8.0
- Band: A.C.T
- Durata: 00:32:23
- Disponibile dal: 08/08/2025
- Etichetta:
- Actworld
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Gli istrionici svedesi A.C.T sono un caso abbastanza curioso all’interno della scena prog rock/metal delle ultime tre decadi (i Nostri hanno, infatti, da poco festeggiato i trent’anni di attività, cui va aggiunto il periodo vissuto sotto il moniker Fairyland).
Saliti alla ribalta a cavallo del cambio di millennio grazie alla pubblicazione di tre album molto bene accolti da pubblico e critica come “Today’s Report”, “Imaginary Friend” e “Last Epic” e al successivo ingresso nel roster della quotata label Inside Out, gli A.C.T sono poi spariti dai radar successivamente alla pubblicazione del cupo “Silence” avvenuta nel 2006. Sono poi tornati sulla scena nel 2014 con l’ottimo “Circus Pandemonium”, il quale ha segnato anche il loro ingresso nel mondo dell’autoproduzione grazie alla fondazione della propria etichetta, la Actworld, con la quale hanno pubblicato, oltre al succitato album, il live “Trifles And Pandemonium” e i primi tre capitoli di una quadrilogia dedicata alle stagioni (gli EP “Rebirth” e “Heatwave” e il full-length “Falling”), di cui il presente “Eternal Winter” rappresenta il capitolo conclusivo.
Il motivo per cui una band graziata da doti tecniche e compositive di tale livello non sia mai riuscita a consolidare la propria posizione all’interno del panorama progressive, finendo, al contrario, per operare in posizione più che defilata, resta tutt’ora un mistero. Forse, a remare contro ai Nostri può essere stato uno stile musicale quantomai particolare, capace di mescolare il prog rock/metal di scuola Spock’s Beard, Kaipa e Fates Warning (quelli di metà carriera) con partiture vicine al pop di scuola The Police, con tanto di svisate di black music in salsa reggae, funk e soul, nonché col pomp rock/AOR di scuola Asia e Journey e la giocoleria musical/circense tipica di certe colonne sonore dei film comici dell’epoca del muto (ma anche dei cartoni animati degli anni Quaranta/Cinquanta); fatto sta che, una volta di più, l’ascolto di questo nuovo nato in casa A.C.T rende davvero complicato dare una risposta a questa domanda.
Archiviata la breve intro strumentale che apre l’album, le melodie cristalline e le ritmiche frizzanti di “The Family” spalancano di nuovo all’ascoltatore le porte del mondo delicato e un po’ bislacco dei cinque ragazzi di Malmö (per farsene un’idea, basta dare un’occhiata all’esilarante video realizzato per il brano, scelto come singolo apripista), con le tastiere di Jerry Sahlin in primissimo piano, e la voce di Herman Saming e dell’ospite di lungo corso Linnea Olnert a fare da ciceroni in questo ennesimo viaggio musicale che, nonostante le tematiche invernali, si rivela fin da subito variopinto come da tradizione.
Con la successiva “A New Beginning” i Nostri ci dimostrano ancora una volta di saper padroneggiare la dinamica dei brani come poche altre band al mondo, alternando con maestria delicati fraseggi di voce e synth e incisivi midtempo dove il riffing si fa più roccioso e penetrante, mentre “When Snow Was White” mette in mostra il lato più giocoso dell’universo A.C.T, grazie a un andamento caracollante e guascone cui fanno da contraltare arrangiamenti corali di grande intensità, in cui emerge chiaramente il tocco agrodolce tipicamente ‘swedish’ che da sempre caratterizza l’operato della band.
Prog di alta scuola è invece quello che ci aspetta nelle briose “Waiting For The Sun”, col chitarrista Ola Andersson che si prende più volte il proscenio grazie a riff e fraseggi solisti di gran gusto e la sezione ritmica, composta dal batterista Thomas Lejon e dal bassista Peter Asp, abilissima nel fornire al brano delle fondamenta solidissime e al contempo estremamente fantasiose.
Le cose si fanno più cupe e tese nelle intense “This Special Day” e “Signs”, con la prima dominata da riff taglienti e da tastiere pomp rock dal phatos drammatico; la seconda è in particolare efficace nell’avvolgere l’ascoltatore con i suoi toni ariosi, resi ancora più penetranti da un magistrale lavoro di cori e orchestrazioni, il tutto suggellato da un chorus impeccabile.
Che dire poi di “Home”, non a caso il brano più lungo e riuscito del lotto, se non che qui dentro troverete una summa non solo di questo ottimo “Eternal Winter”, ma dell’intero ‘A.C.T-pensiero’, fra arrangiamenti osati e calibratissimi, groove irresistibili, linee vocali e parti corali strepitose, chitarre fantasiose e melodie memorabili? Un’autentica gemma, che poche band al mondo possono permettersi di concretizzare con tale maestria.
Mentre scorre la simpatica outro “The Big Parade”, con i suoi fraseggi in bilico fra Broadway, musica circense e colonne sonore di film comici anni trenta, si fa largo ancora una volta la convinzione che gli A.C.T siano davvero una band unica sulla scena e che, come tali, meriterebbero di essere riconosciuti. Chissà che questo “Eternal Winter” non gli consenta di riprendersi il posto che gli spetta nel variegato panorama del progressive.
