’68 – Two Parts Viper

Pubblicato il 03/01/2018 da
voto
8.0
  • Band: '68
  • Durata: 35:30
  • Disponibile dal: 06/06/2017
  • Etichetta: Cooking Vinyl
  • Distributore:

Norma Jean, The Chariot e poi ’68. La carriera di Josh Scogin non presenta praticamente nessun tassello più basso. Sicuramente non lo è il nuovo duo con il batterista Michael McClellan, dotato di quelle potenze espressive e compositive che non possono non fare breccia in tutti coloro che masticano le tendenze americane più alternative, siano essere di derivazione punk o più metal-oriented. Il secondo tassello discografico per i ’68 si pone subito in grande competizione con il primo “Humour & Sadness” del 2014, risultando fin dagli inizi (“Eventually We All Win”) più potente ed espressivo, per poi ridefinirsi pian piano come qualcosa di più mutaforma. “No Excuses” presenta il lato più funambolico del processo compositivo di Scogin, alternando l’alt-punk all’hardcore East Coast, e riadattandolo alle tendenze più ‘pettinate’ ed hipster della nuova leva di ascoltatori, non più stage-divers ma instagrammers, non più rivoluzionari, anarchici o semplicemente incazzati, ma probabilmente ancora effettivamente musicofagi. Il duo georgiano non risulta però nulla di determinatamente modaiolo – pur affacciandosi esattamente a quello – ma si presenta con tutte le carte in regola per riaffermare il valore del punk distorto, affabile, sbragato e riprendente la lezione dei NoMeansNo e dei Nirvana, riadattandoli a contesti contemporanei. E se “Death Is A Lottery” riprende le tonalità più vicine ai The Chariot più soft, è anche vero che pezzi come questo riescono ad arrivare all’affabilità radiofonica senza risultare facilotti o posticci. I feedback si integrano bene in una produzione ottima, moderna e intelligente, che arriva dove vuole arrivare, con alla base una maturità musicale (soprattutto del mercato a cui si riferisce) non indifferente. La dimensione live della band poi diventa il motore in più per apprezzarne la potenza e la mancanza di posa che affligge molto del post-hardcore di oggi. “Abbiamo appena iniziato ad esplorare tutte le cose che possiamo fare” dice Scogin, “Prenderò più pedali, proveremo ad aggiungere strumenti ausiliari, qualunque cosa – l’obiettivo è quello di sfidare noi stessi e sfidare un’audience”. La conclusiva “What More Can I Say” diventa l’emblema di quel che Scogin riesce a riprendere da Cobain e da molti dei suoi (e dei nostri) idoli, risultando lontano dall’hardcore nel sound ma centrandone in pieno le intenzioni. Quando non si suona più in cantina per mandare al diavolo il mondo ma ci si affaccia ad un discorso nuovo, di età e di senso. E forse di risultato finale. “We can love each other /We can grab each other’s hands / We got songs that need to be sung / And we got fights that need to be fought / The fight of peace / We can wage war against the war of hate /At least in my dreams, I still believe we can”.

TRACKLIST

  1. Eventually We All Win
  2. Whether Terrified or Unafraid
  3. Without Any Words (Only Crying and Laughter)
  4. This Life Is Old, New, Borrowed And Blue
  5. No Montage
  6. No Apologies
  7. The Workers Are Few
  8. Life Has Its Design
  9. Death Is A Lottery
  10. What More Can I Say
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