7.5
- Band: A BETTER TOMORROW
- Durata: 00:35:20
- Disponibile dal: 17/05/2021
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Quando occult rock, jazz e soul si incontrano, cosa può succedere? C’è da preoccuparsi oppur da rallegrarsi? Ascoltando l’esordio dei francesi A Better Tomorrow, propendiamo per la seconda ipotesi. Un piccolo, prezioso, manufatto artigianale di rock tanto classico quanto poco convenzionale. Leggero, sospirante, velatamente lugubre come lo possono essere tutte quelle pubblicazioni costruite su chitarre sgranate sabbathiane, batteria legnosa, enfatiche ed energiche voci femminili. Prendendo in prestito un termine calcistico, possiamo dire che la compagine francese, di Lione, si muove tra le linee: un poco di stoner, una sortita nel doom – primario genere di competenza, dopo tutto – le inflessioni soul e gospel della voce e delle note chitarristiche, quando cala la distorsione; ancora, timidi ricami di datato metal classico e ritmi che, senza indugi, ci portano in un notturno jazz club. All’interno di questo frastagliato canovaccio, la band si muove in armonia e nessuna ansia di prestazione; la musica fluisce lenta ed emotivamente conturbante, apparentemente manovrata nel suo moto ipnotico – fa le fusa come il gatto in copertina – dalla bella e misurata voce di Vanessa Ghisolfi, cantante che con piacere aggiungiamo all’ampia lista di sirene ammalianti del terzo millennio.
L’intersezione di musica nera e hard rock è la componente più avvincente di questo full-length, una miscellanea dove non vi è prevalenza dell’uno o dell’altro stile, quanto una fusione che incarna la forte identità della formazione, la sua presa di distanza da schemi e ripetizioni di modelli altrui. Canzoni libere e dal fascino dolcemente vintage, quelle di “Spiritual Crossing”, che possono variare dai riff incalzanti di “Black Cats”, al minimalismo jazz di “Spread”, alla malinconia soffusa di “Ghost Of Remembrance”. Il sassofono di Lionel Martin, ospite nella titletrack e in “Ghost Of Remembrance”, inonda di mistero e mollezze una musica carica di fascino, trepidante di attese e potente come si poteva intendere tale aggettivo agli albori del rock’n’roll. Nonostante i volumi, il voltaggio della musica, rimandino chiaramente alla modernità, solo puntellandola di rimandi ad altre epoche.
Una proposta equilibrata, che evita senza neanche doverci pensare troppo la trappola della saturazione da fuzz, o le inondazioni di drone. Meglio la concretezza dell’heavy metal vecchio stile, che si esplica in ritmiche omaggianti la NWOBHM e in assoli metallici e luminescenti al punto giusto. Qualcosa che potrebbe rimandare, a seconda del dosaggio degli ingredienti, ai Castle, ai Witch Moutain, a Jex Thoth, con la differenza di un ventaglio espressivo maggiore e una mutevolezza di intenti superiore da parte dell’intraprendente gruppo transalpino. Insomma, uno di quegli esordi che rimane in testa e si distingue, non rincorre altrui fulgori ma prova a far da sé, denotando una granitica personalità. Speriamo non siano una fugace cometa.
