergtrollets Hevn”, che il pubblico dimostra di apprezzare.

3 INCHES OF BLOOD

Il seppur debole sole mattutino trasforma le nostre tende in qualcosa di approssimabile ad un forno a microonde e la cosa ci invoglia a metterci in marcia in direzione dell’arena per vedere di che pasta sono fatti i 3 Inches Of Blood. Purtroppo perdiamo i primi due pezzi e arriviamo mentre la band canadese sta suonando “Trail Of Champions”. I cinque musicisti suonano bene e colpisce il cantato altissimo di Cam Pipes che, in tenuta parecchio defender, si alterna dietro al microfono con le vocals estreme del cantante chitarrista Justin Hagberg. I due sono in perfetta sintonia e non pesa più di tanto la mancanza dello screamer ufficiale Jamie Hooper, assente per problemi alla voce. Ottima prestazione anche da parte della sezione ritmica Cates-Paerson, travolgente sulle parti più tirate. Il pubblico non è ancora numerosissimo e la proposta dei ragazzi non è proprio accessibile a chi non conosce i brani, ma lo show convince sia noi che la stragrande maggioranza dei presenti. “Destroy The Orcs” e “Forest King” rendono bene in sede live, anche se il pezzo più atteso resta “Deadly Sinners” (comparso sul videogame Tony Hawk’s Underground 2), brano che viene intonato anche dalle retrovie. Non c’é che dire, è la prima volta che vediamo i 3 Inches Of Blood e il giudizio finale è sicuramente positivo.

MERCENARY

La band danese è da poco uscita con il nuovo “Architect Of Lies” e siamo piuttosto curiosi di verificare le capacità del gruppo in sede live. Fortunatamente il sestetto ci ripaga con una prestazione molto buona, sebbene il Party Stage alle due del pomeriggio non fornisca lo stesso effetto scenico dei due grandi palchi principali. Il gruppo attacca con “Bloodsong”, seguita da “Soul Decision” e “Execution Style” dall’ultimo album. Ottima la performance del cantante Mikkel Sandager e l’alternanza tra la sua voce pulita e il cantato estremo del bassista René Pedersen viene gestita ottimamente. Tra i momenti migliori anche “The Endless Fall” e “11 Dreams”, che vengono accolte con applausi dai parecchi fan presenti.  Molto in rilievo, a tratti anche troppo, le tastiere di Morten Sandager, mentre le chitarre di Jakob Molbjerg e Martin Buus Pedersen in qualche occasione non godono di un giusto bilanciamento. A parte questi difetti non dipendenti dalla band abbiamo assistito ad un’altra esibizione positiva, sentita soprattutto da una schiera di affezionatissimi fan nelle prime file ma che ha lasciato ricordi positivi anche a chi non conosceva il gruppo.

EXODUS

Ritardati in scaletta a causa del forfait degli Stone Gods, gli Exodus di Gary Holt si apprestano finalmente a salire sul True Metal Stage. La band dà fuoco alle polveri con “Bonded By Blood” seguita a ruota da “Iconoclasm” dall’ultimo “The Atrocity Exhibition…Exhibit A”. Manco a dirlo, in vicinanza del palco si scatena il delirio, con la folla che si lancia in un pogo forsennato, seguito dal primo di tanti circle pit. Seguono “Funeral Hymn” e “Lesson In Violence”, quest’ultima accolta con un’ovazione. Gary Holt scarica sui presenti un intero caricatore di riff e, anche se non siamo di fronte alla migliore incarnazione degli Exodus, la resa è ottima, grazie anche all’attitudine del vocalist Rob Dukes. Il cantante è abbastanza monocorde (il ritornello di “Children Of  A Worthless God” viene ad esempio cantato più sporco e più simile alle strofe rispetto alla versione da disco) ma decisamente “incazzato” e coinvolgente. “Deathamphetamine” è una mazzata nei denti, sebbene alla batteria non ci sia Paul Bostaph e Tom Hunting la semplifichi soprattutto per quanto riguarda le scariche di doppia cassa. La cadenzata “Blacklist” ci dà un attimo di respiro prima della “War Is My Shepherd”, altro brano in cui l’audience si agita parecchio. Dopo due giorni di concerti non possiamo fare a meno di paragonare il Wacken “multietnico” attuale a quello del lontano 2000 dove il pogo praticamente era inesistente. Merito di noi mediterranei? Probabile. Fatto sta che Rob Dukes è parecchio divertito dalla cosa e incita continuamente la folla a fare più casino possibile. Il culmine lo raggiunge su “Strike Of The Beast”, dove divide la platea in due e ordina un wall of death enorme con le due schiere di fan che si scontrano a tutta velocità (date un occhio al video qui sotto). “Shovel Headed Kill Machine” è l’ultimo colpo di coda di una bestia scatenata che risponde al nome di Exodus, autrice di uno degli show più devastanti della kermesse, soprattutto fisicamente.

CARCASS

Quello dei Carcass è senza dubbio uno degli spettacoli più attesi dell’intero festival e la band anglo-svedese fresca di reunion non tradisce le attese con una performance che risulta tra le più aggressive e sorprendenti dell’intero festival. Jeff Walker si dimostra simpatico intrattenitore ed il resto della band lo segue senza sbavature creando un muro sonoro di straordinaria compattezza e precisione. Le asce, comandate da Bill Steer e Michael Amott, non fanno intravedere un minimo di ruggine ed anche il nuovo arrivato Daniel Erlandsson (Arch Enemy) dietro le pelli risulta essere perfettamemte integrato. La setlist è incentrata principalmente sul leggendario “Heartwork” dalla quale vengono estrapolate versioni coinvolgenti e precise di “Buried Dreams”, “Carnal Forge”, “This Mortal Coil” e “Death Certificate”, senza dimenticare i pezzi più crudi risalenti ai lavori antecedenti come le straripanti “Genital Grinder” e “Exhume To Consume”, tratte rispettivamente dall’esordio “Reek Of Putrefaction” e dal successivo “Symphonies Of Sickness”. Grande entusiasmo suscita la comparsa sul palcoscenico della singer degli Arch Enemy Angela Gossow, autrice di uno spettacolare duetto in “Incarnated Solvent Abused”. Prima del finale fa il suo ingresso sul palco Ken Owen, storico batterista della band reso invalido qualche anno fa da un’emorragia cerebrale, salutato con un lungo e caloroso applauso da tutti i presenti. Chiusura affidata ad “Heartwork” per il concerto estremo più violento dell’intero festival.

WARBRINGER

Dopo la buona dose di thrash metal offertaci nel pomeriggio dagli Exodus decidiamo di fare anche un giro sotto il tendone del fangoso Wet Stage per dare un ascolto anche ai giovani thrasher californiani Warbringer. Il gruppo suona grezzo e punta più sulla velocità che sulla precisione. Il loro thrash vecchio stampo, a tratti di scuola americana a tratti europea, con primi Sodom e Kreator come riferimenti, non impressiona più di tanto anche a causa dei suoni di chitarra un po’sporchi. I momenti migliori arrivano con le velocissime “Total War” e “At The Crack Of Doom”, abbastanza scontate ma efficaci. Il nuovo batterista Nicko Ritter non sbaglia un colpo con la doppia cassa e anche il cantante John Kevill  tiene bene il palco, annunciando ogni pezzo con parecchia enfasi. E’ anche autore di una degna prestazione ma le linee vocali dei brani sono un po’ troppo  simili tra di loro. Il gruppo è ancora un tantino acerbo quindi e sulle note di “Combat Shock” ringrazia i presenti che non fanno mancare il loro supporto. Il vecchio spirito thrash non manca di certo ai cinque ragazzi e vedremo se con un po’ di esperienza in più riusciranno ad essere più personali e convincenti anche dal vivo.

KILLSWITCH ENGAGE

I Killswitch Engage sono una delle realtà più interessanti della scena metalcore e su un palcoscenico presigioso come quello del Wacken, mostrano tutta la loro bravura senza farsi intimorire dal muro di folla che assiste allo show. Come per le band di genere comune che hanno suonato precedentemente, anche in questo caso il singer Howard Jones incita continuamente il pubblico a laciarsi andare in selvaggi wall of death, circle-pit e via dicendo, ottenendo responsi positivi da un’audience particolarmente coinvolta. La partenza è affidata a “Daylight Dies” seguita a ruota da “A Bid Farewell”, pezzi ad effetto che mostrano subito gli artigli nelle strofe affilate senza dimenticare le squisite melodie dei ritornelli, interpretate senza sbavature da un Jones in grande spolvero. Notevole successo riscuotono canzoni di maggior impatto come “Rose Of Sharyn” e “This Is Absolution”, in cui il tarantolato Adam Dutkiewicz alla chitarra compie numeri da capogiro. Splendido anche il finale con l’emozionante “Last Searenade” cantata da tutti e una versione ficcante e personale della celebre “Holy Diver”.

AT THE GATES

Altra reunion altro regalo, verrebbe da dire assistendo allo spettacolo degli At The Gates: seguendo le orme dei Carcass, infatti, la band capitanata dai fratelli Bjorler sfodera una prestazione di rara intensità e crudezza. Il singer Tomas Lindberg non appare particolarmente interessato all’intrattenimento del pubblico, preferendo annunciare sobriamente un pezzo via l’altro, non lasciando all’ascoltatore neppure il tempo di riprendere fiato dopo l’ennesima sfuriata. Il risultato è uno spettacolo massacrante, senza fronzoli, che ci consegna una band in perfetta forma forse aiutata dal rodaggio compiuto nelle numerose date precedenti. La scaletta è di quelle da leccarsi i baffi con un occhio di riguardo per il capolavoro “Slaughter Of the Soul” suonato quasi interamente e tra cui citiamo la titletrack (posta in apertura), “Under A Serpent Sun” e “Cold” tra le esecuzioni più belle. Particolarmente graditi anche gli excursus sul materiale più datato della band come nel caso di “Kingdom Come” e “Windows”, tratte dal debutto “The Red in the Sky is Ours”. Micidiali!

NIGHTWISH

Come sempre in terra di Germania riscuotono grande successo i Nightwish, la band scandinava che ,nonostante la dipartita della frontman Tarja, non mostra cali di popolarità, almeno a giudicare dall’entusiasmo con la quale viene accolta e trascinata dal pubblico per tutta la durata dello spettacolo. La setlist è ovviamente incentrata sull’ultimo disco “Dark Passion Play”, l’unico lavoro registrato con la nuova singer Anette, dolce e sensuale nell’intrattenimento della platea, precisa nell’interpretazione di brani come l’opener “Bye Bye Beautiful”, il singolo “Amaranth” o la più articolata “The Poet And The Pendulum”. Le cose cambiano non poco allorché la band si cimenta in canzoni tratte dagli album precedenti ed in particolare quelle che richiederebbero una perlomeno parziale impostazione lirica. La nuova cantante riadatta le suddette parti con la propria timbrica tipicamente pop-rock in maniera discreta, lasciando alla resa finale vuoti pesanti sotto la voce potenza e magniloquenza. Un esempio lampante sono le riproposizioni al di sotto delle aspettative di “Wishmaster”, “Nemo” (soprattutto nella strofa) e “Dark Chest Of Wanders”, mentre appare più che soddisfacente la riproposizione di “The Siren”. Al di là di questo confronto obbligato che terrà banco ancora per qualche tempo prima di finire nel dimenticatoio, i Nightwish mostrano un’ottima coesione con il solito Marco Hietala protagonista al basso e nelle parti vocali più aggressive, ben supportato dal leader Tuomas Holopainen, ancorato dietro delle coreografiche tastiere futuristiche. Lo spettacolo viene supportato da continui giochi pirotecnici e dallo straordinario impianto luci messo a disposizione di tutte le band che rendono il tutto ancor più suggestivo, così da arrivare al roboante finale di “Wish I had An Angel” in maniera scorrevole e godibile.

KREATOR

Ogni thrasher degno di tal nome non può non conoscere i Kreator (pena la scomunica dalla categoria) e non può non essere in attesa del loro imminente nuovo album. Infatti, dopo il fenomenale “Violent Revolution” e il successivo “Enemy Of God” le aspettative sono alte e anche l’attesa per questo show si sente nell’aria. L’inizio con “The Patriarch” è ormai un classico degli ultimi anni e “Violent Revolution” segue a ruota con le immagini del rispettivo videoclip proiettate sul fondo del Black Stage. Suoni perfetti, Mille in forma e prestazione da subito compatta da parte degli altri componenti. “Pleasure To Kill”, una garanzia di distruzione dal vivo, innesca l’headbanging tra i presenti e quando dalle amplificazioni la musica si placa, non possono che piovere applausi. Ventor non sarà un mostro di tecnica ma il suo drumming è preciso, così come la performance al basso di Christian Giesler. Ovviamente è Mille che comanda la nave, appoggiato da Sami, il cui guitar work è più convincente oggi che in passato. “People Of The Lie”, “Extreme Aggression”, “Phobia”, pezzi abbastanza soliti nella setlist della band ma sempre efficacissimi. Mille, avvolto dalla penombra ad ogni fine pezzo, urla con rabbia i suoi proclama contro il razzismo, contro i governi e il sistema, dando quel taglio politico tipico di uno show dei Kreator. Un circle pit si apre come un vortice su “Betrayal” e da ora in avanti il moshpit si fa praticamente costante. Il poker conclusivo “Reconquering The Throne” (capolavoro), “Impossible Brutality”, “Flag Of Hate” e “Tormentor” è da infarto, con una resa sonora impressionante. Poche storie, Mille Petrozza non sbaglia mai e anche questa volta sale a pieno titolo sul podio del Wacken Open Air.  

AXXIS

L’ora ormai tarda non sembra influire sulla grinta dei tedeschi Axxis che, supportati da un buon numero di spettatori a dispetto della concomitanza con il concerto dei Kreator, regalano un’ora di hard rock divertente e genuino. La band originaria di Dortmund, trascinata dal carismetico singer Bernhard Weiß, dà vita ad uno show coinvolgente che raggiunge il suo apice nello spassoso siparietto in cui il singer medesimo invita on stage una fanciulla raccolta dal pubblico per supportare la band con un tamburello durante l’esecuzione acustica di “Touch The Rainbow”. L’ottima coesione e la giovialità delle note si propaga anche tra il pubblico che si lascia coinvolgere con entusiasmo dalle note melodiche e accattivanti di “Doom Of Destiny” e “Angel Of Death”. Finale senza cali di tensione con una bella versione del classico “Kingdom Of The Night”.

LORDI

Ragazzi che progressione. Nel 2003 i Lordi erano appena arrivati all’esordio con “Get Heavy” e suonarono sul Party Stage mentre oggi, dopo aver tra l’altro vinto l’Eurofestival del 2006, la band finlandese è chiamata addirittura a chiudere il Wacken sul True Metal Stage. Sono le due di notte e sulle gambe di tutti pesano i tre giorni di birra e metal ma di fronte al palco c’è comunque una marea di gente. I Lordi si presentano con i loro ormai celebri costumi “mostruosi” e partono con “Bringing Back The Balls To Rock”. Grandi applausi già dall’inizio, altro evidente sintomo che la band è ormai sulla cresta dell’onda, e ovazioni quando sul finale di “Blood Red Sandman” Lordi tira fuori una motosega  o quando, sulla divertentissima “Devil Is A Looser”, il frontman spiega le ali del suo costume. Sotto i pesantissimi travestimenti e i chili di trucco si nasconde in realtà una band di musicisti di alto livello e lo show è infatti praticamente perfetto non solo dal punto di vista scenico ma anche da quello musicale. Ovviamente il “matador” è lo stesso Lordi con la sua voce abrasiva e le sue zeppe da trenta centimetri, un grande personaggio. Bella sorpresa l’arrivo sul palco di Udo, idolo personale di Lordi, su “They Only Come Out At Night”. Non potevano mancare “Would You Love A Monsterman” e “Hard Rock Hallelujah”, con tanto di finale tra fuochi d’artificio e chitarre che sparano scintille. Ottimo show senza dubbio, e successo meritato per i cinque finlandesi.

Sono le tre di notte e domani ci tocca il rientro, ma ciò che è peggio è che anche questo Wacken è andato. Il countdown riparte …. “- 365”.

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